Ricerca

Visite al sito

ViM Traductor...

Viandanti del blog...

Vivere il Medioevo 2014. Powered by Blogger.

Costume storico

Le Vesti del Perdono

Le Vesti del Perdono
Il progetto della ricostruzione dei costumi della miniatura di Donizone, dedicata al Perdono di Canossa

Costume creativo...

Costume creativo...
Progetti di cucito rivolti ai più piccoli.

Portfolio

Portfolio
Entra nella sezione dedicata ai portfolio dei costumi e dei progetti di Vivere il Medioevo

I più letti...

Visualizzazione post con etichetta Costumi femminili. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Costumi femminili. Mostra tutti i post

Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono. Il video commemorativo dell’evento cui è dedicato questo progetto di ricostruzione del 2016-2017

Il progetto di ricostruzione dei costumi della miniatura forse più celebre della storia, raccontando essa un evento divenuto proverbiale “Andare a Canossa” quale simbolo di pentimento e umiliazione. Il progetto che ha visto realizzare in oltre un anno di duro lavoro i tre costumi del Vita Mathildis (Cod. Lat 4922 Bibl. Ap. Vaticana), è descritto in questa parte del blog: Matilde e l'Impero. Le Vesti del Perdono e ha un video celebrativo.

 

Al link indicato si può anche vedere la gallery con le immagini dei costumi realizzati a fine di proposta ricostruttiva da Vivere il Medioevo

 

Nozze a Cascia: abiti, cerimonie e riti nuziali della Cascia del ‘400 (Tratto dalla Vita di Santa Rita)

Indice

L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

     Nozze sobrie

Bibliografia

     Internet


L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

Di Paolo di Ferdinando Mancini sappiamo poco e sappiamo che faceva parte di quelle famiglie che si dilettavano a guerreggiare e praticare la faida nella Cascia di quegli ultimi anni del XIV secolo e i primi del successivo. Era molto più grande di Rita, sui venti mentre lei era appena dodicenne. Paolo era dunque un soldato sicuramente, cavaliere è probabile ma non nel senso di appartenente ad un Ordine equestre, nobile o comunque ricco e di famiglia in vista con buona probabilità. Paolo non godeva di ottima fama, proprio perché sicuramente era solito unirsi o essere in prima fila durante le cavalcate in territorio nemico, aveva le mani intrise di sangue e conosceva poche regole, oltre a quelle della scherma anche se non è possibile immaginarlo attorno ad un manuale di combattimento, essendo il Fiore dei Liberi pubblicato solo nel 1409 (1410) a Ferrara. Aveva imparato la guerra con la pratica. Era legato a circoli potenti, famigliari e politici, all’interno dei quali ricopriva un ruolo che gli assicurava rispetto [1]. Oggi saremmo propensi a fare atroci paragoni essendo la realtà della faida e della vendetta ancora praticate laddove regna l’anarchia. Non era un capo in senso assoluto, ma un gregario [2] potente che disponeva a sua volta di altri gregari, dei quali si avvaleva per fare ciò che doveva. Sembra che quando vide Rita la prima volta, se ne fosse innamorato e per rispetto ne avesse chiesto la mano al padre. Probabilmente la notizia è agiografica, perché come è possibile pensare che ad un tale individuo, promotore della violenza, un paciere come Antonio Lotti concedesse la mano della figlia da poco adolescente senza opporre obiezioni?


I genitori di Rita avevano certamente in mente di maritare la figlia per assicurarle un futuro e una certa protezione come accadeva a quei tempi assicurandole magari una dote, ma da più parti pare che la giovane fosse reticente. Paolo però rappresentava al contempo qualcuno che l’avrebbe potuto proteggere sostituendo un domani la protezione della famiglia di origine. Paolo, come lo definisce l’autore «era coinvolto, come tanti giovani di lama lesta e spirito intraprendente, nel grande gioco delle rivalità casciane, che era principalmente politico». Non è possibile però che fosse un figlio di nessuno e se aveva chiesto la mano di Rita, considerava non solo il suo status sociale ma anche il proprio per credere di averne quanto meno diritto. Ciò ha condotto gli storici a pensare che probabilmente era un ufficiale militare della Guarnigione di Collegiacone [3], o forse anche un ricco commerciante o mediatore di affari con la propria famiglia e aveva un ruolo nel crocevia commerciale che passava per il centro Italia tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo [4]. Dalle ricerche d’archivio sul suo cognome emergono notizie sulla sua famiglia e si trovano riferimenti ad un mulino, che era una fonte di ricchezza per l’epoca e la professione di mugnaio era fiscalmente privilegiata e questo faceva di lui un piccolo monopolista locale di farina, pane e derivati. Era dunque ricco, ma non per questo amato considerando che gli agricoltori alle sue dipendenze spesso avevano visto i loro diritti violati sulla parte a loro spettante del raccolto. La casa accanto al mulino sul fiume Corno, fu probabilmente la seconda residenza di famiglia di Paolo e Rita.


Malgrado avesse l’anima nera e fosse coinvolto in traffici e faide sporche di sangue, Paolo era risolutamente e sinceramente innamorato di Rita e voleva sposarla secondo le regole. Se i genitori di lei e forse anche quelli di lui fossero perplessi da questa unione è una lecita domanda perché nessuna delle due parti vedeva di buon occhio per molte ragioni, specie politiche, le possibili conseguenze di quell’unione. Tuttavia sembra che acconsentirono. Paolo di Ferdinando [5] è l’uomo chiamato nei documenti del 1393 pretendente alla mano di Rita. Come si fossero conosciuti è un po’ un mistero, probabilmente erano compaesani e Paolo non trascorreva tutto il suo tempo, seppur la maggior parte, nelle lotte e negli intrighi. Altre ipotesi suggeriscono che la conobbe in una occasione offertagli dalla sorte o da Dio, durante l’esercizio dell’attività di famiglia. Seppure reticente, forse perché appena adolescente, le fonti non parlano di rifiuto di Rita a sposarsi né negano un suo reciproco sentimento nei confronti di un uomo così diverso da lei. Non esistevano problemi legali perché gli Statuti casciani [6] attestano l’età minima per le nozze ai maschi a quattordici anni e per le femmine a dodici, dunque Rita poteva sposarsi. Per noi oggi sarebbe follia, ma bisogna considerare la mentalità e anche l’età media, lo stile di vita e l’elevato tasso di mortalità infantile e anche in puerperio.


L’agiografia non riporta di focose passioni o cose travolgenti benché confrontando un carattere come quello che poteva avere Paolo con quello mite sicuramente di Rita, si sarebbe detto che fossero incompatibili, considerando anche che venivano da due mondi completamente agli antipodi: la pace e la guerra, impossibili forse da conciliare. L’agiografia tace e questo anche in segno di rispetto di un amore coniugale sincero e che mette una nota positiva alla leggenda nera che circonda lui. Profondamente rispettata dal padre e onorata dal marito Rita forse sfugge ai luoghi comuni del suo tempo e ad alcune convenzioni, tuttavia Paolo è definito come uno dal brutto carattere, rissoso e tendente alle sfuriate a cui lei non reagiva apparentemente mai fino a quando non era sbollita la collera. Trascorsero insieme diciotto anni e dunque un matrimonio duraturo per l’epoca, vita insieme che terminò drammaticamente quando venne assassinato. Erano felici insieme e forse la vicinanza mitigò il caratteraccio di lui e lei fu a lungo un esempio per lui a cambiare vita e rinunciare alla violenza delle faide. Il fatto che Rita avesse ricevuta una profonda e ampia educazione religiosa non fa di lei una bigotta incapace di provare le forti emozioni umane, tipiche dell’adolescenza e dunque il desiderio e la passione che portano a provare attrazione, amore per il proprio uomo. Rita era innamorata di quel ragazzo e seppe amarlo intensamente fin da principio, ma pare che attesero due anni prima delle nozze vere e proprie. Dunque Rita convolò a nozze a quattordici anni quando Paolo aveva superato la ventina. Qui testimonianze postume indirette e agiografia fanno la gara a colmare il vuoto storico che le fonti non raccontano, per descrivere l’amore tra queste due persone. Un Medioevo romantico, diverso da quello descritto nel contesto storico che però non va mai dimenticato perché anche se felici insieme, Rita e Paolo erano consapevolissimi di essere in un mondo che non perdonava niente e nessuno e ne pagarono il prezzo.


Torna all’indice

Nozze sobrie

Arrivati al giorno tanto agognato delle nozze, Rita e Paolo iniziarono il nuovo percorso insieme. Le fonti parlano di un matrimonio sobrio e non per tirchieria delle famiglie che volendo avrebbero potuto spendere anche molto, ma per i limiti imposti dalle Leggi suntuarie casciane [7][8]. Così per quanto riguardava i matrimoni, poneva limiti severi alla libertà di scambiarsi doni, di invitare alla cerimonia chiunque si volesse, di largheggiare nell’ospitalità. Soltanto gli sposi potevano farsi reciprocamente dei regali. Non era loro permesso, per, di farne ad altri, né riceverne. Nemmeno dai suoceri o dai parenti più stretti. Al pranzo, poi, non potevano prendere parte che i consanguinei fino al terzo grado e gli affini fino al secondo. In pratica: genitori, fratelli e cognati, eventualmente nonni e nipoti e qualche zio, ma niente cugini e amici [9]. C’era tuttavia della grazia nel nitore [10] dei riti nuziali e delle sobrie cerimonie famigliari che gli statuti e l’etichetta di Cascia prevedevano.


Per quanto riguarda il momento immediatamente precedente alle nozze troviamo riti che ci sembrano più famigliari e vicini ai nostri tempi che al Medioevo che siamo abituati a sentire raccontare. Paolo mandò a casa di Rita, qualche tempo prima del matrimonio doni semplici ma raffinati: una cintura e degli abiti. A recapitarli furono, secondo la tradizione, tre donne. Le quali però non poterono accettare a casa di Rita niente da bere o da mangiare salvo un “bicchierino e pastine”. Di lì a poco tempo, quando la data era ormai prossima, Paolo mandò altri doni più pregiati: tessuti e ornamenti personali, forse gioielli. A recapitarli, questa volta furono tre uomini.


Venne infine il giorno del matrimonio che si celebrò in Casa Lotti (una cappella di famiglia) o più verisimilmente la Chiesa di Montano che era li vicina. Il problema del luogo è relativo e l’autore, Cuomo, sostiene che probabilmente tutto il rito avvenne in una volta sola iniziando dalla casa della sposa e che rappresentava la parte meramente contrattuale poiché vi erano anche beni materiali di valore e conclusosi in chiesa per la liturgia nuziale con la somministrazione del sacramento. Erano presenti dieci uomini e dieci donne in tutto. Rita e Paolo si scambiarono gli anelli di foggia umbra, diversi dalle comuni fedi nuziali poiché rappresentavano due mani che si stringono. Mentre quello di Paolo è andato perduto, quello di Rita è conservato invece ed esposto al pubblico nel convento che ne porta il nome [11].


  

Figura 2 – L’anello nuziale accanto alla teca che custodisce il corpo intatto della Santa. Fonte: web. Accanto una riproduzione moderna che mostra più in dettaglio le due mani che si stringono.


Quanto agli abiti si può solo fantasticare, servendocisi di fonti sul costume, leggi suntuarie e storiografia oltre alle fonti iconografiche coeve, quale fossero quelli nuziali di Rita e Paolo. Un piccolo libricino noto come Regole per alcune anime divote[12], un breviario casciano in volgare umbro di quel tempo, ci fornisce alcune limitazioni probabilmente prese dagli statuti suntuari casciani per cui sappiamo anche cosa sicuramente non avrebbe indossato Rita quel giorno. Non c’erano sicuramente esagerazioni in eccentriche ‘forgie o frappature’ [13], code o altri addobbi vistosi che potessero farla passare per covella qualsiasi [14], ma sicuramente non si sarà ecceduto nemmeno in francescano rigore. È possibile che possa aver indossato “vestimenta rachamate” su una “camiscia lavorata al collaro o vero le estremità de le maniche” e che non abbia rinunciato a quegli ornamenti che la sua condizione le consentiva di possedere – e di esibire in determinate occasioni, per tradizione di famiglia – come “el collaro de oro o de argento o de perle o de seta o de altra materia” [15]. Non ci sono termini specifici di vestiario per identificare, almeno nelle fonti iconografiche un modello di abito ma la presenza di una veste ricamata lavorata al collo e alle estremità delle maniche fa ragionevolmente presumere – ed è un’ipotesi del tutto legittima – che Rita indossasse una versione della pellanda [16] o una gamurra [17]. Sul colore non ci viene data nessuna informazione e purtroppo non si hanno fonti iconografiche né coeve né postume di questo sposalizio per avere qualche dettaglio in più sulle vesti e gli ambienti di uno sposalizio tanto speciale.


