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Costume storico

Le Vesti del Perdono

Le Vesti del Perdono
Il progetto della ricostruzione dei costumi della miniatura di Donizone, dedicata al Perdono di Canossa

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Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono. Il video commemorativo dell’evento cui è dedicato questo progetto di ricostruzione del 2016-2017

Il progetto di ricostruzione dei costumi della miniatura forse più celebre della storia, raccontando essa un evento divenuto proverbiale “Andare a Canossa” quale simbolo di pentimento e umiliazione. Il progetto che ha visto realizzare in oltre un anno di duro lavoro i tre costumi del Vita Mathildis (Cod. Lat 4922 Bibl. Ap. Vaticana), è descritto in questa parte del blog: Matilde e l'Impero. Le Vesti del Perdono e ha un video celebrativo.

 

Al link indicato si può anche vedere la gallery con le immagini dei costumi realizzati a fine di proposta ricostruttiva da Vivere il Medioevo

 

Nozze a Cascia: abiti, cerimonie e riti nuziali della Cascia del ‘400 (Tratto dalla Vita di Santa Rita)

Indice

L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

     Nozze sobrie

Bibliografia

     Internet


L’amore e la guerra di Rita: l’incontro e le nozze con Paolo Mancini

Di Paolo di Ferdinando Mancini sappiamo poco e sappiamo che faceva parte di quelle famiglie che si dilettavano a guerreggiare e praticare la faida nella Cascia di quegli ultimi anni del XIV secolo e i primi del successivo. Era molto più grande di Rita, sui venti mentre lei era appena dodicenne. Paolo era dunque un soldato sicuramente, cavaliere è probabile ma non nel senso di appartenente ad un Ordine equestre, nobile o comunque ricco e di famiglia in vista con buona probabilità. Paolo non godeva di ottima fama, proprio perché sicuramente era solito unirsi o essere in prima fila durante le cavalcate in territorio nemico, aveva le mani intrise di sangue e conosceva poche regole, oltre a quelle della scherma anche se non è possibile immaginarlo attorno ad un manuale di combattimento, essendo il Fiore dei Liberi pubblicato solo nel 1409 (1410) a Ferrara. Aveva imparato la guerra con la pratica. Era legato a circoli potenti, famigliari e politici, all’interno dei quali ricopriva un ruolo che gli assicurava rispetto [1]. Oggi saremmo propensi a fare atroci paragoni essendo la realtà della faida e della vendetta ancora praticate laddove regna l’anarchia. Non era un capo in senso assoluto, ma un gregario [2] potente che disponeva a sua volta di altri gregari, dei quali si avvaleva per fare ciò che doveva. Sembra che quando vide Rita la prima volta, se ne fosse innamorato e per rispetto ne avesse chiesto la mano al padre. Probabilmente la notizia è agiografica, perché come è possibile pensare che ad un tale individuo, promotore della violenza, un paciere come Antonio Lotti concedesse la mano della figlia da poco adolescente senza opporre obiezioni?


I genitori di Rita avevano certamente in mente di maritare la figlia per assicurarle un futuro e una certa protezione come accadeva a quei tempi assicurandole magari una dote, ma da più parti pare che la giovane fosse reticente. Paolo però rappresentava al contempo qualcuno che l’avrebbe potuto proteggere sostituendo un domani la protezione della famiglia di origine. Paolo, come lo definisce l’autore «era coinvolto, come tanti giovani di lama lesta e spirito intraprendente, nel grande gioco delle rivalità casciane, che era principalmente politico». Non è possibile però che fosse un figlio di nessuno e se aveva chiesto la mano di Rita, considerava non solo il suo status sociale ma anche il proprio per credere di averne quanto meno diritto. Ciò ha condotto gli storici a pensare che probabilmente era un ufficiale militare della Guarnigione di Collegiacone [3], o forse anche un ricco commerciante o mediatore di affari con la propria famiglia e aveva un ruolo nel crocevia commerciale che passava per il centro Italia tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo [4]. Dalle ricerche d’archivio sul suo cognome emergono notizie sulla sua famiglia e si trovano riferimenti ad un mulino, che era una fonte di ricchezza per l’epoca e la professione di mugnaio era fiscalmente privilegiata e questo faceva di lui un piccolo monopolista locale di farina, pane e derivati. Era dunque ricco, ma non per questo amato considerando che gli agricoltori alle sue dipendenze spesso avevano visto i loro diritti violati sulla parte a loro spettante del raccolto. La casa accanto al mulino sul fiume Corno, fu probabilmente la seconda residenza di famiglia di Paolo e Rita.


Malgrado avesse l’anima nera e fosse coinvolto in traffici e faide sporche di sangue, Paolo era risolutamente e sinceramente innamorato di Rita e voleva sposarla secondo le regole. Se i genitori di lei e forse anche quelli di lui fossero perplessi da questa unione è una lecita domanda perché nessuna delle due parti vedeva di buon occhio per molte ragioni, specie politiche, le possibili conseguenze di quell’unione. Tuttavia sembra che acconsentirono. Paolo di Ferdinando [5] è l’uomo chiamato nei documenti del 1393 pretendente alla mano di Rita. Come si fossero conosciuti è un po’ un mistero, probabilmente erano compaesani e Paolo non trascorreva tutto il suo tempo, seppur la maggior parte, nelle lotte e negli intrighi. Altre ipotesi suggeriscono che la conobbe in una occasione offertagli dalla sorte o da Dio, durante l’esercizio dell’attività di famiglia. Seppure reticente, forse perché appena adolescente, le fonti non parlano di rifiuto di Rita a sposarsi né negano un suo reciproco sentimento nei confronti di un uomo così diverso da lei. Non esistevano problemi legali perché gli Statuti casciani [6] attestano l’età minima per le nozze ai maschi a quattordici anni e per le femmine a dodici, dunque Rita poteva sposarsi. Per noi oggi sarebbe follia, ma bisogna considerare la mentalità e anche l’età media, lo stile di vita e l’elevato tasso di mortalità infantile e anche in puerperio.


L’agiografia non riporta di focose passioni o cose travolgenti benché confrontando un carattere come quello che poteva avere Paolo con quello mite sicuramente di Rita, si sarebbe detto che fossero incompatibili, considerando anche che venivano da due mondi completamente agli antipodi: la pace e la guerra, impossibili forse da conciliare. L’agiografia tace e questo anche in segno di rispetto di un amore coniugale sincero e che mette una nota positiva alla leggenda nera che circonda lui. Profondamente rispettata dal padre e onorata dal marito Rita forse sfugge ai luoghi comuni del suo tempo e ad alcune convenzioni, tuttavia Paolo è definito come uno dal brutto carattere, rissoso e tendente alle sfuriate a cui lei non reagiva apparentemente mai fino a quando non era sbollita la collera. Trascorsero insieme diciotto anni e dunque un matrimonio duraturo per l’epoca, vita insieme che terminò drammaticamente quando venne assassinato. Erano felici insieme e forse la vicinanza mitigò il caratteraccio di lui e lei fu a lungo un esempio per lui a cambiare vita e rinunciare alla violenza delle faide. Il fatto che Rita avesse ricevuta una profonda e ampia educazione religiosa non fa di lei una bigotta incapace di provare le forti emozioni umane, tipiche dell’adolescenza e dunque il desiderio e la passione che portano a provare attrazione, amore per il proprio uomo. Rita era innamorata di quel ragazzo e seppe amarlo intensamente fin da principio, ma pare che attesero due anni prima delle nozze vere e proprie. Dunque Rita convolò a nozze a quattordici anni quando Paolo aveva superato la ventina. Qui testimonianze postume indirette e agiografia fanno la gara a colmare il vuoto storico che le fonti non raccontano, per descrivere l’amore tra queste due persone. Un Medioevo romantico, diverso da quello descritto nel contesto storico che però non va mai dimenticato perché anche se felici insieme, Rita e Paolo erano consapevolissimi di essere in un mondo che non perdonava niente e nessuno e ne pagarono il prezzo.


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Nozze sobrie

Arrivati al giorno tanto agognato delle nozze, Rita e Paolo iniziarono il nuovo percorso insieme. Le fonti parlano di un matrimonio sobrio e non per tirchieria delle famiglie che volendo avrebbero potuto spendere anche molto, ma per i limiti imposti dalle Leggi suntuarie casciane [7][8]. Così per quanto riguardava i matrimoni, poneva limiti severi alla libertà di scambiarsi doni, di invitare alla cerimonia chiunque si volesse, di largheggiare nell’ospitalità. Soltanto gli sposi potevano farsi reciprocamente dei regali. Non era loro permesso, per, di farne ad altri, né riceverne. Nemmeno dai suoceri o dai parenti più stretti. Al pranzo, poi, non potevano prendere parte che i consanguinei fino al terzo grado e gli affini fino al secondo. In pratica: genitori, fratelli e cognati, eventualmente nonni e nipoti e qualche zio, ma niente cugini e amici [9]. C’era tuttavia della grazia nel nitore [10] dei riti nuziali e delle sobrie cerimonie famigliari che gli statuti e l’etichetta di Cascia prevedevano.