 

Figura 3 - Cappella di Teodolinda, Storie di Teodolinda, Monza. Zavattari, 1444. Si nota la pellanda della regina mentre le ancelle, specie quella frontale indossa una veste già tipicamente rinascimentale. In questo caso la pellanda non mostra il collare come nelle versioni francesi, specie nei manoscritti miniati o nell’esemplare del Maestro della Manta del Castello di Saluzzo, in Piemonte sempre della prima metà del XV secolo, a fianco (rappresentazione di Eleonora di Arborea). Ovviamente questi modelli di pellanda sono molto lussuosi, è possibile che Rita indossasse una versione dal taglio più simile a quello della Manta, ma senza le frange e i particolari dettagli delle maniche.


Figura 4 – Esempi di gamurre tratte dall’affresco ‘Adorazione del sacro legno e incontro tra Salomone e la Regina di Saba’ di Piero della Francesca del 1452 (ultimi anni di vita di Santa Rita). Si tratta di immagini usate ad esempio, poiché non si hanno ritratti della vita di Rita prima della vita monastica e anche dopo, l’immagine che la ritrae sfrutta soprattutto la simbologia ritiana per il fedele.


Quanto agli uomini è presumibile che la loro tenuta sia stata pressoché uniforme. La moda maschile prevedeva per le occasioni solenni un abito da cerimonia denominato giornea [18], che consisteva in un’elegante tunica da sovrapporre alla camicia. Le fonti iconografiche e i termini volgari che identificavano uno stesso abito o una sua leggera variante rispetto al taglio originale, creano molta confusione nell’identificare con precisione questo modello di abito. Affreschi italiani di quel periodo comunque sono un’ottima fonte cui attingere, ma si trovano più fonti quattrocentesche che del secolo precedente.


Figura 5 - Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi. Benozzo Gozzoli, Firenze 1459. Si osservano in questo affresco coevo del periodo in cui visse gli ultimi anni Santa Rita da Cascia, molti modelli di giornea che è quella tunica indossata con la manica aperta e foderata di pelliccia.


Non vi fu banchetto subito dopo la cerimonia, come accade invece oggi, ma una semplice offerta rituale di vino e ancora pastine, una sorta di rinfresco, diremmo oggi. Paolo se ne tornò a casa sua senza Rita e mandò solo più tardi, quando lei fu pronta, degli amici a prenderla. Così voleva la consuetudine casciana. Lui l’attese sulla soglia. Nessuno lungo la strada potè offrire doni alla sposa né pretendere pedaggi da lei o dagli accompagnatori, per l’attraversamento di proprietà private, il che indica che le loro abitazioni non fossero così vicine.


A casa dello sposo si tenne il primo vero convito, cui parteciparono esclusivamente i suoi parenti, entro i limiti di consanguineità e affinità stabiliti, come si è visto, dalle leggi casciane. Un secondo pranzo si tenne in casa della sposa, una settimana dopo, con solo i parenti di lei. Paolo vi prese parte con tre uomini e tre donne della sua casa portando un cesto di vivande quale rituale ‘contributo del marito’ al banchetto. Anche su questa usanza, certo antecedente alle leggi suntuarie, gli Statuti casciani interferivano, stabilendo che non più di una cesta poteva essere portata. Rita portò con sé nella nuova casa una cassa contenente il suo corredo, scodelle di terracotta ed altri oggetti per la casa [19].


Torna all’indice

Bibliografia

  • Cuomo, F. (1997). Santa Rita degli Impossibili. Casale Monferrato: Piemme.
  • Levi Pizetsky, R. (1964). Storia del costume in Italia (Vol. I). Treccani.
  • Levi Pizetsky, R. (1964). Storia del costume in Italia (Vol. II). Treccani.
  • Muzzarelli, M. G. (1996). Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo. Torino: Paravia & C. S.p.A.
  • Muzzarelli, M. G. (1999). Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo. Bologna: Il Mulino.
  • Muzzarelli, M. G. (2006). Ma cosa avevano in testa? Copricapi femminili proibiti e consentiti fra Medioevo ed età moderna.
  • Muzzarelli, M. G. (2015). Uomini, vesti e regole. Dall’alto medioevo alla prima età moderna. In M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo (p. 23-98). Torino, Italia: Paravia.
  • Ottaviani, M. G. (2001). Alcune riflessioni sulla statuizione tardomedievale. Reti Medievali.
  • Patrone, A. M. (1974). L'ascesa della borghesia nell'Italia comunale. Tratto da http://www.rm.unina.it/didattica/fonti/patrone/indice.htm#sez6
  • Pisetzky, R. L. (1978). Il costume e la moda nella società italiana. Milano: Einaudi ed.
  • Rossi, M. (2005). Polisemia di un concetto: la pace nel basso medioevo. Note di lettura . Reti Medievali.
  • Vecellio, C. (1598). Habiti antichi et moderni di tutto il Mondo di Cesare Vecellio. Venezia: Sessa.
  • Vecellio, C. (1664). Habiti antichi. Venezia: Damiano Zenaro (1590-1598 ca.).
  • Vecellio, C. (1849). Habiti antichi et moderni di tutto il mondo (IV ed.).

Internet

  • Treccani, E. (1931). Cascia - Enciclopedia Italiana. (AA.VV., A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1932). Gamurra - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/gamurra_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1933). Giornea - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/giornea_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1935). Pellanda - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/pellanda_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1936). Santa Rita da Cascia - Enciclopedia Italiana. (B. Paulucci, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/rita-da-cascia-santa_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1938). Cascia - Enciclopedia Italiana - I Appendice. (AA.VV., A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_res-470e7893-8b74-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1959). Cascia - Enciclopedia dell' Arte Antica. (U. Ciotti, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/
  • Treccani, E. (2016). Santa Rita da Cascia - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 87 . (L. Scaraffia, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/rita-da-cascia-santa_%28Dizionario-Biografico%29/
  • Treccani, V. (s.d.). Nitore. Tratto da http://www.treccani.it/vocabolario/nitore/

Note

[1] (Cuomo, 1997)

[2] Dal lat. gregarius, der. di grex gregis «gregge»; propr. «del gregge, che fa parte del gregge». Soldato semplice

[3] Colle Giacone fa parte del comune di Cascia, in provincia di Perugia

[4] (Cuomo, 1997) pp. 60-61

[5] Era costume usare al posto del cognome di oggi, la genealogia paterna

[6] Al di sotto dell’età minima era necessario il consenso del padre, del fratello carnale o di un parente in grado di tutelare la famiglia contro il rischio di ‘nozze colorate’, ovvero una unione ambigua e nociva all’autonomia dei nuclei famigliari, per tutelare la quale era stata codificata una sorta di endogamia politica. Lo scopo era anche impedire che gli equilibri della società casciana potessero risentire dei contraccolpi dell’assorbimento di una famiglia da parte di un’altra. Per i trasgressori erano persino previste pene pecuniarie di almeno cento libbre senza sconti.

[7] Gli Statuti suntuari casciani regolavano le spese per le nozze ponendo espliciti divieti al titolo De expensis non fiendis in nuptiis et sponsalibus. Libro III, Rubrica 16. (Cuomo, 1997) Note pp. 314-315 “Amore”.

[8] Cascia come tutte le città mercantili e corrotte nonostante l’intenso fervore religioso, nelle quali era facile l’accumulo della ricchezza in spregio alla povertà di un’alta percentuale della popolazione, tendeva a darsi un’apparenza di austerità contenendo la vistosità delle feste, dei banchetti, delle celebrazioni che non corrispondevano a occasioni di pubblico interesse.

[9] Lo scopo ufficiale era quello di imporre il risparmio alle famiglie, ma c’era dietro a questo rigore una sorta di compiacimento integralista per quella malintesa sublimazione della povertà che, esaltata talvolta con trascinante furono finiva spesso col degenerare nei lugubri eccessi dei penitenti.

[10] Dal lat. nitor -oris, der. di nitēre «splendere» Lucentezza, nitidezza. fig., chiarezza, eleganza.

[11] Oggi questo anello è stato riprodotto in copie odierne in oro o altri metalli per le coppie che si sposano.

[12] (Cuomo, 1997)

[13] Grossa frangia ornamentale all’orlo di un abito da evitare. Breviario casciano. (Cuomo, 1997)

[14] Da quod velles per fare riferimento a piccole cose che andavano ad aumentare la vanità femminile, una sorta di gingillo che portavano le donne da nulla.

[15] Regole per alcune anime divote

[16] La pellanda (o opelanda o anche pelarda) sembra fosse così chiamata perché foderata di pelli; tuttavia se essa trasse la sua origine dalla houppelande francese, fu poi veste tipicamente italiana, e durante i secoli XIV e XV fu comune agli uomini e alle donne, specie in Lombardia e nell'Italia settentrionale. Apparsa in Francia verso la metà del sec. XIV, rimane in voga sino alla fine del regno di Carlo VI (1422) nella sua forma primitiva: veste ampia, da portare sopra altre vesti, aperta davanti e spesso anche ai lati, con maniche larghe e lunghissime, e in genere ornata di ricami e foderata di pelliccia. (Treccani E. , Pellanda - Enciclopedia Italiana, 1935)

[17] Gamurra, (etim. incerta; ant. fr. chamarre; sp. Zamarra). Antica veste da donna, detta anche camora o zippa (Italia settentrionale) e zimarra (Venezia, sec. XVI). Nel Medioevo è per lo più ampia e lunga, aperta davanti sopra la tunica o il vestito, foderata di pelliccia o d'altra stoffa, guarnita di frange e di cordoni d'oro e d'argento, con o senza maniche. Mentre in Italia è vestito esclusivamente femminile, in Francia la chamarre è anche abito maschile, trasformazione della "pelanda" (houppelande) e del surcot. Attillata alla vita e composta di una sottana e di un corpetto o tagliata a foggia di una sopravveste intera, larga in fondo sopra la faldiglia o il vertigado, chiusa al collo da un collare di merletto o aperta su di un'ampia scollatura, la gamurra, attraverso varî mutamenti, rimane la veste tipica dei secoli XV-XVI. (Treccani E. , Gamurra - Enciclopedia Italiana, 1932)

[18] Su questo capo i termini volgari creano confusione. Per capire bene il taglio dell’abito Treccani fornisce alcune definizioni. Antica sopravveste militare che copriva il petto e il dorso del soldato nel XIV sec., in seguito adottata dagli uomini d'ogni condizione, divenne una specie di piccola dalmatica senza cintura, con i due lembi fermati alla vita sotto le braccia; poi, provvista di maniche aperte per lasciar passare quelle del vestito di sotto, si guarnì di gioielli, di galloni e di ricami, si foderò di pelliccia e di seta, e per il popolo, un poco più lunga di quella adottata dai nobili, fu confezionata in tela o in panno. La giornea fu abitualmente adottata per cavalcare, ornata di stemmi e d'insegne (giornea a divisa). Verso il 1450 la giornea era una casacca corta, aperta davanti con maniche aperte o anche chiuse al polso ma sempre molto larghe, e molto imbottita sulle spalle. Sopra la giornea si portavano catene d'oro a più giri e medaglioni. Negl'inventarî del 1400 si parla spesso anche di giornee di donna, sopravvesti o zimarre aperte davanti, o anche ai lati sotto le braccia, spesso con maniche di diverso colore e foderate di pelliccia, ornate di frange e di ricami. Sempre nei conti quattrocenteschi figurano "jorneuzze" come abbigliamento da bambini. La giornea scompare nella seconda metà del '400. Sembra, secondo Treccani che la giornea derivi dalla guarnacca nata sempre come veste maschile, veniva portata sopra altri abiti; era un indumento modesto e serio, foderata di pelliccia, la guarnacca nel Duecento era lunga fino ai piedi, con maniche a forma di mantello, a larghe aperture per le braccia; nel '300 la scollatura formava davanti due piccoli rovesci arrotondati e foderati di pelliccia. Molto spesso aveva il cappuccio attaccato; la parte superiore scendeva a formare le maniche, ed era sempre aperta dai due lati sotto le braccia. Adottata dalla nobiltà e dalla borghesia venne sostituita in Francia alla fine del ‘300 dal gardecorps e dal pelliccione, mentre rimase come mantello da pioggia per la gente del popolo. In Italia continuò invece sino al '500.

[19] (Cuomo, 1997) pp. 83-86

I costumi della Maestà della Battaglia per il Corteo Storico Matildico DI Quattro Castella 2018

Indice

Realizzazione dei costumi

Cos’è la Maestà della Battaglia

Il Corteo Storico Matildico e la sua tradizione

Riconoscimenti e collaborazioni

Fonti bibliografiche


Realizzazione dei costumi

I due costumi sono frutto di un lungo lavoro durato circa due mesi e che cerca di mettere insieme le esigenze della coerenza storica, necessaria in rievocazione, con le esigenze scenografiche e dei committenti per la funzione dei costumi da realizzare, una coppia nobiliare non abbinata ma abbinata nei colori, ma abbinabile. In epoca altomedievale non vigeva l’obbligo, spesso credenza comune errata nell’ambiente rievocativo, di fare costumi per coppie abbinati con gioco di inversione colori tra maschio e femmina. Esistono rari casi con precisi pesi simbolici, come nel caso del Vita Mathildis (BAV, Lat. 4922) e in quelli degli armoriali del XV secolo in Francia (Armorial d'Auvergne, BnF Français 22297). Ogni costume è stato realizzato a sé indipendentemente dall’altro, come se fossero due commissioni distinte.



Schema costume maschile con scarsella e mantello


I costumi sia maschile sia femminile sono stati realizzati utilizzando schemi di taglio e modelli riferibili sia all’iconografia del XI e XII secolo (in particolare il Vita Mathildis, Cod. Vat. Lat. 4922), sia alle esigenze della rievocazione storica odierna. Sono inoltre stati consultati manoscritti antecedenti come i manoscritti tedeschi del Tesoro carolingio, quali in particolare il Codex Aureus (BSB Clm 14000, Bayerische Staatsbibliothek, IX secolo) e alcune miniature dei volumi 1 e 2 della Biblia Sancti Petri Rodensis (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6, , folio 73r e 89r, 99r per Vol. 1 e 1r, 2v, 5r, 48r e 63r, 75r per Vol 2), del X secolo al quale fanno riferimento anche alcune miniature dello stesso Vita Mathildis nella rappresentazione degli avi di Matilde. Il costume maschile in particolare è stato progettato interamente in scala ridotta, utilizzando come riferimento i tessuti acquistati e soprattutto per definire il preciso taglio del collare, in modo da garantire una perfetta simmetria dei motivi ornamentali del tessuto. A tal fine si è ricostruito il pattern ornamentale del tessuto in modo da garantire una precisa corrispondenza del taglio una volta riprodotto lo schema su tessuto. Dunque prima è stato ricostruito il tessuto in scala con le misure acquistate e successivamente è stato tagliato il tessuto.


Sono stati utilizzati materiali e tecniche coerenti in entrambi, in particolare tessuti di lino e lana per le vesti maschili e un tessuto in seta grossolana purpurea per la veste femminile e pura seta color naturale per il velo. Il taglio della veste maschile richiama alla dalmatica[1] in uso nell’Alto Medioevo, con manica a metà braccio e grosso collare in tessuto contrastante marrone ed oro. Per questo è stato utilizzata una replica fedele di un tessuto coevo il cui originale oggi è custodito presso la Cattedrale di Worms, di probabile origine vichinga o nordica e non strettamente tedesca. Orli ed applicazione del collare e della decorazione a bordo manica, nel costume maschile, sono stati realizzati interamente a mano. Caratterizza la tunica lo spacco frontale in uso nel Medioevo, alternativamente posto anche ai lati che serviva probabilmente per agevolare i movimenti, specie durante le cavalcate. Sempre interamente a mano è stato realizzato il mantello e l’applicazione a doppia fila di passamanerie che richiamano i motivi ornamentali romanici locali e non solo, del periodo XI e XII secolo. Completa il costume la scarsella con passante da applicare alla cintura realizzata in parte a mano e in parte a macchina, con applicazione del motivo ornamentale oro su fondo marrone ricavato da ritagli del tessuto replica; chiude la scarsella un laccio in vera pelle di cervo.


Le imbastiture sullo scollo, con motivi disposti simmetricamente del tessuto di Sartor.


Dettagli della cucitura a mano con cui lo scollo è stato fissato alla stoffa


 

Gomitolo di grossa seta grezza per la realizzazione dei passanti interni dei lacci della tunica superiore. Si possono notare le cuciture a mano che fermano il tessuto superiore. Dettaglio passante a mano.


Interno passanti e lacci


Il famoso 'gusset' che in realtà nel taglio è un quadrato ad altezza dell'incavo manica e piegato in diagonale. Nel XI secolo ancora non era stato definito il taglio come lo conosciamo oggi, successivo infatti al XIII secolo.


Il mantello è stato cucito interamente a mano


La passamaneria applicata al mantello, anch'essa interamente a mano è stata acquistata presso Mediapont Arte Tessile (RE). La passamaneria è stata fissata con una doppia cucitura a mano che fissasse gli anellini in modo compatto.


Il dettaglio interno. Purtroppo la foto è venuta sfocata, ma qui abbiamo messo anno, artigiano e committente





 




Costume femminile

Schema del costume femminile con velo e scarsella


Prove per fissare le passamanerie


Cucitura inglese. Tutte le parti a vista del costume sono state cucite con cucitura inglese e fermate a mano per creare l'effetto di un capo privo di un rovescio, specie la manica svasata.


Un lungo lavoro a mano...la preparazione della passamaneria viene sempre fatta tutta a mano prima di ogni cucitura


 



 

Prova su manichino con manicotto inferiore a vista.


 

Dettagli passamanerie sulle maniche, i clavi.

 IMG_20180520_123214

Dettagli interni, la cucitura inglese senza dritto e rovescio della manica svasata con manica inferiore. Dettagli della manica inferiore.


Veli delicati. Realizzato interamente a mano in tessuto di seta.



IMG_20180520_164743


La veste femminile è stata ricavata da cartamodello per ricavare una veste con ampia manica svasata e clavio a circa metà braccio, realizzato con passamaneria alta e lo stesso motivo, più basso, è stato invece utilizzato per bordare maniche (cucite con orlo nascosto) e scollo. Completa la veste un velo in seta cucito interamente a mano di forma semicircolare, cinto da una bordura di passamaneria. Una seconda corona con nastro in seta avvolto su benda di lino e fermato a mano e cinto da una passamaneria oro è stato realizzato quale alternativa al primo tipo di corona in tessuto per cingere il velo. Il velo, in pura seta color naturale, di forma semicircolare è stato tagliato a circa ¾ di metro in modo da non farlo eccessivamente lungo né eccessivamente corto ed è stato realizzato interamente a mano con sottopunto a vista sul dritto. Completa la veste la scarsella del medesimo tessuto, ornata con un piccolo ritaglio della passamaneria alta del clavio e realizzata in parte a mano, anch’essa con laccio in vera pelle di cervo.


Cos’è la Maestà della Battaglia

Maestà della Battaglia è un nome che racconta una storia, anzi due: l’Associazione che prende il nome dalla Madonna della Battaglia e la Chiesa della Madonna della Battaglia eretta per volere di Matilde dopo il 1092, in segno di ringraziamento alla Vergine per una battaglia vinta, malgrado le forze inferiori, contro l’Imperatore Enrico IV.


L’associazione

Maestà della Battaglia è il nome dell’Associazione per cui sono stati realizzati i due costumi, un’associazione cresciuta molto negli anni, fondata nel 2008 e che ha un organico piuttosto ampio di attività, in particolare le attività dedicate al Tiro con l’Arco storico (con partecipazione a tornei) e il corpo sbandieratori (con esperienza a livello di campionati italiani Fisb, la Federazione Italiana Sbandieratori), oltre al gruppo costumanti – Corteo Storico Matildico – e il gruppo che realizza gli spettacoli di fuoco. Si tratta di un bel gruppo unito, specie dalla passione e con un forte spirito di competizione e maturazione, specie nel settore della Rievocazione storica, che nel territorio reggiano è legatissima alla figura di Matilde di Canossa.


Maestà, fede e battaglie

Risultati immagini

La Chiesa della Madonna della Battaglia, Quattro Castella, RE


Maestà della Battaglia però è anche una frase legata ad un evento storico, realmente accaduto in territorio reggiano, durante la vita di Matilde. La Maestà [2] nel nostro Appennino rappresenta una chiesetta in miniatura, delle dimensioni di un altare per dare un’idea e dedicate alla Vergine, solitamente. Lo scopo esatto non è certo, in montagna e nelle zone un po’ più isolate avevano probabilmente una funzione protettiva di invocare il divino e al contempo di Evangelizzazione della popolazione. Il termine stesso ‘Maestà’ in realtà è molto più amplio e complesso. A partire dal Duecento erano chiamate ‘Maestà’ le opere dedicate alla Vergine con bambino [3]. Nei secoli successivi il motivo della Madonna in trono continuò ad essere praticato, anche se ormai si facevano sempre più rare le rappresentazioni isolate, diffondendosi un tipo di scena con Maria al centro e due o più santi ai lati, coinvolti in rimandi incrociati come se stessero conversando tra loro: si parla allora, dal Quattrocento in poi, di Sacra conversazione. Secondo Treccani nell’iconografia cristiana, la locuzione « indica la rappresentazione della figura di Cristo, vista frontalmente, seduta in trono, recante gli attributi della sua potenza, secondo un motivo costituitosi fin dal IV sec., in analogia con le figurazioni imperiali di quel tipo, ed esteso più tardi alla Vergine. Nel Medioevo, si dissero maestà i tabernacoli delle vie e le pale d’altare che recavano il motivo della figura sacra vista frontalmente e rappresentata con gli attributi della sua potenza». È probabile dunque che le origini della Maestà di Bianello, oggi del comune di Quattro Castella, siano proprio queste. La Maestà fu eretta infatti in onore alla Vergine per una battaglia vinta da Matilde proprio a Bianello nello scontro con le forze imperiali, nel 1092, contro Enrico IV. La cronaca, al di là delle leggende, narra di una battaglia tenuta tra gli odierni San Polo e Grassano, Bianello [4] situato in posizione strategica. Enrico IV era in superiorità numerica ed era certo di poter sbaragliare il nemico, malgrado territorio sconosciuto e posizione delle truppe matildiche, ma aveva fatto male i suoi conti. Fu proprio il fatto di non conoscere il territorio, rispetto alle truppe matildiche e, dicono le fonti, grazie ad una fittissima nebbia, che ebbe la peggio, tanto più che il nemico, conoscendo il territorio poteva facilmente aggirare l’Impero arrivandogli alle spalle. La nebbia sarebbe stata un intervento divino (per cui la grazia di Dio e della Vergine), ma non è da escludere che, proprio perché era ‘in casa sua’ Matilde e i suoi comandanti, conoscendo il territorio, sapessero come chiedere un aiuto esterno e stringere così il nemico in una morsa pericolosa, dove la legge dei più numerosi cessava di valere. Non si hanno troppe notizie su quella battaglia, mentre se ne hanno sulle vicende successive di quella Maestà. Su quel punto fu eretta successivamente una Chiesa, tutt’ora esistente e che prende appunto il nome di Chiesa della Maestà della Battaglia o Chiesa della Madonna della Battaglia che subì nei secoli numerose distruzioni e ricostruzioni; la più importante e secondo il gusto dell’epoca risale al 1724 (come attesta la data riportata nella facciata, sulla base delle fondamenta più vecchie) e qui sarebbero avvenuti addirittura alcuni miracoli, per cui ancora maggior era il bisogno di costruire una chiesa, una usanza comune nel Medioevo, ma anche dopo. Un ulteriore intervento, non del tutto chiaro essendoci solo una data, è della seconda metà del XIX secolo.


Il Corteo Storico Matildico e la sua tradizione

Il Corteo Storico Matildico non nasce in epoca medievale ma è una manifestazione a carattere storico, con obiettivi di divulgazione oltre che ricreativa (come del resto dovrebbe essere la rievocazione [5]), nata nel 1955 a Quattro Castella, in territorio reggiano e nel cuore dei territori matildici. Quattro Castella e poche altre città, sempre del comprensorio reggiano tra pianura e Appennini, considerando alcune città come Frassinoro nel modenese, sono le sole in Italia a celebrare una figura storica come Matilde di Canossa che altrimenti rimarrebbe ai più sconosciuta. La manifestazione è stata interrotta solamente dal 1972 al 1984 e nel 2015 ha festeggiato i 50 anni insieme ai 900 dall’anniversario della morte di Matilde avvenuta nel 1115.