Per quanto riguarda il momento immediatamente precedente alle nozze troviamo riti che ci sembrano più famigliari e vicini ai nostri tempi che al Medioevo che siamo abituati a sentire raccontare. Paolo mandò a casa di Rita, qualche tempo prima del matrimonio doni semplici ma raffinati: una cintura e degli abiti. A recapitarli furono, secondo la tradizione, tre donne. Le quali però non poterono accettare a casa di Rita niente da bere o da mangiare salvo un “bicchierino e pastine”. Di lì a poco tempo, quando la data era ormai prossima, Paolo mandò altri doni più pregiati: tessuti e ornamenti personali, forse gioielli. A recapitarli, questa volta furono tre uomini.


Venne infine il giorno del matrimonio che si celebrò in Casa Lotti (una cappella di famiglia) o più verisimilmente la Chiesa di Montano che era li vicina. Il problema del luogo è relativo e l’autore, Cuomo, sostiene che probabilmente tutto il rito avvenne in una volta sola iniziando dalla casa della sposa e che rappresentava la parte meramente contrattuale poiché vi erano anche beni materiali di valore e conclusosi in chiesa per la liturgia nuziale con la somministrazione del sacramento. Erano presenti dieci uomini e dieci donne in tutto. Rita e Paolo si scambiarono gli anelli di foggia umbra, diversi dalle comuni fedi nuziali poiché rappresentavano due mani che si stringono. Mentre quello di Paolo è andato perduto, quello di Rita è conservato invece ed esposto al pubblico nel convento che ne porta il nome [11].


  

Figura 2 – L’anello nuziale accanto alla teca che custodisce il corpo intatto della Santa. Fonte: web. Accanto una riproduzione moderna che mostra più in dettaglio le due mani che si stringono.


Quanto agli abiti si può solo fantasticare, servendocisi di fonti sul costume, leggi suntuarie e storiografia oltre alle fonti iconografiche coeve, quale fossero quelli nuziali di Rita e Paolo. Un piccolo libricino noto come Regole per alcune anime divote[12], un breviario casciano in volgare umbro di quel tempo, ci fornisce alcune limitazioni probabilmente prese dagli statuti suntuari casciani per cui sappiamo anche cosa sicuramente non avrebbe indossato Rita quel giorno. Non c’erano sicuramente esagerazioni in eccentriche ‘forgie o frappature’ [13], code o altri addobbi vistosi che potessero farla passare per covella qualsiasi [14], ma sicuramente non si sarà ecceduto nemmeno in francescano rigore. È possibile che possa aver indossato “vestimenta rachamate” su una “camiscia lavorata al collaro o vero le estremità de le maniche” e che non abbia rinunciato a quegli ornamenti che la sua condizione le consentiva di possedere – e di esibire in determinate occasioni, per tradizione di famiglia – come “el collaro de oro o de argento o de perle o de seta o de altra materia” [15]. Non ci sono termini specifici di vestiario per identificare, almeno nelle fonti iconografiche un modello di abito ma la presenza di una veste ricamata lavorata al collo e alle estremità delle maniche fa ragionevolmente presumere – ed è un’ipotesi del tutto legittima – che Rita indossasse una versione della pellanda [16] o una gamurra [17]. Sul colore non ci viene data nessuna informazione e purtroppo non si hanno fonti iconografiche né coeve né postume di questo sposalizio per avere qualche dettaglio in più sulle vesti e gli ambienti di uno sposalizio tanto speciale.


 

Figura 3 - Cappella di Teodolinda, Storie di Teodolinda, Monza. Zavattari, 1444. Si nota la pellanda della regina mentre le ancelle, specie quella frontale indossa una veste già tipicamente rinascimentale. In questo caso la pellanda non mostra il collare come nelle versioni francesi, specie nei manoscritti miniati o nell’esemplare del Maestro della Manta del Castello di Saluzzo, in Piemonte sempre della prima metà del XV secolo, a fianco (rappresentazione di Eleonora di Arborea). Ovviamente questi modelli di pellanda sono molto lussuosi, è possibile che Rita indossasse una versione dal taglio più simile a quello della Manta, ma senza le frange e i particolari dettagli delle maniche.


Figura 4 – Esempi di gamurre tratte dall’affresco ‘Adorazione del sacro legno e incontro tra Salomone e la Regina di Saba’ di Piero della Francesca del 1452 (ultimi anni di vita di Santa Rita). Si tratta di immagini usate ad esempio, poiché non si hanno ritratti della vita di Rita prima della vita monastica e anche dopo, l’immagine che la ritrae sfrutta soprattutto la simbologia ritiana per il fedele.


Quanto agli uomini è presumibile che la loro tenuta sia stata pressoché uniforme. La moda maschile prevedeva per le occasioni solenni un abito da cerimonia denominato giornea [18], che consisteva in un’elegante tunica da sovrapporre alla camicia. Le fonti iconografiche e i termini volgari che identificavano uno stesso abito o una sua leggera variante rispetto al taglio originale, creano molta confusione nell’identificare con precisione questo modello di abito. Affreschi italiani di quel periodo comunque sono un’ottima fonte cui attingere, ma si trovano più fonti quattrocentesche che del secolo precedente.


Figura 5 - Cappella dei Magi, Palazzo Medici Riccardi. Benozzo Gozzoli, Firenze 1459. Si osservano in questo affresco coevo del periodo in cui visse gli ultimi anni Santa Rita da Cascia, molti modelli di giornea che è quella tunica indossata con la manica aperta e foderata di pelliccia.


Non vi fu banchetto subito dopo la cerimonia, come accade invece oggi, ma una semplice offerta rituale di vino e ancora pastine, una sorta di rinfresco, diremmo oggi. Paolo se ne tornò a casa sua senza Rita e mandò solo più tardi, quando lei fu pronta, degli amici a prenderla. Così voleva la consuetudine casciana. Lui l’attese sulla soglia. Nessuno lungo la strada potè offrire doni alla sposa né pretendere pedaggi da lei o dagli accompagnatori, per l’attraversamento di proprietà private, il che indica che le loro abitazioni non fossero così vicine.


A casa dello sposo si tenne il primo vero convito, cui parteciparono esclusivamente i suoi parenti, entro i limiti di consanguineità e affinità stabiliti, come si è visto, dalle leggi casciane. Un secondo pranzo si tenne in casa della sposa, una settimana dopo, con solo i parenti di lei. Paolo vi prese parte con tre uomini e tre donne della sua casa portando un cesto di vivande quale rituale ‘contributo del marito’ al banchetto. Anche su questa usanza, certo antecedente alle leggi suntuarie, gli Statuti casciani interferivano, stabilendo che non più di una cesta poteva essere portata. Rita portò con sé nella nuova casa una cassa contenente il suo corredo, scodelle di terracotta ed altri oggetti per la casa [19].


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Bibliografia

  • Cuomo, F. (1997). Santa Rita degli Impossibili. Casale Monferrato: Piemme.
  • Levi Pizetsky, R. (1964). Storia del costume in Italia (Vol. I). Treccani.
  • Levi Pizetsky, R. (1964). Storia del costume in Italia (Vol. II). Treccani.
  • Muzzarelli, M. G. (1996). Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo. Torino: Paravia & C. S.p.A.
  • Muzzarelli, M. G. (1999). Guardaroba medievale. Vesti e società dal XIII al XVI secolo. Bologna: Il Mulino.
  • Muzzarelli, M. G. (2006). Ma cosa avevano in testa? Copricapi femminili proibiti e consentiti fra Medioevo ed età moderna.
  • Muzzarelli, M. G. (2015). Uomini, vesti e regole. Dall’alto medioevo alla prima età moderna. In M. G. Muzzarelli, Gli inganni delle apparenze. Disciplina di vesti e ornamenti alla fine del Medioevo (p. 23-98). Torino, Italia: Paravia.
  • Ottaviani, M. G. (2001). Alcune riflessioni sulla statuizione tardomedievale. Reti Medievali.
  • Patrone, A. M. (1974). L'ascesa della borghesia nell'Italia comunale. Tratto da http://www.rm.unina.it/didattica/fonti/patrone/indice.htm#sez6
  • Pisetzky, R. L. (1978). Il costume e la moda nella società italiana. Milano: Einaudi ed.
  • Rossi, M. (2005). Polisemia di un concetto: la pace nel basso medioevo. Note di lettura . Reti Medievali.
  • Vecellio, C. (1598). Habiti antichi et moderni di tutto il Mondo di Cesare Vecellio. Venezia: Sessa.
  • Vecellio, C. (1664). Habiti antichi. Venezia: Damiano Zenaro (1590-1598 ca.).
  • Vecellio, C. (1849). Habiti antichi et moderni di tutto il mondo (IV ed.).

Internet

  • Treccani, E. (1931). Cascia - Enciclopedia Italiana. (AA.VV., A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1932). Gamurra - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/gamurra_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1933). Giornea - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/giornea_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1935). Pellanda - Enciclopedia Italiana. (G. A. Scaravaglio, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/pellanda_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1936). Santa Rita da Cascia - Enciclopedia Italiana. (B. Paulucci, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/rita-da-cascia-santa_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1938). Cascia - Enciclopedia Italiana - I Appendice. (AA.VV., A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_res-470e7893-8b74-11dc-8e9d-0016357eee51_%28Enciclopedia-Italiana%29/
  • Treccani, E. (1959). Cascia - Enciclopedia dell' Arte Antica. (U. Ciotti, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/cascia_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Antica%29/
  • Treccani, E. (2016). Santa Rita da Cascia - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 87 . (L. Scaraffia, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/rita-da-cascia-santa_%28Dizionario-Biografico%29/
  • Treccani, V. (s.d.). Nitore. Tratto da http://www.treccani.it/vocabolario/nitore/

Note

[1] (Cuomo, 1997)

[2] Dal lat. gregarius, der. di grex gregis «gregge»; propr. «del gregge, che fa parte del gregge». Soldato semplice

[3] Colle Giacone fa parte del comune di Cascia, in provincia di Perugia

[4] (Cuomo, 1997) pp. 60-61

[5] Era costume usare al posto del cognome di oggi, la genealogia paterna

[6] Al di sotto dell’età minima era necessario il consenso del padre, del fratello carnale o di un parente in grado di tutelare la famiglia contro il rischio di ‘nozze colorate’, ovvero una unione ambigua e nociva all’autonomia dei nuclei famigliari, per tutelare la quale era stata codificata una sorta di endogamia politica. Lo scopo era anche impedire che gli equilibri della società casciana potessero risentire dei contraccolpi dell’assorbimento di una famiglia da parte di un’altra. Per i trasgressori erano persino previste pene pecuniarie di almeno cento libbre senza sconti.

[7] Gli Statuti suntuari casciani regolavano le spese per le nozze ponendo espliciti divieti al titolo De expensis non fiendis in nuptiis et sponsalibus. Libro III, Rubrica 16. (Cuomo, 1997) Note pp. 314-315 “Amore”.

[8] Cascia come tutte le città mercantili e corrotte nonostante l’intenso fervore religioso, nelle quali era facile l’accumulo della ricchezza in spregio alla povertà di un’alta percentuale della popolazione, tendeva a darsi un’apparenza di austerità contenendo la vistosità delle feste, dei banchetti, delle celebrazioni che non corrispondevano a occasioni di pubblico interesse.

[9] Lo scopo ufficiale era quello di imporre il risparmio alle famiglie, ma c’era dietro a questo rigore una sorta di compiacimento integralista per quella malintesa sublimazione della povertà che, esaltata talvolta con trascinante furono finiva spesso col degenerare nei lugubri eccessi dei penitenti.

[10] Dal lat. nitor -oris, der. di nitēre «splendere» Lucentezza, nitidezza. fig., chiarezza, eleganza.

[11] Oggi questo anello è stato riprodotto in copie odierne in oro o altri metalli per le coppie che si sposano.

[12] (Cuomo, 1997)

[13] Grossa frangia ornamentale all’orlo di un abito da evitare. Breviario casciano. (Cuomo, 1997)

[14] Da quod velles per fare riferimento a piccole cose che andavano ad aumentare la vanità femminile, una sorta di gingillo che portavano le donne da nulla.

[15] Regole per alcune anime divote

[16] La pellanda (o opelanda o anche pelarda) sembra fosse così chiamata perché foderata di pelli; tuttavia se essa trasse la sua origine dalla houppelande francese, fu poi veste tipicamente italiana, e durante i secoli XIV e XV fu comune agli uomini e alle donne, specie in Lombardia e nell'Italia settentrionale. Apparsa in Francia verso la metà del sec. XIV, rimane in voga sino alla fine del regno di Carlo VI (1422) nella sua forma primitiva: veste ampia, da portare sopra altre vesti, aperta davanti e spesso anche ai lati, con maniche larghe e lunghissime, e in genere ornata di ricami e foderata di pelliccia. (Treccani E. , Pellanda - Enciclopedia Italiana, 1935)

[17] Gamurra, (etim. incerta; ant. fr. chamarre; sp. Zamarra). Antica veste da donna, detta anche camora o zippa (Italia settentrionale) e zimarra (Venezia, sec. XVI). Nel Medioevo è per lo più ampia e lunga, aperta davanti sopra la tunica o il vestito, foderata di pelliccia o d'altra stoffa, guarnita di frange e di cordoni d'oro e d'argento, con o senza maniche. Mentre in Italia è vestito esclusivamente femminile, in Francia la chamarre è anche abito maschile, trasformazione della "pelanda" (houppelande) e del surcot. Attillata alla vita e composta di una sottana e di un corpetto o tagliata a foggia di una sopravveste intera, larga in fondo sopra la faldiglia o il vertigado, chiusa al collo da un collare di merletto o aperta su di un'ampia scollatura, la gamurra, attraverso varî mutamenti, rimane la veste tipica dei secoli XV-XVI. (Treccani E. , Gamurra - Enciclopedia Italiana, 1932)

[18] Su questo capo i termini volgari creano confusione. Per capire bene il taglio dell’abito Treccani fornisce alcune definizioni. Antica sopravveste militare che copriva il petto e il dorso del soldato nel XIV sec., in seguito adottata dagli uomini d'ogni condizione, divenne una specie di piccola dalmatica senza cintura, con i due lembi fermati alla vita sotto le braccia; poi, provvista di maniche aperte per lasciar passare quelle del vestito di sotto, si guarnì di gioielli, di galloni e di ricami, si foderò di pelliccia e di seta, e per il popolo, un poco più lunga di quella adottata dai nobili, fu confezionata in tela o in panno. La giornea fu abitualmente adottata per cavalcare, ornata di stemmi e d'insegne (giornea a divisa). Verso il 1450 la giornea era una casacca corta, aperta davanti con maniche aperte o anche chiuse al polso ma sempre molto larghe, e molto imbottita sulle spalle. Sopra la giornea si portavano catene d'oro a più giri e medaglioni. Negl'inventarî del 1400 si parla spesso anche di giornee di donna, sopravvesti o zimarre aperte davanti, o anche ai lati sotto le braccia, spesso con maniche di diverso colore e foderate di pelliccia, ornate di frange e di ricami. Sempre nei conti quattrocenteschi figurano "jorneuzze" come abbigliamento da bambini. La giornea scompare nella seconda metà del '400. Sembra, secondo Treccani che la giornea derivi dalla guarnacca nata sempre come veste maschile, veniva portata sopra altri abiti; era un indumento modesto e serio, foderata di pelliccia, la guarnacca nel Duecento era lunga fino ai piedi, con maniche a forma di mantello, a larghe aperture per le braccia; nel '300 la scollatura formava davanti due piccoli rovesci arrotondati e foderati di pelliccia. Molto spesso aveva il cappuccio attaccato; la parte superiore scendeva a formare le maniche, ed era sempre aperta dai due lati sotto le braccia. Adottata dalla nobiltà e dalla borghesia venne sostituita in Francia alla fine del ‘300 dal gardecorps e dal pelliccione, mentre rimase come mantello da pioggia per la gente del popolo. In Italia continuò invece sino al '500.

[19] (Cuomo, 1997) pp. 83-86

Vita Mathildis Vestum

Il costume nell’Alto Medioevo italiano e tedesco attraverso le vesti e i personaggi delle miniature del codice di Donizone di Canossa

Indice

Il progetto

Il manoscritto e le fonti storiche: la realtà che non è mai stata raccontata

La Proposta ricostruttiva

Struttura del progetto sul sito

Tempi del progetto

Bibliografia

 

Il progetto

Il progetto Vita Mathildis Vestum prende il nome dall’omonimo manoscritto miniato, realizzato da Donizone di Canossa negli ultimi anni di vita di Matilde, sua protettrice, e ha come obiettivo la ricostruzione, il più fedele possibile, delle vesti illustrate nelle sette miniature che rappresentano la vita della dinastia Canossiana, a partire dal fondatore Adalberto Atto e proseguendo nella genealogia fino a Matilde. Si tratta di un’impresa ardua che consisterà nello studiare e realizzare circa una trentina di costumi (contando i tre già realizzati della scena del Perdono di Canossa, nel progetto ‘Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono’, realizzati tra 2016 e 2017 [1]). L’obiettivo principale è senza dubbio quello di fare una proposta ricostruttiva interpretando le fonti iconografiche del codice miniato in esame e riscoprire la storia dell’abbigliamento altomedievale del XI secolo; cui si aggiunge l’intenzione di far conosce per il possibile anche la quotidianità in cui quelle vesti erano utilizzate e su cui la documentazione è difficile da interpretare e consentire riproduzioni fedeli. Ancora una volta le fonti fanno riferimento quasi esclusivamente al costume nobiliare e a quello ecclesiastico, perché sono le due classi sociali: nobiltà e Clero, con cui Matilde ebbe maggiormente a che fare nel corso della sua vita. Si tratta di un lavoro di molti mesi che richiederà un certo investimento, anche in termini di studio ed energie e che mira a vedere la storia di Matilde e la sua epoca per quello che realmente fu, cercando per il possibile anche di presentare quelle figure che facevano parte della società in cui viveva Matilde e la servivano, ma che l’autore del manoscritto ha omesso, come le figure servili e del popolo, i mestieri, i militari. Far rivivere Matilde e la sua storia attraverso l’abbigliamento è uno dei progetti più importanti di Vivere il Medioevo e che si spera un domani anche di mostrare al pubblico.