La manifestazione, che si tiene ogni ultima domenica del mese di maggio, celebra un evento storico e di una certa importanza e risonanza politica dell’epoca, avvenuto proprio nei pressi di Bianello: il ripristino dei feudi matildici, il termine ‘re-infeudamento’ non è correttissimo, da parte di Enrico V, figlio di Enrico IV, a Matilde di Canossa. Questo riconoscimento in realtà aveva una doppia valenza simbolica, specie in ambito politico perché Enrico V, dopo aver costretto il padre ad abdicare ed essere salito al trono, ne aveva in un certo senso seguito la politica, a modo suo, per farsi riconoscere imperatore legittimo e quindi farsi forte dall’altra parte delle alleanze politiche tedesche ed estere, ma anche per ripristinare quella situazione da cui tutto era iniziato e che coinvolgeva la figura imperiale nell’elezione del candidato al soglio petrino. Enrico V era consapevole del ruolo di Matilde nella mediazione col padre, della sua posizione tra incudine e martello e soprattutto sapeva della strategica posizione dei territori fedeli a Matilde che si trovavano tra lui e il soglio di Pietro, per cui anche scendere a Roma non fu facile, tuttavia vi riuscì. Qui la posizione di Matilde non è mai stata del tutto chiara, forse su consiglio [6] di Enrico V, forse per qualche risentimento personale nei confronti della Chiesa, o forse per ragioni che sono più ipotesi lecite che pensieri messi nero su bianco, Matilde non fece nulla per fermare l’avanzata dell’Imperatore. Dopo un assedio a Roma, che costrinse il Papa a rivedere la sua politica, l'incoronazione di Enrico fu celebrata il 13 aprile in San Pietro e successivamente egli fece ritorno in Germania, fermandosi proprio a Bianello. Qui entra in gioco la rievocazione che ogni anno si tiene nel campo e che coinvolge fino a 1000 figuranti con compagnie provenienti anche da fuori. La rievocazione consta della ricostruzione, per quanto possibile e basata sul Vita Mathildis di Donizone, dell’incontro tra Enrico V e Matilde e del suo riconoscimento con ripristino dei feudi pignorati e quella che secondo alcuni fu una ‘incoronazione’ di Matilde a Viceregina d’Italia. In vice regis, in realtà potrebbe essere stata semplicemente una formula, più di carattere giuridico e sulla quale Donizone non ha fatto realizzare o realizzato di suo pugno alcuna miniatura, interessante testimonianza di quel momento. Di fatto la Corona d’Italia rimase annessa a quella imperiale, nuovi tempi si affacciavano sull’Italia che vedeva nascere i primi Comuni. Matilde fu concretamente reinvestita del ruolo che aveva avuto suo padre prima di lei quando ancora non si era attirato l’odio di Enrico III. Ogni anno i due cortei, quello di Enrico V e di Matilde sono fatti entrare da due opposti punti del campo, a cavallo, dove poi i due personaggi (interpretati solitamente da attori) si incontrano.


In genere la scaletta dell’evento prevede un ingresso dei due cortei e dei gruppi di rievocazioni ospiti, con incontro al centro del campo tra i personaggi. Dopo si tiene una tradizione, molto bella, che consiste nel presentare alla figura di Matilde l’ultimo bambino nato. A quel punto avviene la sfida tra le contrade. In realtà la sfida è divisa in due parti, con due corpi distinti: La Quintana dell’Anello, fatta a cavallo e la lotta sul ponte. Il ricavato della rievocazione è devoluto in beneficienza, un’iniziativa molto buona che si spera incoraggi il pubblico a partecipare numeroso in modo sano, utile e socialmente responsabile.


Riconoscimenti e collaborazioni

Le passamanerie sono state acquistate presso Mediapont Arte Tessile di Carleno di Sant'Ilario d'Enza (RE), laboratorio artigianale di sartoria, specializzato nel taglio storico, che ha realizzato costumi per il Palio di San Secondo Parmense e che nel 2017 ha visto sfilare il costume di Enrico V nel Corteo Storico Matildico: https://www.facebook.com/media/Enrico V. Mediapont commercia anche tessuti, passamanerie e accessori per il costume storico e la rievocazione.

Sito: http://www.mediapont.it/

Social: https://www.facebook.com/Mediapont-Arte-Tessile-1503543859970347/


L’Associazione ‘Sbandieratori e Musici Maestà della Battaglia” ha sede a Quattro Castella e per info e contatti si segnalano i link: http://www.maestadellabattaglia.it/ e la pagina fb: https://www.facebook.com/sbandieratorimaestadellabattaglia


Ringraziamenti

Un sentito ringraziamento va ad Angela, Mariella e Mauro dell’Ass. Maestà della Battaglia per avermi affidato l’incarico della realizzazione di questi due costumi, che con orgoglio ho visto sfilare in Corteo.


Fonti bibliografiche

Oltre ai manoscritti citati:

· Norris, H. (1924). The Evolution of European Dress through the Earlier Ages. New York: Dover Publications.

· Norris, H. (1931). Costume & fashion. The evolution of European dress through the earlier ages. London and Toronto: J. M. Dent & Sons LTD.

· Norris, H. (1998). Medieval Costume and Fashion. New York: Dover Pubblications.

· Norris, H. (1999). Ancient European Costume and Fashion. Dover Publications.


Note

[1] Vedere riferimenti bibliografici dei manuali utilizzati

[2] In origine sembra che fu eretta solo una statua dedicata alla Vergine, oggi probabilmente andata perduta a causa delle distruzioni e ricostruzioni nei secoli.

[3] Si ricordano quelle di Coppo di Marcovaldo, di Cimabue e di altri pittori dell'epoca. dipinsero importanti Maestà gli artisti del rinnovamento come Giotto, Duccio di Buoninsegna, Simone Martini.

[4] È l'unica fortificazione rimasta in piedi dei quattro torrioni che già nell'VIII secolo si collocavano allineati sui quattro colli, partendo da ponente, Monte Vetro, Bianello, Monte Lucio e Monte Zane (anche Monte Zagno o Mon Giovanni), che attualmente sovrastano il paese di Quattro Castella.

[5] Oltre al contesto storico, la gente deve imparare e divertirsi perché se si presenta al pubblico una realtà nuda e cruda senza preparare un certo contesto, organizzare le cose in un certo modo, si rischia di cadere nei luoghi comuni che i Romantici hanno faticosamente creato per fare del Medioevo un’epoca oscura. Inoltre si rischia di deteriorare una tradizione e annoiare il pubblico stesso.

[6] Più che consigli, a quei tempi, i termini corretti erano ben altri, è lecito ipotizzare che Matilde temesse di perdere definitivamente, anche a causa della sua avanzata età, i pochi appoggi e vassalli fedeli che le restavano e che Enrico non si sia fatto eccessivi scrupoli ad alzare i toni o a fare proposte diplomatiche a cui la Chiesa non poteva fare facilmente una controfferta e inoltre Matilde aveva certamente interesse nella pace, verso cui la Chiesa da lei sostenuta sembrava non tenere, malgrado la continuità dell’opera ildebrandina di Gregorio VII da parte di Pasquale II.

Il costume femminile al tempo di Matilde di Canossa (XI-XII sec.)

Indice

Presentazione del periodo storico

Il costume femminile tra XI e XII secolo

Il costume completo

Curiosità

Fonti bibliografiche

     Libri

     Siti internet

     Manoscritti

     Fonti e Reperti archeologici

 

Presentazione del periodo storico

Il periodo in cui visse Matilde di Canossa è un periodo storico che può essere inquadrato nell’intervallo di tempo che va dalla metà del XI secolo agli inizi del XII. Di questo periodo sfortunatamente non si hanno molte fonti italiane, non in termini di manoscritti miniati, la maggior parte dei documenti locali modenesi, reggiani e lombardi dell’epoca sono per lo più carthae, ossia documenti relativi a concessioni, donazioni, costruzioni di abbazie, contratti. Il periodo di dominio dei Canossa non fu per i territori governati quello che può definirsi un periodo di rinascita e di gloria, specialmente in campo artistico poiché l’unico manoscritto miniato locale che documenta questo periodo un po’ nei dettagli e che mostra i personaggi che furono i protagonisti storici (e quindi i costumi) è il Vita Mathildis (Acta Comitissae Mathildis) di Donizone di Canossa [1] del quale esiste una copia trecentesca custodita oggi presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia mentre l’originale miniato a colori del XII secolo è custodito all'interno della Biblioteca Vaticana e fu riprodotto in facsimile nel 1984 [2]. Su questo manoscritto sono stati compiuti diversi studi che insieme ad altre fonti scritte [3] hanno permesso di ricostruire gli eventi del periodo storico che va dal regno dell’Imperatore Corrado II, a cui successe Enrico III il Nero fino all’ascesa a trono di Enrico V e bisogna aggiungere che la maggior parte delle fonti sono così faziose e contradditorie che diventa anche difficile, specie nelle questioni private talvolta accennate dai cronisti, fare conclusioni o ipotesi obiettive. Certamente in questo periodo gli investimenti in denaro furono impiegati più che nella promozione culturale e produzione libraria in quella militare e in donazioni per la costruzione di abbazie e chiese [4] [5] e questo è dimostrato sia dalle poche fonti suddette sia dalla mancanza di una produzione di codici miniati locali.

 

Poco dopo il Mille e nel periodo di storia che fu coperto dalla sanguinosa e disastrosa Lotta alle Investiture, di cui Matilde fu protagonista e mediatrice, sembra che la produzione libraria in Europa entrò nuovamente in crisi, almeno per quanto riguarda la produzione di codici miniati [6] e questo è anche probabilmente dovuto al fatto che, dopo la morte di Carlo Magno, ebbe inizio la fine della ripresa e del suo grande sogno di unità cristiana. Dopo la morte dell’Imperatore e la spartizione del suo impero, nell’arco di poche generazioni si formarono almeno due distinti blocchi che comprendono l’attuale Francia e le attuali Germania e Nord Italia; queste ultime due costituivano un nuovo Impero tedesco che stava unito a malapena, e già poco dopo il Mille ebbero inizio le prime lotte intestine tra i principi tedeschi cui seguirono le rivolte dei paesi che, costituitisi comuni, volevano essere indipendenti da legami di vassallaggio [7], specialmente in Italia, senza contare il fatto che si arrivò ad un punto in cui la stessa corona di Italia fu riassorbita dall’Impero tedesco e fu riassegnata solo nel 1111 da Enrico V a Matilde di Canossa. Il brevissimo regno di una delle donne più potenti del Medioevo italiano cessò di esistere appena quattro anni dopo, e di quanto restava dei suoi possedimenti fu spartito tra Impero e papato e in parte andò anche perduto.

 

Una più attenta e complessiva analisi della produzione libraria nel mondo conosciuto allora, sembra invece smentire la specie di crisi culturale si abbatté nuovamente sul continente euroasiatico perché in realtà la lista di manoscritti miniati è ben più lunga di quella elencata in nota, ma non si hanno come nei secoli precedenti e successivi manoscritti commissionati dai Canossa o per essi realizzati, almeno manoscritti miniati perché sarebbero stati un’importante testimonianza dei costumi dell’epoca. Il periodo di dominio canossiano fu un centro attorno al quale ruotò almeno metà di un secolo di storia e oltre al Vita Mathildis non esistono altri manoscritti in cui la margravia o la famiglia siano rappresentati durante la loro vita. Esistono almeno due manoscritti redatti almeno quindici anni prima della nascita di Matilde e dedicati alla famiglia imperiale tedesca da cui discendeva per parte di madre: si tratta di due manoscritti documentati con i nomi di Pericopio di Enrico III (Universitätsbibliothek Bremen, Ms. b. 21) e Evangeliario di Enrico III (o Codex Aureus di Speyerer, El Escorial, Real Biblioteca, Cod. Vitrinas 17) datati tra il 1030 ed il 1050 e le cui miniature rappresentano l’Imperatore e la sua famiglia. Le fonti tedesche attestano però almeno una dozzina di manoscritti imperiali redatti durante il regno di Enrico III, personaggio che insieme ad altri della famiglia imperiale non vengono però rappresentati dal Donizone, eccezion fatta per Enrico IV nella scena del Perdono di Canossa, quasi che il monaco volesse far pentire di tanta arroganza l’ormai vecchio e abbandonato Imperatore, anche nel suo manoscritto. Anche Enrico III, il tiranno che avrebbe sequestrato dopo la morte di Bonifacio di Canossa, la moglie e i figli, non viene rappresentato e le fonti imperiali hanno fatto altrettanto. Quello che si vede oggi è un riuscito tentativo dei due grandi partiti di volersi fare una guerra «fredda» e silenziosa attraverso la scrittura e l’arte della miniature, quasi a volersi cancellare a vicenda come a negare l’uno l’esistenza dell’altro. Ancora, il Donizone non rappresenta la scena dell’incoronazione di Matilde, un evento storico di non poca importanza [8].