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Il manoscritto e le fonti storiche: la realtà che non è mai stata raccontata

Il Vita Mathildis, oggi conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Ms. Lat. 4922), è un manoscritto miniato pergamenaceo [2], realizzato da Donizone di Canossa verso la fine del periodo di governo di Matilde ed è l’unica biografia originale [3] esistente di Matilde di Canossa, personaggio femminile dell’Alto Medioevo italiano, vissuta nella seconda metà del XI secolo e inizi del XII. Su Matilde sono stati scritti volumi da ogni parte negli anni che di fatto non hanno gettato nuova luce su di lei né cancellato la crosta di mito che, presso la gente, ne ha fatto solo una ‘contessa’ come se quel titolo fosse il solo motivo per cui ricordarla; semmai quel mito è stato esageratamente esaltato proprio sulle note del Donizone. In realtà Matilde fu molto più di tutto questo: fu storia, non solo leggenda, se proprio di mito si vuole parlare. Se un po’ di mito non guasta mai, non deve sovrascrivere la realtà storica che fu molto meno romantica di come molti la vorrebbero. Celebrata quasi esclusivamente nelle regioni appenniniche del territorio reggiano e modenese e negli eventi che in quelle zone la videro protagonista, Matilde sembra per il resto essere un fantasma che vaga in cerca di una storia. Su Matilde ancora molto si dovrebbe scoprire, riesaminare e capire perché una donna come lei ha finito per essere dimenticata, deformata e ridotta a una sorta di eroina leggendaria del nord senza arte né parte. Poiché Donizone fu il biografo personale di Matilde, alla pari dell’Eginardo di Carlo Magno, a molti viene naturale considerarlo la fonte più importante, commettendo in buona fede l’errore di credere ad una sola voce, ma in realtà, la quantità di fonti che raccontano tutto (o quasi) di quei secoli di storia, in cui i membri della famiglia dei Canossa furono protagonisti di spicco sulla scena politica italiana ed europea, è decisamente vastissima e disomogenea, contradditoria a tratti e distribuita in modo disordinato sul territorio [4].

 

Donizone è la voce alta, tra le fonti a favore di Matilde, che ne racconta la vita, ma proprio per questo non è una fonte affidabile, a parere degli storici che si sono interessati a fare chiarezza sulla faccenda per amore di verità, come direbbe Muratori; perché in vero il Donizone oltre a cantare la sua mecenate, accenna anche ai fatti storici senza mai dilungarsi troppo. Numerose sono le occasioni in cui il monaco tace i passaggi che invece nella storia furono cruciali, perché ebbero Matilde o suoi diretti ascendenti o collaboratori protagonisti, e che una fonte di parte non può spiegare senza dire cose scomode. Si deve precisare che Donizone non intendeva fare lo storico [5], lui nel suo intento voleva essere più un poeta e un testimone buono di una donna come Matilde e se mai conobbe fatti famigliari o vicende private legate ai Canossa, felici o meno che fossero, facevano parte di un privato domestico che non conosceremo mai, e sul quale moltissime sono le domande che sorgono [6]. Così non si conoscono, nemmeno per descrizione testuale, gli ambienti della vita quotidiana, gli oggetti d’uso quotidiano e molto altro ancora [7]; la tradizione alimentare e la vita contadina, la vita militare [8]. I castelli, simbolo del Medioevo, in particolare dei castelli di Matilde, è rimasto veramente poco e quel che oggi è integro, non è pervenuto nell’aspetto originale poiché nel corso dei secoli sono stati trasformati in residenze o modificati per servire a scopi diversi, mentre le rocche come Canossa, cuore politico e da cui tutto prende il nome, sopravvivono come ruderi oggetto di studio e approfondimento. Donizone fu un selezionatore attento di testimonianze della vita di Matilde e lo dimostra in diverse occasioni, ma lo dimostrano anche, come già accennato, le altre fonti esterne che fanno luce dove lui preferì lasciare ombre e interrogativi. Donizone, se fu lui autore anche delle miniature e non solo della parte testuale, evita di illustrare quei personaggi che pur essendo della fazione opposta, alla fine riconobbero a Matilde i suoi meriti di mediatrice in una delle più sanguinose lotte per il potere: la Lotta alle Investiture. L’iconografia del Vita Mathildis rappresenta il giusto sull’importante e vasta genealogia di ascendenti di Matilde (fogli 20v, 21v e 28v e 30v) [9], mentre invece si trattava di una fittissima e importante rete di alleanze nel nord Italia che come una colla univano impero e feudi vincolati da giuramenti sia alla famiglia Canossa sia all’Impero di cui i Canossa erano vassalli.

 

Genealogia canossiana a partire da Adalberto Atto di Canossa a Tedaldo, padre di Bonifacio. È assente nella miniatura di destra la figlia Prangarda che sposò Olderico Manfredi I, da cui discese Adelaide di Susa e da lei Berta di Torino, prima moglie di Enrico IV, Imperatore. Miniature fogli 20v, 21v del Vita Mathildis. Fonte immagini: Wikipedia. [10]

 

Le due miniature ai fogli 28v e 30v del Vita Mathildis rappresentano Bonifacio e Beatrice. Fonte immagini: Wikipedia

 

Sono citate ma non rappresentate le scene di incontro e matrimonio tra Bonifacio e Beatrice di Lorena [11], le scene in cui sono presenti tutti e tre i figli di Bonifacio [12] e l’assassinio del marchese [13]. Non sono rappresentate le seconde nozze di Beatrice con Goffredo il Barbuto, né il di lui figlio Goffredo il Gobbo; queste nozze ebbero serie conseguenze anche per Matilde, perché si ritrovò a sposare un fratellastro che era anche un suo cugino [14] e che fu assassinato a sua volta. La vita matrimoniale di Matilde non fu felice, ma breve e tempestosa e dall’unione col marito nacque una bambina morta poco dopo il parto. Anche se non era necessario calcare la mano sull’aspetto emozionale della vicenda, nulla di quegli anni di vita di Matilde è stato rappresentato, nemmeno se fosse servito a umiliare il Gobbo anche da morto per essere stato un pessimo marito. Così la fuga di Matilde e gli appelli vani del marito che non ottenne niente nemmeno per intercessione papale, non sono rappresentati. A proposito di umiliazioni è raffigurata quella celebre e proverbiale di Canossa: Enrico IV è presente in miniatura (folio 49r) umiliato, ma nelle vesti imperiali quando la tradizione vorrebbe diversamente, ma non v’è alcuna miniatura dove sono rappresentati i suoi figli: Corrado il ribelle e il fratello Enrico V [15], con cui si estinse anche la dinastia imperiale e che reinvestì Matilde dei suoi feudi nel 1111 a Bianello. La miniatura dell’Umiliazione è l’ultima, quasi a voler mettere la parola fine a una serie di ‘ritratti’ di famiglia e di vicende storiche. Assenti miniature che rappresentano Arduino della Palude [16]. che le fu a fianco nelle missioni diplomatiche, citato in un passo che narra gli ultimi anni di vita di Matilde. Del tutto assenti rappresentazioni del secondo matrimonio di Matilde con Guelfo né al figlio adottivo che ne avrebbe dovuto accogliere l’eredità. Infine, non si accenna nel manoscritto alla Prima Crociata sulla quale la posizione di Matilde rimane un po’ un mistero né a Urbano II che ne fu promotore oltre ad essere stato favorevole alle nuove nozze di Matilde. Ultimo, non è rappresentato il nipote di Matilde e primo Re di Gerusalemme per antonomasia, Goffredo di Buglione, nipote acquisito con le nozze col Gobbo, in quanto figlio della di lui sorella e con il quale Matilde entrò in disaccordo per la questione dell’eredità cui lei come vedova aveva diritto.

 

La Comitissa (contessa) Matilde è quasi sempre rappresentata sola o con figure maschili, che non con figure femminili come potevano essere delle ancelle al suo servizio o quelle che nella memoria collettiva sono note come dame di compagnia. Il Vita Mathildis, purtroppo per la faziosità e lacunosità dell’iconografia non sarà la sola fonte ad essere considerata, e come è avvenuto per la riproduzione delle vesti della scena del Perdono o Umiliazione di Canossa saranno considerati anche tutti quei manoscritti miniati tedeschi e latini del XI secolo e di inizi del XII, specialmente quelli commissionati dalla famiglia imperiale e i cui membri sono rappresentati a partire da Ottone I di Sassonia, in modo da fare una ricostruzione il più completa e realistica possibile. È ferma intenzione considerare tutte le fonti iconografiche e non solo i manoscritti, ma anche dove possibile l’arte romanica italiana e germanica, per quanto concerne le decorazioni delle vesti e degli accessori. Non ultime saranno utilizzate anche le fonti archeologiche coeve per gli oggetti e gli accessori, anche se si tratta di fonti non strettamente delle regioni in cui Matilde visse.

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La Proposta ricostruttiva e la scelta dei materiali

Realizzare costumi è un’impresa non semplice, richiede ore, giorni, settimane se non mesi di duro lavoro al solo di fine di fare una proposta di come poteva essere un certo tipo di abbigliamento in una certa epoca. L’ideale sarebbe mettere in moto tutto quel processo spesso utilizzato solo da musei e per ricostruzioni particolarmente importanti come è stato fatto dalla Morgan Library per alcuni manoscritti miniati nell’esposizione Illuminating Fashion: Dress in the Art of Medieval France and the Netherlands, da cui è stato ricavato anche un dettagliato catalogo [17], e quindi l’ideale sarebbe procedere dalla ricreazione ad hoc di tessuti con metodi e colori dell’epoca in esame, fino alla confezione vera e propria, con rifacimento di ogni dettaglio inclusi bottoni e gioielli. Essendo però la proposta fatta in un contesto ben più generico ed ampio, nel caso del Vita Mathildis e si rivolge fondamentalmente al pubblico in generale e non solo a quello dei rievocatori, si utilizzeranno tessuti storicamente corretti ma già pronti, dopo aver individuato le tinte e i filati per la realizzazione degli ornamenti. Parte ardua sarà la ricostruzione, secondo i modelli in uso all’epoca, di ogni veste e degli ornamenti, la scelta del tipo di cuciture da adottare e dei punti di ricamo. Le figure che si vogliono ricostruire non sono solo quelle rappresentate dal Donizone, ma si cercherà di rappresentare, come detto, anche quelle assenti in modo da colmare per il possibile i vuoti iconografici. La proposta ricostruttiva ovviamente non sarà mai quella perfetta, l’eccellenza del costume perché di fatto nessuno è depositario della verità storica: si possono fare solo idee e proposte, congetture sulla base di fonti storiche di vario genere, ma sempre al fine di far conoscere, accattivare il pubblico e divulgare una storia che non è mai stata un segreto.

 

Scelta dei materiali

La scelta dei materiali è lunga e richiede una certa ricerca, specie per individuare il tipo di fibra giusta, con la minor percentuale possibile di sintetico e non solo il colore giusto che possa rispecchiare i canoni dell’epoca, le fonti archeologiche coeve e quelle iconografiche in generale in base al personaggio da ricostruire. Si sceglieranno materiali di prima qualità, in particolare si è deciso di utilizzare tessuti non eccessivamente pesanti – spesso associati senza ragioni specifiche al Medioevo, insieme al tessile da tappezzeria – considerando anche che il periodo altomedievale fu un periodo dal punto di vista climatico estremamente mite (Optimum climatico medievale) cui seguì successivamente una piccola era glaciale nel Basso Medioevo e non il contrario come erroneamente si tende a credere e vedere nelle rievocazioni storiche. Dunque, il periodo altomedievale non era un periodo di gelo e stenti tanto che fu proprio quell’optimum climatico a favorire la cosiddetta rinascita del Mille mentre la crisi del Trecento, caratterizzata anche dalla pandemia di peste, fu il vero flagello del periodo medievale. Si precisa che la scelta dei tessuti è caduta su lana (tessuto di peso medio o leggero con qualche taglio di lana pesante per rappresentare personaggi ed eventi nei mesi invernali, anche se per i costumi del Perdono di Canossa, la scelta ha riguardato soprattutto la seta benché l’evento si fosse verificato nel mese di gennaio del 1077). La seta è la seconda fibra scelta anche per questo progetto specialmente per rappresentare le figure della più alta nobiltà, il punto più alto dell’ascesa dei Canossa di cui Matilde è simbolo (T. Lazzari; “Miniature e versi: mimesi della regalità in Donizone”). pur avendo incontrato diverse difficoltà nella ricerca di mercato essendo la seta grossa, tipo shantung, difficile da trovare e di non facile manutenzione, al contrario dei misti, da impiegare come nel caso misto lana-seta o seta-lino o addirittura seta-canapa (da non confondere con la juta) in alcune vesti inferiori nobili o superiori, sempre dei personaggi nobiliari.

 

Il lino è l’altro tessuto, più reperibile della seta e di alcuni tipi di lana, che si è scelto di utilizzare soprattutto per le vesti inferiori come le camicie e l’intimo o le tuniche superiori dei personaggi di rango inferiore, militari o cavalieri del seguito di un nobile (folio 19r) o alcune figure ecclesiastiche. Per alcuni accessori come cinture e scarselle la scelta è ricaduta su vera pelle, specie cuoio o strisce avanzate dal taglio in rispetto degli animali, anche se alcune tipologie di pelle pregiata (es, cervo, daino) per le figure nobiliari ha richiesto l’acquisto di intere pezze di cui si utilizzerà tutto onde evitare sprechi. Gli unici elementi parzialmente sintetici sono le pellicce di cui sono bordati o foderati alcuni elementi di vestiario: si è infatti scelto di evitare l’acquisto di pezze vere, non avendo senso per lo scopo del progetto l’acquisto di animali che devono essere allevati e uccisi per lo scopo e non essendo disponibile né il budget né la quantità richiesta per gli elementi in oggetto. Le pellicce individuate per la realizzazione di alcune parti sono state scelte considerando la specie animale originale utilizzata in epoca medievale, basandocisi anche sulle rarissime disponibilità di reperti e puntando ad una composizione il più naturale possibile con alte percentuali di lana o cotone rispetto al poliestere.

Il dettaglio dell’ornamento dei tessuti sarà realizzato con filo da ricamo oro o argento (sintetici, non lurex, ma nemmeno da goldwork) o in seta, essendo anche nelle miniature del codice presenti abiti a tinte unite e non di trama a broccato o damasco o sciamiti con particolari motivi come i tessuti che si trovano anche nelle fiere di settore né saranno importati simili dall’estero, vista anche l’emergenza Covid-19, i costi e i tempi che sarebbero eccessivi senza rispettare la qualità necessaria per questo lavoro.

 

Fibbie, ganci, spille non sono realizzati da copia storica uno ad uno, così come i gioielli, ma si è pensato di orientare la ricerca di mercato su elementi realizzati da artigiani specializzati. Caso particolare è quello delle calzature di cui si è a lungo discusso e ricercato per orientare la scelta ad un acquisto esterno da artigiani del settore o puntare ad un ulteriore acquisto di pelle o tessuti rigidi, sempre storicamente coerenti, per presentare una copia credibile dei modelli in uso all’epoca (confrontando anche le fonti storiche e archeologiche) non utilizzabili però in alcun evento pubblico della rievocazione storica, ma restando “pezzi da esposizione”, mancando la suola impermeabile. Essendo opportuno realizzare la calzatura di ogni personaggio, va considerato che non erano realizzate solo ed esclusivamente in pelle ma anche di tessuto, come dimostrato da molti esemplari ad oggi ben conservati.

 

Personaggi di cui si intendono ricostruire le vesti

Si è impostato il progetto in modo da creare i costumi di ogni personaggio una volta soltanto da non creare nel pubblico confusione. Solo Bonifacio e Matilde sono rappresentati due volte nel manoscritto, probabilmente un intento dell’autore di voler rimarcare la linea di successione da parte dei Canossa (la ascendenza di Beatrice infatti non è contemplata minimamente, pur essendo di rango superiore al marito). Solo Bonifacio, con cui si chiude la discendenza maschile dei Canossa, sarà rappresentato due volte anche nei costumi, poichè nell’intento di rappresentarlo con la consorte, si vogliono proporre costumi nuziali del XI secolo, di cui si sa pochissimo e poiché si è notato che sono l’unica coppia rappresentata separatamente rispetto alle precedenti della genealogia canossiana. Bonifacio è rappresentato una volta con il fratello da giovani e la seconda volta in trono come la consorte, ma con un aspetto decisamente più maturo, questo perchè convolò a nozze per la seconda volta che era vecchio per la sua epoca (52 anni) con una ventenne Beatrice. Questo matrimonio ebbe tanti effetti politici soprattutto dopo la morte di Bonifacio, essendo l’eredità che lasciava, specie alla vedova, un boccone per tutti i partiti in causa all’epoca, specie Impero e Papato. Rappresentare due vesti nuziali interpretando le fonti a disposizione è anche un tentativo di gettare luce su un aspetto della vita delle persone – nobili soprattutto – che corrispondeva nel matrimonio, non tanto ad una scelta personale, ma ad un sacrificio politico e di onore. Matilde viene invece rappresentata una volta sola, nel Perdono, essendo che in quella scena si concentra tutto il significato del suo ruolo, specie di mediatrice, tra l’Impero e il Papato. 

Rispetto alle miniature del Vita Mathildis si ricostruiranno le seguenti figure, a partire dalla prima miniatura

 

1. Soldato a sinistra di Matilde in trono (f. 7v). forse Arduino della Palude. Nel manoscritto si tratta di una figura non chiaramente identificata con un personaggio storico preciso (Arduino della Palude?). Sarebbe interessante approfondire questo aspetto perché getterebbe maggior luce e darebbe maggior fisicità al personaggio storico di cui non abbiamo ritratti.

2. Donizone di Canossa, al fine di riscoprire la veste benedettina in uso in Italia nel XI secolo, diversa da altre vesti religiose di altri rami del medesimo Ordine Benedettino, benchè nel progetto Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono, ne sia già stato realizzato uno per Ugo di Cluny

3. Il Re (o Imperatore) nell’atto di consegnare le reliquie dei Santi Vittore e Corona ad Alberto Atto [18], folio 19r. In realtà questa figura non è di facile identificazione rispetto ai monarchi coevi di Adalberto con cui lui venne in contatto, imperatori inclusi, senza contare che a dispetto della celebrazione fatta per mezzo del suo testo, Donizone tende a mentire persino su alcuni fatti storici: le reliquie dei Santi Vittore e Corona della miniatura al folio 19r fanno pensare ad una donazione da parte di un Re ai Canossa, in realtà stando ad alcune fonti bresciane del XI secolo pare che non fu affatto un dono, ma un furto autorizzato dallo stesso figlio del capostipite perché nessun sovrano compare nella donazione delle reliquie a Canossa.