 

Figura 1 – L’Imperatrice Gisela (Gisella), consorte di Corrado II e madre di Enrico III il Nero, nonché zia materna di Beatrice di Lorena e quindi prozia di Matilde di Canossa. I costumi rappresentati non differenziano sostanzialmente da quelli dei manoscritti di epoca carolingia e ottoniana: il mantello viene sempre portato su una spalla come la clamide greca e la tunica maschile tende ad essere corta fino al ginocchio mentre in testa non viene indossato nulla. Le donne invece, inclusa l’Imperatrice indossano delle vesti lunghissime dalle maniche un poco svasate da cui spunta la sottoveste a polso stretto mentre in testa viene indossato un ampio velo che in alcuni casi copre quasi come un mantello. Pericopio di Enrico III (Universitätsbibliothek Bremen, Ms. b. 21), folio 3r. Fonte immagine: Wikipedia [9]

 

Figura 2 – L’Imperatore Enrico III e la moglie Agnese di Poitou nel Evangeliario di Enrico III (o Codex Aureus di Speyerer). Ancora si riconosce lo stile dei manoscritti ottoniani e anche i costumi sono rappresentati come nel Pericopio di Enrico III. La tunica maschile in questo caso presenta i galloni in uso già in epoca carolingia [10] che però nelle epoche successive furono adottati anche in altre parti del vestiario come le maniche, precisamente ad altezza dell’avambraccio e sui polsi. Il gallone era ricamato e poteva essere realizzato anche con tessuto diverso da quello dell’abito e cucito in seguito. Il mantello invece era sempre portato su di una spalla e chiuso con una fibula, alla maniera bizantina anche se è più corretto parlare di clamide greca. Il vestiario femminile è anch’esso simile a quello rappresentato nel Pericopio: ampie maniche lunghe e un lungo velo che copre il capo. Evangeliario di Enrico III (o Codex Aureus di Speyerer, El Escorial, Real Biblioteca, Cod. Vitrinas 17). Fonte immagine: Wikipedia [11]

 

Dopo la morte di Matilde la corona d’Italia fu ancora una volta annessa a quella germanica e così fu anche dopo la battaglia di Legnano del 1176 fino al 1530. Esistono alcuni manoscritti miniati che rappresenterebbero l’imperatore Enrico IV e il figlio Enrico V e uno di questi è ospitato presso la Parker Library Ms. 373, fol. 83r) [12], ma nemmeno nei manoscritti germanici vi sono rappresentazioni della riappacificazione dell’Impero e del Papato o rappresentazioni di Matilde. Sembra proprio che vi fu il preciso intento di cancellare quella temibile avversaria dell’Impero dalla memoria del mondo e dai libri. La mancanza di fonti locali specifiche dell’epoca matildica costringe a servirsi di fonti diverse, in particolare i manoscritti suddetti, ma anche alcuni esemplari datati al X secolo [13], quando esisteva già la dinastia degli Attoni (o dei Da Canossa) di cui Matilde era l’unica e l’ultima erede.

 

Figura 3 – Enrico IV passa al figlio la corona e quindi il regno. Miniatura tratta dalla Cronica di Ekkehard von Aura di inizi XII secolo. Il manoscritto è custodito presso la Staatsbibliothek di Berlino, Cod. Lat. 295, fol. 99r. Fonte immagine: Wikipedia [14].

 

Torna all’indice

Il costume femminile tra XI e XII secolo

Mancando completamente fonti iconografiche, pittoriche ed artistiche, eccezion fatta per il Vita Mathildis di Donizone non è possibile stabilire con assoluta certezza come vestisse questa donna né le donne del suo tempo e nell’area geografica modenese e reggiana [15], seppure le biografie su di lei redatte, incluso il testo di Edgarda Ferri, sembrano confermare le caratteristiche del costume europeo mostrate già nei manoscritti stranieri (francesi e tedeschi soprattutto) dei secoli dal IX all’XI, talvolta con qualche variazione. Le miniature di Donizone sono da ritenersi abbastanza valide, seppur un poco rozze, anche dopo il confronto con altre fonti dell’epoca, perché non è giusto soffermarsi esclusivamente su questo testo, che di fatto nulla ha di diverso o peculiare nella rappresentazione dei costumi, rispetto ad altri testi della stessa epoca. Anche la mancanza di fonti tessili locali dell’epoca matildica costringe a dovercisi per forza riferire ai reperti tessili di diversa provenienza, dei secoli X, XI e XII, di cui talvolta sono esposte online le immagini. Sia presso il Metropolitan Museum di New York sia presso il Victoria & Albert Museum, la maggior parte dei reperti tessili dell’epoca in cui vissero Matilde e i suoi avi non è di origine italiana, ma orientale, specialmente i frammenti di seta che sono per la maggior parte dei casi di produzione islamica o bizantina, mentre in altri casi la preziosa fibra è intessuta insieme alla lana e altri reperti sono invece in lino. La maggioranza di questi reperti presenta una decorazione nella trama che riproduce quasi sempre o motivi geometrici (nel caso dei manufatti islamici) o immagini speculari, geometriche e simmetriche di animali e motivi fogliari poiché le figure di Santi o scene tratte dai Vangeli sono generalmente ricamate. Difficilmente si trovano elementi semplici in tinta unita [16].

 

Figura 4 – Frammento di seta di presunta origine iranica o turca datata tra VIII e IX secolo, realizzato probabilmente durante la dinastia Sasanide. Il manufatto è custodito presso il © Victoria & Albert Museum [17]

 

Figura 5 – Tessuto in seta datatto XI-XII con aquila bicipite su fondo oro, di fattura islamica, provenienza spagnola. Il manufatto è custodito presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [18]

 

Nel manoscritto e nelle miniature di Donizone non sono invece presenti troppe decorazioni negli abiti e nella trama dei tessuti, se non qualche gallone intorno ai bordi per le figure di rango più alto tra cui la stessa Matilde; in altri manoscritti e in alcuni elementi di vestiario interi pervenuti sino ad oggi, specie mantelli o tuniche, in realtà la decorazione era molto più elaborata e non limitata a soli intrecci (fogli 19r, 20v, 21v del Vita Mathildis). Questa mancanza di dettagli si riscontra in vero anche in altri manoscritti carolingi, nei quali le figure nobili, ad eccezione dell’Imperatore, vengono rappresentati con decorazioni applicate esclusivamente lungo le bordure, mentre il resto è tinta unita, come nei testi della quali l’Evangeliario ed il Pericopio di Enrico II ed Enrico III e lo stesso vale per alcuni testi datati al primo quarto del XII secolo.

 

Figura 6 – Scena tratta dal Libro dei Giudici, AT, della Biblia Sancti Martialis Lemovicensis (XI secolo). Si notino le decorazioni degli abiti e dei tessuti, sia civili sia ecclesiastici e la decorazione dello scudo che ricorda molto alcune decorazioni romaniche così come sono riportate in alcune facciate di chiese del XI-XII secolo nel Nord Italia. Immagine tratta dalla Biblia Sancti Martialis Lemovicensis, Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 8 (1), folio 91r [19]

 

Figura 7 – Scena tratta dall’AT della Biblia Sancti Petri Rodensis, datata tra X e XI secolo. La donna della scena indossa una lunga tunica con maniche dritte e larghe mentre il capo è coperto da una cuffia o un velo. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2), folio 5r [20]

 

Figura 8 – Scena tratta anch’essa dal libro che chiude i Salmi (Salmo 149). In questa miniatura tratta anch’essa dal secondo volume della Biblia Sancti Petri Rodensis, si vede il Re che indossa una tunica con galloni ai bordi e lungo il bordo del mantello, lo stesso abbigliamento rappresentato da Donizone nel Vita Mathildis. Il mantello maschile infatti viene portato sempre su una spalla come quello bizantino. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2), folio 63r [21]

 

Figura 9 – Scena posta inferiormente nel folio 63r del secondo volume della Biblia Sancti Petri Rodensis in cui compare anche una donna che indossa una tunica inferiore rossa, con maniche lunghe ed aderenti e una superiore verde con maniche corte e piuttosto larghe, prive di qualunque decorazione, mentre in capo reca un velo che viene avvolto dietro al collo. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2), folio 63r [22]

 

Solo perché un tessuto non viene rappresentato nel dettaglio in un manoscritto non significa che i tessuti reali non avessero decorazioni, non quando frammenti tessili della stessa epoca ma diversa origine geografica, testimoniano il contrario. Non è quindi errato supporre che tanto Matilde quanto le donne nobili del suo tempo vestissero più lussuosamente di quanto i manoscritti facciano intendere e non è errato supporre che i galloni che noi vediamo tanto semplici nei manoscritti, nella realtà non fossero tessuti in modo particolare o perfino ricamati e impreziositi con gemme cucite [23]. La decorazione dell’abito, specialmente la bordura ricamata con fili preziosi, distingueva nell’Alto Medioevo a partire dall’età merovingia e carolingia i nobili dal resto del popolo, oltre al fatto che gli abiti erano realizzati con tessuti più fini e preziosi dalla lana alla seta o al lino finissimo, quando non erano realizzati con una combinazione di lana e seta, lino-seta o lino-lana. La seta, specialmente i broccati, rimanevano una possibilità esclusiva della nobiltà più ricca, essendo i tessuti serici prodotti per lo più nei territori bizantini e musulmani ed importanti dai mercanti, anche se nel Mezzogiorno già nel XII secolo i musulmani aprivano i primi opifici serici, gli stessi che nel medesimo periodo produrranno il famoso mantello dell’Incoronazione di Ruggero II d’Altavilla, oggi custodito a Vienna presso il Kunsthistorisches Museum. Alcuni esemplari del X secolo, appartenuti ai membri della famiglia imperiale tedesca e pervenuti a noi oggi in buono stato di conservazione, anche per via di restauri e manutenzione eseguiti nel corso della storia, confermerebbero che il vestire nobile era all’insegna del lusso e non della semplicità. Tra questi esemplari si ricordano in particolare il Mantello delle Stelle di Enrico II, il Mantello di Santa Cunegonda custoditi a Bamberga e il Mantello di Stefano d’Ungheria, cognato di Enrico II. I mantelli di Bamberga sono datati agli inizi dell’anno Mille come tipo di lavorazione e decoro mentre il fondo, secondo gli esperti, è stato sostituito nel XVI secolo. La semplicità del vestire attribuita nei manoscritti e smentita in parte dai reperti archeologici non si spiega facilmente e non è da attribuire ad una scarsa capacità artistica dei miniatori né ad un preciso intento di richiamare la nobiltà alla sobrietà, contraria al lusso e all’eccesso. È più opportuno parlare di stilizzazione in questi casi [24], cosa che non avviene invece nella miniatura e nell’arte pittorica del Basso Medioevo, dove fin la trama del tessuto è talmente dettagliata da sembrare quasi una fotografia.

Già dalla seconda metà del XII secolo, però, la stilizzazione diminuì progressivamente e già nei manoscritti di fine secolo si possono già intravedere nei manoscritti tedeschi i primi preziosi dettagli, come accade nell’Evangeliario di Enrico il Leone.

 

Figura 10 – Matilde d'Inghilterra, figlia del re d'Inghilterra Enrico II Plantageneto (1133-1189) e della duchessa d'Aquitania Eleonora (1122-1204), sposò, nel 1168, il duca di Baviera e di Sassonia Enrico il Leone (1130-1195) [25]. Si noti l’abito di Matilde: una lunga tunica con ampie maniche che si allargano ampiamente verso il polso mentre il mantello, di un prezioso broccato rosso ed oro, la avvolge chiudendosi sul davanti ed è bordato di pelliccia (anche se non è chiarissima l’immagine). Lo stesso tipo di abito è indossato da una delle donne presenti sullo sfondo. In testa veniva poi indossato un candido velo di forma semicircolare, che poteva anch’esso essere ricamato, mentre i capelli erano raccolti in una cuffia con soggolo o acconciati secondo la moda del tempo, ma mai lasciati sciolti. Questo tipo di miniatura testimonia un notevole cambiamento del modo di rappresentare le persone e il costume, rispetto ai manoscritti antecedenti la seconda metà del XII secolo. L’immagine è tratta dall’Evangeliario di Enrico il Leone, Herzog August Bibliothek, Cod. Guelf. 105 Noviss. 2°, folio 171v [26].

 

Quanto al taglio degli abiti femminili sia il Vita Mathildis sia gli altri manoscritti contemporanei e alcuni successivi come il Passionale, pars aestivalis (Cod.bibl.fol.56) della Württembergische Landesbibliothek Stuttgart, anche nelle miniature più semplici, mostrano soprattutto verso il XII secolo, un taglio semplice ma caratterizzato da una gonna abbastanza ampia e con maniche lunghe che si allargano abbondantemente verso il polso lasciando intravedere la sottoveste che era invece aderente alla pelle e in genere di colore diverso. Il Vita Mathildis, non va dimenticato, è un manoscritto del XII secolo [27], seppure degli inizi del XII secolo e mostra per lo più le caratteristiche del costume che Donizone vide indosso a Matilde negli ultimi anni della sua vita e non avendo altri modelli cui attingere è probabile che abbia usato lo stesso identico stile per rappresentare anche le antenate della stessa. Il modello indossato da Matilde assomiglia molto al bliaut tipico della metà del XII secolo, di origine francese ma rispetto a quest’ultimo manca di alcune caratteristiche come il corpino aderente e arricciato intorno al seno e alla vita e che poteva essere anche indossato come elemento separato [28], così anche la scollatura dell’abito più larga nel bliaut è invece più piccola nei modelli tra XI e XII secolo. Oltre alle maniche ed alla scollatura, in epoca altomedievale era diffusa la tendenza a decorare anche l’orlo della gonna e i galloni (le strisce decorative) potevano arrivare a misurare fino a 10 cm nella parte alta della manica (nei modelli che seguivano le influenze bizantine) mentre nell’orlo della manica erano solitamente molto più basse e così anche nel collo. Il gallone del bordo della gonna poteva arrivare ad essere anche molto alto, seppure quasi tutte le immagini che ci sono pervenute mostrano invece bordure della medesima altezza o altezze non troppo differenti in tutti i bordi del vestiario, mantelli inclusi.

 

I mantelli erano semicircolari e molto ampi (fino a 3 metri di ampiezza per 150 di altezza) e bordati lungo il bordo con una striscia che poteva essere ricamata o impreziosita con gemme e pietre preziose e fili d’oro, mentre internamente in alcuni casi erano ricamati, se non tessuti, motivi geometrici o animali stilizzati o addirittura scene tratte dalla Bibbia e dai Vangeli. Quanto al modo di portare il mantello Donizone lo rappresenta come se fosse portato come la clamide lunga, o meglio ancora una palla bizantina, portata su una spalla [29], seppure le miniature non siano troppo chiare e in alcune il mantello appare invece aperto semplicemente ma pendente da una parte. In altri manoscritti, invece, e anche in alcune statue del XII secolo, già si vedono mantelli portati aperti sul davanti.

Figura 11 – La Vergine con Bambino in una miniatura a pagina intera del Passionale, pars aestivalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.56, folio 15r [30]

 

Figura 12 – Modello di mantello semicircolare con bordura lungo il perimetro.

 

Figura 13 – Chiusura e portamento del mantello secondo il manoscritto di Donizone (fogli 7v e 30v). La parte blu scura è quella interna del mantello.

 

Figura 14 – Miniatura interna ad un capolettera del Passionale, pars aestivalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.56, folio 30r [31]

 

Figura 15 - Miniatura tratta dal Passionale, pars hiemalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.57, folio 4r [32]. La tunica presenta le maniche svasate con i bordi decorati da galloni mentre sotto si intravede la sottotunica aderente ed il mantello è aperto, portato in questo caso su una spalla ma senza alcuna allacciatura.

 

Figura 16 – Cristo e la Chiesa, rappresentazione simbolica nella Biblia latina vulgatae versionis cum prologis, Engelberg, Stiftsbibliothek, Cod. 4, folio 69v [33].

 

Figura 17 – Miniatura a pagina intera del manoscritto Latin 15675, Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, folio 2v [34]. Nella miniatura inferiore si vedono anche due modelli di tunica con tessuti broccati (il verde) e uno con trame geometriche (il grigio a sinistra. In testa non tutte le figure portano il velo o un copricapo e questo era assolutamente insolito in epoca medievale, mentre le lunghe acconciature sono tipiche dello stile normanno dei secoli XI e XII.

 

Figura 18 – Miniatura tratta da un manoscritto del XII secolo, secondo quarto. Ancora le maniche delle tuniche sono rappresentate larghe e ampie come all’inizio del secolo, anche se questi modelli sono molto più simili ai bliaut, più aderente in vita. Immagine tratta dal Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 15675, folio 7v [35]

 

Figura 19 – Tre modelli di abito dei secoli XI e XII disegnati da Herbert Norris nel suo testo dedicato al costume medievale [36].

 

 

Infine, le acconciature dei secoli XI e XII sono relativamente semplici, se paragonate a quelle dei secoli XIV e XV quando in alcuni casi erano talmente grandi ed elaborate da essere quasi importabili. Mentre in Francia sembra diffuso inizialmente l’uso di un velo sotto il quale i capelli sono raccolti in due lunghissime trecce e avvolte da nastri, nel resto dell’Europa continentale si preferisce tenere il capo quasi sempre interamente coperto da un velo, di varia lunghezza (raramente lunghi fino a terra) e il mento cinto da una cuffia che si chiudeva dietro alla testa, a metà con delle fibule oppure da un soggolo, ossia una benda che cingeva il capo e il velo vi veniva fissato anche in questo caso con delle spille. Il soggolo sembra essere stato estremamente scomodo da portare tanto che nel corso del Medioevo si osserva la sua progressiva scomparsa nella moda nobile mentre rimase in vigore negli ordini monastici femminili. I veli e i soggoli,così come le cuffie nelle classi più agiate erano realizzati in seta o lino finissimo, mentre nei ceti più bassi era in lino grezzo e di trama ruvida o lana grossa nei mesi invernali. Nelle miniature del Vita Mathildis Donizone avrebbe rappresentato, secondo Rosita Levi Pisetzky [37], un modello di cuffia in uso già dall’epoca bizantina caratterizzata da due peduncoli che scendevano ai lati, ma in altri miniature dello stesso manoscritto e in quelle di altri manoscritti come quelli utilizzati nella ricerca storica effettuata per ricostruire un costume dell’epoca matildica, si è osservato che in realtà si tratta dei comunissimi veli, di forma rettangolare o semicircolare, i quali potevano essere all’epoca ricamati ai bordi e questo soprattutto nella nobiltà. Circa il colore del velo si è osservato che prevaleva l’uso del bianco o color naturale probabilmente in segno di sobrietà e umiltà o addirittura castità, intesa non come castità verginale ma continenza.

 

In altri casi il velo era molto ampio e veniva avvolto dietro le spalle, come testimoniato da alcune immagini dei manoscritti illustrati in questo articolo, mentre in altri casi ancora era usata per cingere il capo una corona, in metallo (solo nei ranghi più elevati) o in tessuto (e rinforzata internamente con cuoio). I copricapi di metallo e quelli in tessuto erano sottili e mentre i primi potevano essere incisi per le decorazioni od ornati con pietre preziose applicate, i secondi erano generalmente decorati con ricami.

 

A completare l’abbigliamento vi erano la cintura, in cuoio e molto lunga che veniva allacciata con un particolare nodo, elegante e usato sia dagli uomini sia dalle donne, la fibbia poteva essere poi abbellita e decorata, fatta anche in metalli preziosi per la nobiltà più ricca. Alla cintura era solitamente legata una scarsella, in cuoio o tessuto in cui era tenuto il denaro. Il mantello era invece chiuso con una fibula sola quando era portato sulla spalla e poteva essere in oro, anche decorato per la nobiltà (in metallo normale nelle classi inferiori) mentre in altri casi era rappresentato da due fibule di forma circolare o geometrica legate tra loro da cordoni o piccolissime catenine che servivano anche a mantenere una certa apertura del mantello per consentire il movimento.

Figura 20 – Fibula in bronzo con pietre preziose di fattura e provenienza irlandese del XI secolo. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [38]

 

Figura 21 – Fibula in argento decorata con cabochons e vetro datata al IX secolo, di origine scozzese. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [39]

 

Figura 22 – Spilla in oro di provenienza e fattura tedesca, datata alla metà del XII secolo, in oro finemente decorato. Il manufatto è custodito presso il © Victoria & Albert Museum [40]

 

Figura 23 – Collana in oro con motivi geometrici e animali, di origine ucraina, Kiev datata ai secoli XI-XII. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [41]

 

Figura 24 – Le collane della stessa serie dell’immagine precedente, anche queste sono conservate presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [42]

 

Infine le calzature erano relativamente semplici ed erano ancora in uso le calze suolate con il cuoio, anche se in altri casi si vedono delle calze lunghe e le scarpe erano indossate separatamente, realizzate anch’esse in cuoio e foderate internamente di pelliccia nei mesi invernali e solo nelle classi più ricche.

 

Figura 25 – Calzature di vario tipo, anche ricamate in tessuto, del XI secolo, disegnate da Herbert Norris nel suo testo dedicato al costume medievale [43].

 

Nella moda femminile i gioielli occupano un posto speciale, ma anche qui era generalmente la nobiltà ad indossarli, e nelle donne anelli e orecchini sono i più diffusi, specie piccoli pendenti in oro impreziositi da gemme e filigrane. I reperti d’oreficeria pervenuti ad oggi sono quasi tutti di origine orientale, specie egiziana e di fattura araba o bizantina, mentre in altri casi sono sopravvissuti anche esemplari dell’età longobarda (e quindi più vicini come origine geografica e temporale a Matilde).

 

Figura 26 – Orecchini in oro, pendenti di fattura islamica, datati al XI secolo di provenienza siriana. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [44]

 

Figura 27 – Pendenti in oro misto a ferro, con pietre chiare e maculate in verde e azzurro (probabilmente rame ossidato). Orecchini di fattura islamica e provenienza iraniana, regione del Gurgan, datati al XII secolo. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [45]

 

Figura 28 – Anello circolare in oro, di fattura semplice, bizantina e datato al XI secolo. L’anello misura diam. 1.7 x .4 cm. Il manufatto è conservato presso il © Metropolitan Museum of Art di New York [46]

 

Torna all’indice

Il costume completo

Il costume qui proposto riproduce fedelmente il modello di abito femminile del periodo tra XI e XII secolo ed è stato rispettato il rigore storico sia nella scelta del taglio sia nella scelta dei colori e delle decorazioni. La scelta dei colori, rosso e azzurro è stata fatta, inoltre, anche rispettando sia i modelli proposti dal Vita Mathildis (fogli 19r e 21r [47]) ma anche nel preciso intento di richiamare i colori della Contrada, per la quale questo costume è destinato a sfilare, Maestà della Battaglia (Quattro Castella, RE).

 

L’abito ha corpino abbastanza dritto e largo nella parte superiore con una gonna abbastanza svasata ma non eccessivamente; la scollatura è tonda e non troppo ampia mentre le maniche sono lunghe e svasate e caratterizzate da una parte dritta ad altezza dell’avambraccio che in alcuni modelli dei secoli XI e XII era bordata o decorata con ricami, come nel costume bizantino che mantenne questa caratteristica ancora nel XIII secolo. L’abito è stato realizzato con tessuto rosso e bordato sul collo, ad altezza dell’avambraccio e lungo gli orli di maniche e gonna con passamaneria in oro fino, alta 2 cm. La passamaneria riproduce il classico motivo che si ritrova in molte decorazioni scultoree dell’arte romanica e decorazioni simili si ritrovano anche negli archi di alcune pagine miniate dei manoscritti dei secoli dal VIII al XII.

 

Figura 29 – Decorazione degli archi tratta da una delle prime pagine della Bibbia di Vivien, di Carlo il Calvo, IX sec. prodotto dallo scriptorium dell’Abbazia di Tours. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 1, folio 9v [48]

 

Figura 30 – Decorazione del bordo pagina del foglio 9v della Bibbia di Vivien. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 1, folio 9v [49]

 

Figura 31 – Decorazione scultorea dell’archivolto dell’Abbazia di Santa Fede di Cavagnolo (TO), XII secolo.

 

Figura 32 – La bordura in oro con motivi geometrici che si ripetono in giochi di luci e simmetrie. Dettaglio della bordura del mantello.

 

Figura 33 – Schema del costume storico, bozzetto stilizzato realizzato a computer.