4. Soldati o funzionari (2) imperiali a sinistra e soldati e funzionari o figli di Adalberto Atto (2) a destra del folio 19r. Si può ipotizzare che gli uomini al fianco di ognuno dei due protagonisti della scena, altro non siano che i figli rispettivamente il futuro Enrico III e uno dei suo fratellastri, figlio di Gisella di Svevia dal precedente matrimonio con Ernesto I di Svevia da cui ebbe Ermanno IV di Svevia, poi coniugato ad Adelaide di Susa, la futura suocera di Enrico IV. Ad accompagnare invece Adalberto Atto potrebbero essere proprio i due figli, Tedaldo e Rodolfo ma non si capisce come mai non venga mostrato l’altro figlio maschio, divenuto Vescovo di Brescia: Goffredo così come nella miniatura successiva, nella genealogia attoniana non è mostrata la figlia femmina della coppia.

5. Il vescovo di Brescia Goffredo o Gotefredo insieme ad alcuni confratelli (2) nella scena in cui taglia un braccio di S. Apollonio per donarlo al padre (3 costumi ecclesiastici) (f. 19r)

6. Adalberto Atto in trono, nell’albero genealogico del folio 20v insieme alla consorte Ildegarda da cui discesero il vescovo di Brescia Goffredo, ma anche Tedaldo, conte di Brescia (1001); Rodolfo, premorto al padre

7. Prangarda, moglie di Olderico Manfredi I, figlia di Aldaberto e Ildegarda, non è rappresentata ma dalle sue nozze con Olderico Manfredi II derivano molti legami tra la famiglia Canossa e i del Vasto, Este, Monferrato e i Savoia e sulla quale purtroppo non si sa quasi nulla. La sua discendenza si intreccia poco successivamente con gli Svevi di cui fa parte Gisella, futura Imperatrice e madre di Enrico III il Nero.

8. Tedaldo di Canossa con la consorte Willa o Giulia figlia del conte Adimaro, figlio a sua volta di Bonifacio II, duca di Spoleto e marchese di Camerino (f. 21v), imparentato grazie alla moglie coi rami di Borgogna, Provenza e di Arles e dunque coi Re d’Italia.

9. I figli di Tedaldo e Giulia: Tedaldo vescovo di Arezzo; Bonifacio e Corrado [19] [20] (f. 21v)

10. Bonifacio di Canossa (f. 28v) in vesti nuziali

11. Beatrice di Lorena (f. 30v) in vesti nuziali

La scelta di produrre vesti nuziali sta nel voler ricostruire una fase, un momento della vita delle persone, nobili soprattutto essendo quelle di cui la storia ha maggior memoria, iconografica e scritta, come il matrimonio mai o quasi mai rappresentato e del quale non si conoscono tradizioni locali di alcun genere. La scena di matrimonio che meglio si conosce dell’Alto Medioevo è quella in cui si rappresentano le Nozze di Cana nei Vangeli miniati carolingi o tardo romani, e il matrimonio che si richiama in questo progetto è invece un matrimonio principesco, dove verosimilmente Donizone celebra un lusso e uno sfarzo che a quell’epoca per i personaggi particolarmente importanti era quasi d’obbligo. Delle nozze di Bonifacio e Beatrice nulla si sa, così se fu celebrato in chiesa o fu anche un vero e proprio contratto, un patto di vassallaggio tra Corrado II e Bonifacio.

      11a. I figli di Bonifacio e Beatrice prima della morte del marchese, mai rappresentati in alcun modo e la realizzazione di vesti infantili getterebbe anche maggior luce su quello che era proprio l’abbigliamento infantile, sebbene sia da sottolineare sin da ora che nelle rare rappresentazioni medievali in miniatura e più in generale nell’arte medievale, il bambino è rappresentato come un adulto in miniatura non essendo il valore dell’infanzia quello che viene attribuito oggi all’età dai zero ai dieci anni. Allo stesso modo anche l’adolescenza, tanto critica, non era valorizzata o considerata come oggi, piuttosto una tappa evolutiva dell’essere umano saltata e parificata all’ingresso nella maggiore età, quindi il mondo degli adulti, fatto di mercati e compromessi che non tenevano conto di alcun sentimento.

12. Corrado il Salico e Gisella di Svevia, non rappresentati, in realtà questi due personaggi vengono citati e sono un perno nella storia canossiana e non solo imperiale. Per la ricostruzione di questi costumi saranno un prezioso riferimento manoscritti ed iconografie tedeschi

13. Matilde di Svevia, non rappresentata fu madre di Beatrice e sorella di Gisella; fu un personaggio la cui ricca storia merita di essere approfondita anche attraverso i costumi, da ricostruire attraverso l’iconografia tedesca

14. Enrico III il Nero ed Agnese di Poitou, non rappresentati ma personalità importantissime nella storia di Matile e Beatrice sua madre. Rappresentati come il figlio Enrico IV nell’iconografia tedesca.

15. Enrico IV, già rappresentato nel progetto Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono, è rappresentato anche nell’iconografia tedesca

16. Ugo di Cluny e Matilde di Canossa (f. 49r) già rappresentati nel progetto Matilde e l’Impero. Le Vesti del Perdono

17. Berta di Savoia e Adelaide di Savoia, non rappresentate sono rispettivamente moglie e suocera di Enrico IV, imparentate con la famiglia imperiale e Canossa da quella figlia Prangarda, avuta da Adalberto Atto. Protagoniste di alto profilo delle vicende legate al Perdono

18. Gregorio VII, il papa della Lotta alle Investiture e della Riforma Gregoriana, nonché nemico numero uno di Enrico IV, non è rappresentato ma la sua vita e il suo ruolo furono fondamentali durante la vita di Matilde e sulla stessa contessa

19. Enrico V e Corrado. Figli di Enrico IV di primo letto, ebbero un ruolo chiave nella caduta del padre dal trono imperiale e dal potere, specie il primo che ne raccolse l’eredità e con lui finì la famiglia imperiale. Non sono rappresentati, ma il primo è colui che restituì a Matilde i suoi feudi nel 1111

20. Goffredo il Gobbo, marito e cugino, fratellastro di Marilde di Canossa. La sua figura è stata denigrata molto dal Donizone e dalle fonti di parte matildica o comunque contrarie all’Impero, essendone un sostenitore. In realtà la figura di quest’uomo, deforme dalla nascita, a giudizio di alcuni storici come Aubè sarebbe da rivalutare in parte. Anche di Goffredo non resta alcuna testimonianza iconografica se non qualche disegno successivo al Rinascimento. La figura di Goffredo offre anche uno spunto per scoprire come vivessero nel Medioevo le persone che pur essendo nate in famiglie agiate e nobili, fossero affette da deformità fisiche come la gobba o il labbro leporino, considerando l’epoca ricca di superstizioni in cui vivevano e che le costringeva ad essere emarginate.

21. Goffredo il Barbuto. Non rappresentato, è un’altra delle figure su cui cala l’oblio e di cui poco si discute nel contesto della storia matildica perché fu il secondo marito di Beatrice di Lorena e patrigno di Matilde e fu lui a voler che il figlio e la figliastra si unissero in matrimonio per suggellare maggiormente l’alleanza dell’asse anti-imperiale. Goffredo era inoltre parente di Beatrice ed ebbe un ruolo chiave nella seconda parte della lotta alle Investiture. I suoi figli furono molto legati alla casa dei Boulogne e alle vicende della Prima Crociata

22. Goffredo di Buglione. Non rappresentato. Fu un personaggio secondario o persino di terz’ordine nella vita di Matilde, entrando in conflitto con lei sulla questione dell’eredità di suo zio il Gobbo, fratello di sua madre per i possedimenti transalpini. Goffredo è celebrato da ogni fonte perché è considerato per antonomasia un eroe crociato, primo Re di Gerusalemme anche se fu il di lui fratello Baldovino a prendere la corona gerosolimitana alla rinuncia di Goffredo.

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Struttura del progetto sul sito

Il progetto sarà strutturato in modo da seguire il filo cronologico di Donizone, raccontando cioè la storia dall’inizio e ricostruendo per il possibile tutti i principali personaggi che ne furono protagonisti, in modo da permettere al lettore e ai visitatori di conoscere le vicende in ordine, seppure è difficile seguire sempre un filo dritto senza tornare indietro. Ogni costume sarà presentato non solo parlando delle vesti e di come sono fatte (taglio, colore, ornamenti e simboli), ma anche del personaggio che lo indossa in modo da inserire le singole biografie in un progetto parallelo sul portale “Personaggi ed opere del Medioevo”. In questo modo si segue anche in discesa l’albero genealogico della famiglia di Matilde, spostandocisi di tanto in tanto ai rami più esterni.

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Tempi del progetto

Mentre il progetto dedicato alle Vesti del Perdono aveva una data di scadenza, soprattutto per rispettare la ricorrenza del 28 gennaio 1077 – 28 gennaio 2017 [21] per i 940 anni dall’evento storico, questo progetto non si fisserà date. Si stima in modo approssimativo una conclusione dei lavori entro tre o quattro anni, viste le risorse e i tempi necessari, considerando che si tratta di un lavoro amatoriale e propositivo e non essendo una competizione né contro il tempo né contro altri che volessero cimentarsi in una simile impresa. Si spera di pubblicare di volta in volta i costumi in modo da far conoscere in modo graduale e continuo il proseguimento dei lavori. Si consideri inoltre che Vivere il Medioevo ha comunque in cantiere altri progetti riguardanti il costume storico, la sua ricostruzione; alcuni purtroppo destinati a rimanere solo in forma documentativa e riguardanti altri cicli e gruppi di iconografie medievali monotematiche.

 

Bibliografia

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  • Ferri, E. (2002). La Grancontessa. Vita, avventure e misteri di Matilde di Canossa. Mondadori.
  • Golinelli, P. (1991). Matilde e i Canossa nel cuore del Medioevo. Milano: Camunia.
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  • Treccani, E. (2008). Matilde di Canossa (Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 72. (P. Golinelli, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa_%28Dizionario-Biografico%29/
  • Treccani, E. (2010). Corrado II detto il Salico (Dizionario-di-Storia). Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii-detto-il-salico_%28Dizionario-di-Storia%29/
  • Treccani, E. (s.d.). Adelaide di Savoia. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/adelaide-di-savoia_%28Dizionario-Biografico%29/
  • Treccani, E. (s.d.). Attoni di Canossa. Tratto da Attóni di Canossa
  • Treccani, E. (s.d.). Azzo Adalbèrto marchese di Canossa. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/azzo-adalberto-marchese-di-canossa/
  • Treccani, E. (s.d.). Beatrice di Lorena marchesa di Toscana. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/beatrice-di-lorena-marchesa-di-toscana/
  • Treccani, E. (s.d.). Bonifacio VIII - Enciclopedia dei Papi (2000). (E. D. Theseider, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-viii_%28Enciclopedia-dei-Papi%29/
  • Treccani, E. (s.d.). Bonifacio VIII - Enciclopedia dell' Arte Medievale (1992). (S. Maddalo, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/bonifacio-viii_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/
  • Treccani, E. (s.d.). Corrado II imperatore, detto il Salico. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/corrado-ii-imperatore-detto-il-salico/
  • Treccani, E. (s.d.). Duchi di Lorena. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/duchi-di-lorena/
  • Treccani, E. (s.d.). Enrico II il Santo. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-ii-imperatore-detto-il-santo/
  • Treccani, E. (s.d.). Enrico III (deto il Nero). Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iii-imperatore-detto-il-nero/
  • Treccani, E. (s.d.). Enrico IV imperatore. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-iv-imperatore/
  • Treccani, E. (s.d.). Enrico V. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/enrico-v-imperatore/
  • Treccani, E. (s.d.). Goffredo conte di Buglione - Enciclopedia Dantesca (1970). (F. Frascarelli, A cura di) Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/goffredo-conte-di-buglione_%28Enciclopedia-Dantesca%29/
  • Treccani, E. (s.d.). Matilde di Canossa. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/matilde-di-canossa/
  • Treccani, E. (s.d.). Tedaldo marchese di Canossa. Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/tedaldo-marchese-di-canossa/

 

Note

[1] Progetto di Vivere il Medioevo: https://armadiodelmedievalista.blogspot.it/p/matilde-e-limpero-le-vesti-del-perdono.html

[2] Il manoscritto conta meno di una decina di miniature dove sono raffigurati i protagonisti principali delle vicende di Matilde di Canossa e dei suoi avi, più qualche capolettera istoriato e raffigurato con oro.

[3] Donizone fu il primo a creare questa biografia celebrativa, non fanno testo in questo specifico caso, le copie e trascrizioni successive.

[4] Bisogna affidarsi a fonti di ogni genere, per quanto riguarda le fonti scritte, da quelle ecclesiastiche a quelle civili. Gli atti in cui i personaggi citati dal Donizone compaiono, consentono di fare luce su eventi e altri personaggi presenti ma non citati dal monaco, che invece furono importanti.

[5] (Treccani, Donizone di Canossa (Dizionario Biografico degli Italiani), 1992)

[6] Anche se Donizone tace su fatti privati e sui legami che c’erano tra i membri della famiglia dei Canossa, i rapporti anche personali con i membri della famiglia imperiale; altre fonti, più o meno di parte, parlano facendo emergere quadri più chiari e talvolta anche dettagli imbarazzanti.

[7] Assenti reperti archeologici di quell’epoca appartenuti direttamente alla famiglia dei Canossa, spesso emergono frammenti di terracotta di epoche precedenti o successive. Assenti pure reperti tessili o frammenti di tessuti, se mai ne trovarono in buono stato alla riapertura del sarcofago di Beatrice a Pisa nel Seicento, da poter dare una testimonianza più tangibile delle vesti dell’epoca.

[8] A tal proposito si è spesso favoleggiato che Matilde combattesse personalmente come un uomo, come una sorta di leggendaria amazzone, ma in realtà, ammesso che abbia mai partecipato in prima persona a una battaglia campale, è da escludere che abbia impugnato armi e sia scesa nella mischia; piuttosto ha approvato o negato le azioni militari come un supervisore appoggiato da comandanti in carica che il campo di guerra lo conoscevano bene. Inoltre dell’epoca di Matilde non si hanno trattati schermistici, e così pure non ci sono testimonianze riguardo i combattimenti con le spade fino a Fiore dei Liberi, nel XV secolo. Piuttosto le fonti riguardanti le guerre sono decisamente diverse, si parla di vincitori e di morti, di accordi di pace, ma non di donne in testa all’esercito. Le iconografie di guerra e battaglie o combattimenti sono riportate sulle scene bibliche di bassorilievi tardo romanici o qualche manoscritto miniato non italiano.

[9] Si limita infatti a descrivere i matrimoni più importanti degli ascendenti per spiegare chi era Bonifacio, di chi era figlio e di chi era nipote, rappresentando tre generazioni a partire dal fondatore fino ai genitori di Matilde. In realtà, a partire dai figli del fondatore Adalberto Atto, grazie probabilmente alle conoscenze nella famiglia imperiale e ai legami politici dell’epoca, la rete delle alleanze stipulate con l’uso della politica matrimoniale imparentarono i Canossa con gli imperatori tedeschi, con la casa d’Este e con i Del Vasto piemontesi e i Monferrato, i Savoia. I nomi sfumano nel tempo, ma riappaiono nitidi quando si arriva alle vicende dell’Umiliazione che coinvolsero quei parenti che Donizone tace, ma che altre fonti ricordano.

[10] Non è possibile riprodurre liberamente le immagini originali del codice digitalizzato della BaV.

[11] Favoleggiate già all’epoca, l’iconografia purtroppo assente avrebbe permesso di gettare luce su come avveniva un matrimonio di quel livello nell’Alto Medioevo. Se anche le miniature fossero state rozze, avrebbero comunque gettato luce su vesti e cerimonie nuziali del XI e XII secolo che Donizone sicuramente conosceva.

[12] In questo modo, se non è il lettore a cercare l’informazione, passa al pubblico che la sola figlia nata dalle nozze fu Matilde, mentre invece furono ben tre i figli, tra cui un maschio, senza contare eventuali e non documentati aborti di Beatrice. La sposa aveva almeno trent’anni in meno del marito che era alle sue seconde nozze, mentre le prime erano state sterili e lui giungeva vedovo alle seconde.

[13] Anche su questo evento le fonti e gli storici non sono sempre concordi, ma certamente chi voleva Bonifacio morto era qualcuno che ne temeva il crescente potere e dunque la possibilità che si potesse ribellare. In tal caso l’iconografia avrebbe avuto un ruolo importante e invece è assente; pur non facendo nomi perché le identità del mandante e dell’assassino non sono mai state sicure, si poteva certamente rappresentare la cerimonia funebre, ma sarebbero state messe in pubblico situazioni ed emozioni private, del tutto inappropriate, per la circostanza.

[14] Probabilmente la situazione era scandalosa già all’epoca perché in un certo senso rasentava un grave incesto da cui nulla derivò di buono e anzi, peggiorò di molto la situazione perché Matilde fuggì.

[15] Enrico IV è rappresentato con Enrico V in un manoscritto miniato tedesco (Cronica di Ekkehard von Aura), mentre il padre, Enrico III il Nero è rappresentato con la moglie nell’Evangeliario di Speyer e su internet si trovano miniature difficili da associare a manoscritti precisi e così è difficile identificare i personaggi.

[16] Fu uno dei più importanti vassalli e collaboratori di Matilde di Canossa e il Dizionario Biografico degli Italiani nella voce curata da Gloria Casagrande in Treccani, grazie a numerosissime fonti modenesi e reggiane, documenta la vita di questo personaggio politico soprattutto nel periodo finale del governo di Matilde, quando probabilmente aumentò la sua importanza e il casato acquistò il suo pregio. Donizone lo cita ma non lo rappresenta mai.