 

Figura 34 – Il costume alla fine dell’assemblaggio, realizzato a macchina, mentre alcune rifiniture interne del collo e delle maniche sono state realizzate internamente a mano [50].

 

 

Figura 35- Dettagli durante la lavorazione del collo con applicazione della bordura in oro.

 

Figura 36 – Dettaglio della manica con bordura durante la finitura dell’orlo. La punta è stata rifinita a mano con filo in seta.

 

Figura 37 – Fasi finali della lavorazione del costume, prima della rimozione delle imbastiture. La bordura del collo è più alta di quella utilizzata in maniche e orli della gonna, anche se la differenza è minima, ma è stato necessario al fine di realizzare una decorazione filologicamente coerente con i modelli dell’epoca.

 

Figura 38 – Dettaglio della manica

 

Figura 39 – L’abito finito, con bordure in oro lungo tutti i bordi.

 

Per la realizzazione del mantello è stato invece utilizzato un tessuto azzurro [51] e il mantello ha forma semicircolare allungata (il semicerchio non ha scollature ma è dritto e include una banda di circa 25 cm che in passato era talvolta utilizzata per applicarvi dei ricami, i quali scendevano poi sul davanti e corrispondevano all’apertura). Il mantello misura 2.80 metri di ampiezza per la metà in altezza ed è interamente bordato in oro, non foderato e rifinito internamente con raso, per creare un orlo fine e discreto. La bordura in oro che corrisponde ai due lati della chiusura del mantello, cioè la parte più alta è alta 3 cm come quella usata per lo scollo e il bordo della parte alta della manica, mentre la semicirconferenza è stata coperta con bordura di 2 cm. Il mantello viene chiuso con il sistema della fibula doppia, rotonda in oro con catenina doppia.

 

Figura 40 – Schema del mantello realizzato a computer [52].

 

Figura 41 – La rifinitura interna con raso che conferisce al mantello un rinforzo, in assenza di fodera. L’applicazione della bordura oro è stata fatta intervallando le cuciture della bordura stessa con lo sbieco in raso interno.

 

Figura 42 – Imbastitura della bordura dritto e rovescio.

 

Figura 43 – Mantello completo visto da dietro, con la bordura oro più sottile a filo del margine, mentre sul davanti l’apertura la bordura è più alta.

 

Figura 44 – Dettagli del mantello, visto da dietro.

 

Figura 45 – Dettagli dell’orlo del mantello.

 

 

Figura 46 – Dettagli preziosi del mantello, la parte dell’apertura con bordo in oro di 3 cm a trama geometrica che si ripete.

 

Figura 47 – Dettagli preziosi, gli angoli del mantello dove le due bordure si incrociano in modo armonico come se fosse un unico bordo.

 

Il copricapo di questo costume è composto da due elementi: velo e corona. La corona è stata realizzata in tessuto rosso, da richiamare il colore dell’abito e abbinarsi allo stesso, è una corona circolare internamente rinforzata in pelle e decorata esternamente con la bordura oro alta, utilizzata sia nello scollo e nelle maniche sia nell’apertura del mantello, mentre il velo è in tessuto leggero bianco, di forma semicircolare senza decorazioni, ma con semplice bordino in filo d’oro ricamata.

 

Figura 48 – Schema della corona stilizzato e realizzato al computer.

 

Figura 49 – Copricapo con velo, prima dell’applicazione della bordura, durante la sua realizzazione.

 

Figura 50 – Il copricapo con velo.

 

Figura 51 – Dettagli preziosi visti da vicino, il velo con bordino ricamato in filo d’oro e la corona decorata con la stessa bordura in oro spessa usata nel mantello e nell’abito.

 

 

In ultimo al costume è stata aggiunta una scarsella in tessuto, questa volta azzurro per richiamare il colore del mantello e bilanciare i colori di tutti gli elementi realizzati. Il sacchettino ha una coulisse interna di raso abbinato, dentro la quale è stata fatta passare una cordella in cuoio, mentre due bande di diverso spessore di bordo spesso in oro decorano il tessuto.

 

Figura 52 – Il sacchetto durante la realizzazione, la bordura in oro è stata rifinita in un secondo momento, a mano e con filo in seta, dopo la chiusura delle cuciture. I bordi della coulisse sono anch’essi rifiniti a mano con filo d’oro.

 

Figura 53 – Il sacchetto finito, misura poco più di 20x20 cm.

 

Figura 54 – Il sacchetto finito e chiuso.

 

Figura 55 – Schema del costume.

 

Figura 56 – Foto del costume completo.

Torna all’indice

Curiosità

Il costume è stato interamente progettato su misura, utilizzando un apposito programma di stilizzazione da noi realizzato e grazie a Photoshop è stato possibile realizzare un’anteprima dell’effetto finale con le bordure, che inizialmente prevedevano elementi diversi da quelli poi scelti e applicati sul tessuto. Dopo la progettazione a computer è stato realizzato il taglio dell’abito che comprende tunica, mantello, copricapo con velo e scarsella.

 

Questo costume sfilerà come costume nobiliare nella Contrada Maestà della Battaglia, di Quattro Castella (RE) in occasione del 50° Anniversario del Corteo Storico Matildico e IX Centenario dalla morte di Matilde di Canossa (1115 – 2015).

 

Fonti bibliografiche

Libri

  • AA.VV. Insediamento storico e beni culturali alta Valle del Secchia. Modena: Cooptip - Modena, 1981.
  • Barbero, Alessandro. Carlo Magno. Un padre d'Europa. Laterza, 2002.
  • Crowfoot, Elisabeth, Frances Pritchard, e Kay Staniland. Textiles and Clothing: Medieval Finds from Excavations in London, c.1150-c.1450. Vol. Medieval Finds from Excavations in London Vol. IV. London: Boydell Press, 2001.
  • De Courtais, Georgine. Women's Hats, Headdresses And Hairstyles: With 453 Illustrations, Medieval to Modern. Dover Pubblications, 2006.
  • Ferri, Edgarda. La Grancontessa. Vita, avventure e misteri di Matilde di Canossa. Mondadori, 2002.
  • Herbert, Druitt. A Manual of Costume as Illustrated by Monumental Brasses. Ill. London: Alexander Moring Ltd., 1906.
  • Lacroix, Paul. Manners, customs, and dress during the Middle Ages, and during the Renaissance period. New York: D. Appleton, 1874.
  • Levi Pizetsky, Rosita. Il costume e la moda nella società italiana. Milano: Einaudi ed., 1978.
  • Mancinelli, Laura. Il principe scalzo. Einaudi, 1999.
  • Modena, Museo civico di storia e arte medievale e moderna. La Collezione Gandini: tessuti del Medioevo e del Rinascimento. Modena, 2010.
  • Norbert, Wolf. Capolavori della miniatura. I codici miniati più belli del mondo dal 400 al 1600. Taschen, 2007.
  • Norris, Herbert. Costume & fashion. The evolution of European dress through the earlier ages. 2 vol. London and Toronto: J. M. Dent & Sons LTD., 1931.
  • —. Medieval Costume and Fashion. New York: Dover Pubblications, 1998.
  • Pisetzky, Rosita Levi. Storia del costume in Italia. Vol. I. 5 vol. Treccani, 1964.
  • Planchè, J.R. A Complete View of the Dress and Habits of the People of England from the establishment of the Saxons in Britain to the present time. Ill. Vol. I e II. 2 vol. London: Henry G. Bohn, 1842.
  • —. A Cyclopedia Of Costume Vol. II A General History Of Costume In Europe. Vol. II. 2 vol. London, 1819.
  • Shaw, Henry. Dresses and decorations of the Middle Ages. Vol. I e II. Londra: Pickering, 1843.
  • Steele, Valeria. Encyclopedia of clothing and fashion. Vol. I, II e III. 3 vol. USA: Gale and Charles Scribner’s Sons, 2005.

 

Siti internet

Disposizione in base alla lingua e all’ordine alfabetico

 

Enciclopedia Treccani Online

  • Enciclopedia, Treccani. Agnèse di Poitiers. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/agnese-di-poitiers/.
  • —. Attoni di Canossa. s.d. Attóni di Canossa.
  • —. Azzo Adalbèrto marchese di Canossa. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/azzo-adalberto-marchese-di-canossa/.
  • —. Beatrice di Lorena marchesa di Toscana. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/beatrice-di-lorena-marchesa-di-toscana/.
  • —. Beatrice di Lorena, marchesa e duchessa di Toscana (Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 7). A cura di Margherita Giuliana Bertolini. 1970. http://www.treccani.it/enciclopedia/beatrice-di-lorena-marchesa-e-duchessa-di-toscana_%28Dizionario-Biografico%29/.
  • —. Bonifacio da Canossa (Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 18 ). A cura di Gherardo Ortalli. 1975. http://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-da-canossa_%28Dizionario-Biografico%29/.
  • —. Bonifàcio duca e marchese di Toscana. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-duca-e-marchese-di-toscana/.
  • —. Bonifacio, duca e marchese di Toscana. A cura di Antonio Falce. 1930. http://www.treccani.it/enciclopedia/duca-e-marchese-di-toscana-bonifacio_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Bonifacio, marchese e duca di Toscana. A cura di Margherita Giuliana Bertolini. 1971. http://www.treccani.it/enciclopedia/marchese-e-duca-di-toscana-bonifacio_%28Dizionario-Biografico%29/.
  • —. Corrado II (Enciclopedia-Dantesca). 1970. http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii_%28Enciclopedia-Dantesca%29/.
  • —. Corrado II detto il Salico (Dizionario-di-Storia). 2010. http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii-detto-il-salico_%28Dizionario-di-Storia%29/.
  • —. Corrado II imperatore, detto il Salico. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii-imperatore-detto-il-salico/.
  • —. Corrado II imperatore, detto il Salico. A cura di Vito Antonio Vitale. 1931. http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii-imperatore-detto-il-salico_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Enrico II il Santo. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-ii-imperatore-detto-il-santo/.
  • —. Enrico III imperatore, detto il Nero (Enciclopedia Italiana). A cura di Giovanni Soranzo. 1932. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iii-imperatore-detto-il-nero_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Enrico IV Imperatore (Enciclopedia-Italiana). A cura di Giovanni Soranzo. 1931. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iv-imperatore_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Enrico IV imperatore. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iv-imperatore/.
  • —. Enrico V (Enciclopedia Italiana). A cura di Giovanni Soranzo. 1932. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-v-imperatore_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Enrico V. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-v-imperatore/.
  • —. Matilde di Canossa (Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 72. A cura di Paolo Golinelli. 2008. http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa_%28Dizionario-Biografico%29/.
  • —. Matilde di Canossa (Enciclopedia-Dantesca). A cura di Simonetta Saffiotti Bernardi. 1970. http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa_%28Enciclopedia-Dantesca%29/.
  • —. Matilde di Canossa. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa/.
  • —. Ranièri marchese di Toscana. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/ranieri-marchese-di-toscana/.
  • —. Tedaldo marchese di Canossa. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/tedaldo-marchese-di-canossa/.
  • Encilclopedia, Treccani. Duchi di Lorena. s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/duchi-di-lorena/.
  • Treccani, Enciclopedia. Donizone di Canossa. A cura di Giuseppe Rotondi. 1932. http://www.treccani.it/enciclopedia/donizone-di-canossa_%28Enciclopedia-Italiana%29/.
  • —. Enrico III (deto il Nero). s.d. http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iii-imperatore-detto-il-nero/.

 

Manoscritti

 

Fonti e Reperti archeologici

Le immagini di frammenti tessili e reperti archeologici quali orecchini, collane e fibule sono stati tratti dai database del © Victoria & Albert Museum e del © Metropolitan Museum of Art di New York.

 

Note

[1] Nato probabilmente a Canossa e vissuto tra i secoli XI e XII, fu monaco benedettino del monastero di Sant'Apollonio di Canossa, in cui entrò verso il 1090 e del quale divenne successivamente abate. Durante il corso della sua vita compose alcuni scritti in latino, tra i quali ricordiamo l'Enarratio Genesis, opera in distici (368 versi), di carattere religioso, e la Vita Mathildis ("Vita di Matilde") o Acta Comitissae Mathildis ("Atti della contessa Matilde"), biografia della Grancontessa Matilde di Canossa (della quale fu amico e confessore personale), composta poco prima del 1115. Quest'ultimo poema, diviso in due libri, è ritenuto di ragguardevole importanza storica come fonte primaria sulla vita di Matilde, nonostante lo stile di Donizone sia piuttosto rozzo e incolto.

[2] Il codice originale è il Vat. 4922 e consultabile al link http://digi.vatlib.it/view/MSS Vat.lat.4922/0001 ma per ragioni di copyright non è possibile riprodurre alcuna miniatura dalla versione digitale del manoscritto.

[3] Si tratta di fonti che non parlano espressamente di Matilde, ma della famiglia imperiale e dei suoi vassalli con cui Matilde ebbe a che fare durante la Lotta alle investiture e nella lotta per la successione alla sua eredità come vedova di Goffredo il Gobbo, suo fratellastro e cugino. Matilde viene raramente nominata e talvolta non mancano commenti negativi, probabilmente perché le fonti tedesche filoimperiali all’epoca avevano da guadagnare nel dipingere la donna come una fellona. Al contrario, Donizone nel suo testo biografico ne fa quasi una santa, ma obiettivamente parlando il periodo canossiano non fu certo un periodo di gloria e di pace, indipendentemente dalla condotta della Margravia Matilde o di sua madre.

[4] I secoli XI e XII sono i secoli del trionfo dell’arte romanica, più che della miniatura ed è proprio l’arte romanica in questo caso a venire in aiuto quale tipologia di fonte artistica, per quanto concerne costumi e decorazioni, che saranno però descritti successivamente nella parte dedicata all’arte medievale e alle fonti artistiche dell’epoca.

[5] La costruzione di chiese e abbazie faceva parte della mentalità dell’epoca e i fini erano diversi, ma tutti strettamente legati alla religione ed alla fede più che a fornire degli scriptoria da cui uscissero codici miniati (questo accadeva durante la rinascita carolingia e solo in alcuni luoghi). La costruzione di chiese e abbazie era finanziata soprattutto dai nobili al fine di ottenere perdono e grazie per i propri defunti, ma anche per ottenere il proprio perdono dei peccati quando si era ancora in vita.

[6] La maggior parte dei manoscritti catalogati e datati al XI secolo sono greci e slavi, comunque orientali e alcuni presentano anche decorazioni, ma raramente sono miniati. In Europa invece si hanno diversi volumi miniati e si ricordano in particolare quelli germanici e franco-germanici come il Sacramentario de l’égl. de Verdun. che ha miniature nello stile dell’Evangeliario di Ottone III, ma è ospitato presso la BnF (Latin 18005) e sempre presso la BnF si ricordano l’Evangeliario dell’Abbazia di Senones (Latin 9392), la Biblia Sancti Martialis Lemovicensis altera (Latin 8), il Psalterium et hymnarium ad usum monasterii Sancti Dionysii (Latin 103), Sacramentarium Figiacense (Latin 2293), Missale benedictinum ad usum Trecensem (Latin 818), l’Evangeliario per differenti festività (Evangiles pour différentes fêtes, Latin 17325). In Germania invece si hanno: l’Apocalisse di Bamberga (Bamberg State Library, Msc.Bibl.14), il Pericopio di Enrico II (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 4452) e l’Evangeliario di Ottone III (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 4453), il Pericopio di Salzburg (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 15713). Si ricorda anche qualche esemplare anglosassone tra cui un antico Esateuco anglosassone, ospite presso la British Library di Londra (Cotton MS Claudius B IV) e l’Evangeliario di Enrico II (Bamberg State Library, Msc. Bibl. 95) e ancora lo Uta Codex (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 13601), l’Evangeliario del Duomo di Bamberga o Reichenau (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 4454). Infine si ricordano il Salterio di Melisenda (British Library, Ms. Egerton 1139), il Salterio di Teodoro di fattura bizantina (British Library, Add.19352), il Sacramentario di Enrico II (Bayerische Staatsbibliothek, Clm 4456) e il Pericopio di Enrico III (Universitätsbibliothek Bremen Ms. b. 21).

[7] Anche quando si formarono i primi comuni liberi non vi fu comunque pace poiché si scagliavano ripetutamente uno contro l’altro per assicurarsi il dominio di una zona o di un’altra e vi era sempre il sistema feudale fondato su legami di parentela e giuramenti di fedeltà, a fungere da fondamenta della struttura dell’allora società. La realtà è più complicata, in vero, poiché la formazione e lo scioglimento di legami di parentela e vassallaggio (talvolta corrispondevano pur non essendo la stessa cosa) corrispondeva quasi sempre a decisioni di natura politica ed economica di privati, in genere famiglie.

[8] Donizone viene definito come verseggiatore rozzo e incolto, di scarse conoscenze classiche e che offre maggiore interesse come fonte storica seppure vi è da aggiungere che Donizone scrisse il libro quando ormai Matilde era vecchia, nei suoi ultimi anni di vita e dunque dovette rifarsi a fonti anteriori o a chi viveva da sempre con la contessa, per conoscere i dettagli o qualche cenno della sua infanzia.

[9] Perikopenbuch Heinrichs III - Bremen Stadtbibl. cod.B.21 - Wikipedia

[10] Carlo Magno. Un padre dell'Europa. Alessandro Barbero, Ed. Laterza, 2002

[11] Codex Aureus (Speyerer Evangeliar) - Wikipedia

[12] L’autore a cui si attribuiscono questi manoscritti sarebbe Ekkehard von Aura, come scritto anche nel sito della Parker Library e nella Staatsbibliothek di Berlino, Cod. Lat. 295.

[13] Sono stati utilizzati però anche manoscritti datati al primo quarto del XII secolo, specialmente quelli tedeschi e francesi, al fine di delineare più correttamente i modelli del costume femminile dell’epoca in cui visse Matilde di Canossa.

[14] Weltchronik des Ekkehard von Aura. Staatsbibliothek Berlin, Stiftung Preußischer Kulturbesitz, Cod. Lat. 295, fol. 99r

[15] I ritratti di Matilde di Canossa, intesi come dipinti, sono relativamente recenti e il più antico risale al XVI secolo ad opera di Paolo Farinati ed oggi custodito presso il Museo di Castelvecchio (VR) mentre quello del Castello di Bianello recentemente ristrutturato e inaugurato quest’anno (2015) è di Giuseppe Ugolini e risale al XIX secolo anche se ispirato come il ritratto rinascimentale a immagini femminili quattrocentesche poiché in entrambi i ritratti la donna indossa un modello di pellanda, in uso nel XV secolo e non nel XI.

[16] Quei pochi esemplari presenti, sono quasi sempre fotografati in bianco e nero, trattandosi di reperti trovati in epoca non troppo recente e in altri casi si tratta di fotografie realizzate all’epoca della scoperta e poi scannerizzate e messe disponibili online. Questo è un notevole svantaggio poiché non permette di individuare i colori dei tessuti e la trama.

[17] http://collections.vam.ac.uk/item/O84931/woven-silk-unknown/

[18] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/468062

[19] Biblia Sancti Martialis Lemovicensis, Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 8 (1) - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b85410155/f187.highres

[20] Biblia Sancti Petri Rodensis. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2) - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8538801s/f13.item

[21] Biblia Sancti Petri Rodensis. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2) - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8538801s/f129.highres

[22] Biblia Sancti Petri Rodensis. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 6 (2) - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8538801s/f129.highres

[23] Già all’epoca si usava cucire perle e pietre per ornare mantelli regali, imperiali o paramenti religiosi per importanti figure dei più alti livelli della gerarchia ecclesiastica. Esemplari di questo genere sono rappresentati dal Mantello dell’Incoronazione di Ruggero II, dalla Tunicella o dalamatica di Ruggero II e dalla dalmatica di Guglielmo.

[24] Nelle arti soprattutto figurative, la stilizzazione è la rappresentazione di un soggetto nei suoi soli tratti essenziali; le figure così rappresentate sono dette "stilizzate". A seconda del contesto, il termine "stilizzazione" può essere usato informalmente come sinonimo di "semplificazione", oppure in senso più specifico, per esempio riferendosi a un particolare stile di rappresentazione della realtà proprio di un determinato periodo storico, artista, movimento pittorico e così via.

[25] Al tempo del loro matrimonio Enrico il Leone era uno dei più ferventi sostenitori dell'imperatore Federico Barbarossa, tuttavia nel 1182 una diatriba fra il marito e l'imperatore li obbligherà a lasciare la Germania per trovare riparo in Normandia. L'esilio dura fino al 1185, tuttavia per suo marito si ripeterà ancora nel 1189, i tentativi di Matilde di procurargli un modo per ritornare sono stroncati dalla sua morte avvenuta quello stesso anno, quando aveva appena 33 anni.

[26] Evangeliario di Enrico il Leone, Herzog August Bibliothek, Cod. Guelf. 105 Noviss. 2° - http://diglib.hab.de/mss/105-noviss-2f/start.htm?image=171v

[27] Essendo Matilde vissuta più nel XI secolo che nel XII (morì infatti nel 1115), la gente tende a ricordarsi soprattutto la principale e più famosa miniatura del manoscritto di Donizone pensando che sia del XI secolo, ma in realtà non è così. Non si sa con esattezza quando Matilde conobbe Donizone e in che misura i due si conoscessero, anche se è certo che questo monaco benedettino fosse una figura molto vicina a Matilde e probabilmente la seguiva anche nei suoi spostamenti. La maggior parte delle fonti tende a sostenere che Donizone conobbe Matilde tra la fine del XI e gli inizi del XII secolo. Anche di Donizone purtroppo non si conoscono né nascita né data di morte o altri dettagli che permettano di capire se l’autore abbia conosciuto Matilde sin da giovane e quindi sia stato un testimone oculare degli eventi storici che ha poi scritto o se si sia piuttosto rifatto a fonti precedenti o addirittura testimonianze di chi visse sempre accanto a Matilde.

[28] Alcune statue presenti in alcune cattedrali del XII secolo mostrano un corpino aderente e staccato dal tessuto della tunica dalle ampie maniche.

[29] (Pisetzky 1964)

[30] Passionale, pars aestivalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.56, folio 15r - http://digital.wlb-stuttgart.de/sammlungen/sammlungsliste/werksansicht/?no cache=1&tx dlf[id]=432&tx dlf[page]=35

[31] Passionale, pars aestivalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.56, folio 30r – http//digital.wlb-stuttgart.de/sammlungen/sammlungsliste/werksansicht/?no cache=1&tx dlf[id]=432&tx dlf[page]=67

[32] Passionale, pars hiemalis, Württembergische Landesbibliothek, Cod.bibl.fol.57, folio 4r – http://digital.wlb-stuttgart.de/sammlungen/sammlungsliste/werksansicht/?no cache=1&tx dlf[id]=1234&tx dlf[page]=13&cHash=431001eed260c1eb12a2d68a0d183c4a

[33] Biblia latina vulgatae versionis cum prologis, Engelberg, Stiftsbibliothek, Cod. 4, folio 69v - http://www.e-codices.unifr.ch/it/bke/0004/69v/0/Sequence-140

[34] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 15675, folio 2v – htp://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84526716/f12.item.r=Latin%2015675

[35] Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Latin 15675, folio 7v - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84526716/f22.item.r=Latin%2015675

[36] (Norris, Medieval Costume and Fashion 1998)

[37] (Pisetzky 1964)

[38] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/463045

[39] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/463586

[40] http://collections.vam.ac.uk/item/O16630/breast-ornament-unknown/

[41] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/464555

[42] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/464555

[43] (Norris, Medieval Costume and Fashion 1998)

[44] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/452939

[45] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/451066

[46] http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search/473486

[47] Vita Mathildis (Acta Comitissae Mathildis) di Donizone di Canossa – Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat.lat.4922, 19r - http://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.4922/0041 e http://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.4922/0046

[48] Bibbia di Vivien. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 1, folio 9v - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8455903b/f26.item.r=charles%20le%20chauve

[49] Bibbia di Vivien. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 1, folio 9v - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8455903b/f26.item.r=charles%20le%20chauve

[50] Per ragioni di vestibilità e per garantire una buona conservazione oltre ad un duraturo utilizzo dell’abito, le cuciture sono state realizzate a macchina (doppia cucitura a taglia cuci, rifinita con punto dritto), con le migliori tecniche attuali.

[51] In araldica il blu non esiste e anche nelle tonalità più scure del blu, si parla sempre di azzurro.

[52] Inizialmente sia per la tunica sia per il mantello, la bordura più alta si era pensato di utilizzare bordure realizzate a telaio e con motivi sia geometrici sia di animali ma si trattava in questo caso di bordure con più colori (difficili da trovare) e in un secondo momento si è invece optato per utilizzare una ricca decorazione dorata, con un motivo più semplice ma comunque coerente con il tipo di decorazioni romaniche.