[17] http://www.themorgan.org/collection/Illuminating-Fashion/replicas

[18] Non è specificato chi sia il re citato da Donizone, ma molto probabilmente si tratta di un imperatore (Ottone o un suo diretto successore, mentre Adalberto era ancora in vita). Questa figura ovviamente verrebbe ricostruita anche utilizzando l’iconografia dei manoscritti germanici, al fine di ricostruire una veste storicamente aderente

[19] Non si ha alcuna notizia su altra figlia della coppia: Maria, moglie di Ugone d'Este. Non si conosce l’esatta identità dei consorti, da non confondere con le famiglie toscane coeve che hanno altra parentela.

[20] Anche di Corrado si hanno poche notizie

[21] Per cause di forza maggiore, il progetto fu ultimato e pubblicato solo ad aprile 2017

Riproduzione della tunica di Carlo il Calvo, Imperatore del Sacro Romano Impero (IX sec. d.C.)

Indice

Biografia di Carlo il Calvo

     La famiglia di Carlo il Calvo e la discendenza

     Carlo il Calvo e la linea di sangue di Goffredo di Buglione

     Analisi della figura di Carlo il Calvo

Rifacimento della tunica

Conclusioni

Fonti bibliografiche

     Siti internet

     Libri

     Manoscritti

 

Biografia di Carlo il Calvo

Carlo II Imperatore, detto il Calvo, nacque a Francoforte sul Meno il 13 giugno 833 dalle seconde nozze dell'imperatore Ludovico il Pio con Giuditta, figlia del conte Guelfo di Baviera. La sua nascita provocò una gravissima serie di eventi che portarono alla rapida disgregazione dell’impero che il nonno, Carlo Magno aveva faticosamente messo insieme. Figlio di secondo letto di Ludovico il Pio e di Giuditta di Baviera figlia di Guelfo di Baviera, Carlo ottenne alla nascita e dietro intervento della madre, parte dei territori dei fratelli. In vero l’eredità dell’Imperatore Ludovico il Pio era già stata stabilita nel 817 dividendo il territorio dell’Impero tra i tre figli avuti dalla prima moglie: Lotario I, Pipino e Ludovico il Germanico. La nascita di Carlo almeno in teoria e secondo la consuetudine dell’epoca in fatto di successione non obbligava di fatto il Pio ad assegnare una fetta dell’Impero anche all’ultimogenito, potendolo comodamente sistemare in un monastero come avevano fatto i suoi predecessori. L’intervento della regina però fu decisivo e Ludovico il Pio cambiò l’assegnazione dei feudi, provocando di fatto l’ira degli altri tre figli. Nel 817, grazie alla Divisio Imperii del padre, Lotario aveva acquisito la corona imperiale e quella d’Italia, corona in passato appartenuta ai Longobardi, prendendo possesso dell’Italia nel 822 e venendo incoronato imperatore da Papa Pasquale I nel 823 [1]. Per assegnare anche a Carlo una fetta di eredità, Ludovico tolse a Lotario parte dell'Alemannia (o Svevia), l'Alsazia, la Rezia e parte della Borgogna assegnandole con il titolo di duca. La reazione di Lotario fu pessima e gli costò la perdita del diritto di usare il titolo imperiale e nel 829 fu mandato in Italia, la cui corona era “vacante” e dove a governare vi era stato fino al 817 il solo figlio di Pipino d’Italia: Bernardo, che non avendo figli a succedergli era un facile ostacolo da eliminare, senza contare che era solo e come se non bastasse la sua legittimità fu messa in discussione [2]. Essendo la corona d’Italia in rapporto di vassallaggio rispetto all’Impero, a succedere a Carlo Magno vi fu proprio Ludovico il Pio e la situazione rimase per diverso tempo invariata e favorevole a Bernardo. Ludovico il Pio lo definisce in una missiva “dilectus filius noster” e sembra esserci stato un buon rapporto tra zio e nipote fino al 817, quando fu emesso il documento di successione del Divisio Imperii in cui l’Italia era lasciata in mano al nuovo imperatore (quindi almeno in teoria le cose non sarebbero dovute cambiare rispetto al periodo precedente), di Bernardo non veniva fatta alcuna menzione e fu allora che ebbero inizio i primi veri guai per l’integrità dell’impero stesso. Bernardo, temendo di perdere il potere, influenzato probabilmente da alcuni ecclesiastici e nobili che avevano tutti gli interessi a far si che l’Italia rimanesse “controllabile” nelle loro mani, progettò di ribellarsi e mandò le sue truppe al confine sulle Alpi [3], senza mai attaccare consapevole della sua inferiorità militare rispetto all’Imperatore. Questi però fu informato dal vescovo di Verona e dal conte di Brescia e si preparò alla difesa. Chiesto un incontro formale con lo zio per trattare la questione e mantenere il potere, Bernardo fu incarcerato e successivamente, nel 818 processato con i suoi fedeli seguaci e condannato a morte. Restava però pur sempre un famigliare e alla fine Ludovico mutò la pena in accecamento. Bernardo in quel modo non avrebbe mai potuto governare [4]. Il nipote morì dopo tre giorni per le ferite riportate [5] e non avendo discendenti la corona d’Italia fu annessa da Ludovico ai territori dell’Impero. Le vicende di questi anni, in cui ancora Carlo non è nato, sono confusi per certi aspetti. Secondo lo storico Christian Settipani, Bernardo non era affatto senza discendenza ed ebbe un figlio che divenne conte di Vermandois senza pretendere mai il trono italiano. Si tratta però della sola fonte che riporta una notizia del genere mentre la maggior parte insistono sull’eliminazione di Bernardo, come strumento politico per mettere di nuovo e definitivamente l’Italia tra i feudi dell’Impero, soggetta poi alla divisione dell’817. Inoltre tutti e tre i figli di primo letto di Ludovico avevano interesse a eliminare un potenziale nemico e aumentare invece il controllo dell’Impero sull’Italia, per cui cugino o no, Bernardo era un ostacolo da eliminare con le buone o con le cattive.

 

I tre figli di Ludovico il Pio erano già grandi quando nacque Carlo a compromettere la spartizione della loro eredità. La ribellione di Lotario, che ne era anche il padrino, ne comportò un allontanamento in Italia nel 829 fino al 831, quando si riunì ai fratelli e insieme tentarono di ribellarsi al padre ma fallirono. Tentata una nuova ribellione armata, con l’aiuto dell'arcivescovo di Reims, Ebbone, deposero il padre e si spartirono l’impero in tre, senza contare Carlo però, che all’epoca era ancora un infante [6]. I dissidi tra i tre fratelli scatenarono una nuova guerra e Pipino e Ludovico il Germanico si riaccostarono al padre, il deposto imperatore preferendo di fatto essere vassalli del padre che non del fratello e nel 833 Ludovico il Pio riprese il potere e il trono. Lotario, secondo il cronista Thegano, continuò nella sua ribellione, ma prima che l'anno fosse terminato fu catturato; si prostrò ai piedi del padre che lo perdonò, lasciandogli il titolo di re d'Italia e là in un certo senso lo “esiliò” con l’obbligo di difendere il Papa. Di fatto Lotario non era più co-imperatore. Nell'837, Ludovico il Pio, in una dieta ad Aquisgrana, ampliò, a discapito di Pipino I e Ludovico il Germanico, i territori che sarebbero stati assegnati al giovane Carlo, che a settembre divenuto maggiorenne, gli fu assegnato un territorio tra la Loira e la Senna, iniziando un riavvicinamento a Lotario che li condusse poi all'incontro di Worms dell'838, probabilmente per ridefinire i punti cruciali della successione. Proprio quell’anno Pipino II, figlio di Pipino d’Aquitania morì e ignorando deliberatamente l’erede, Ludovico il Pio lo diseredò facendo rientrare l’Aquitania tra i territori imperiali e non senza opposizioni da parte degli aquitani e dello stesso Pipino II, il quale dopo numerosi tentativi di ribellarsi e opporsi, anche quando Carlo era già adulto, fu sconfitto e costretto a farsi monaco nel 852.

 

Figura 1 – La ripartizione dell’Impero dopo il trattato di Verdun nel 843 e di Mersen nel 870. Fonte immagine: Muir's Historical Atlas (1911). Fonte Wikipedia

 

Carlo il Calvo essendo di parecchi anni minore dei fratellastri, da Lotario lo separavano ben 28 anni, doveva fare i conti anche con gli eredi e quindi i figli, per salvaguardare la propria eredità. La morte del padre Ludovico il Pio nel 840 e la salita al trono imperiale di Lotario I, provocarono gravi dissidi e nuove lotte tra i fratelli che di essere suoi vassalli non volevano saperne. Alla morte di Lotario nel 855 Ludovico pensò di subentrargli come imperatore, ma Carlo si oppose e dopo la morte del figlio di Lotario, Ludovico II, scese in Italia per reclamarne la corona. Il papa Giovanni VIII aveva in quel periodo bisogno di un difensore contro i Saraceni; e voleva il ritorno all'unità nell'Occidente cristiano per opera del Carolingio francese, che egli, così per la tradizionale politica del papato, come in considerazione delle sue qualità personali, preferì a quello tedesco. Carlo ebbe cosi le due corone, l'imperiale a Roma (25 dicembre 875) e la reale a Pavia (31 gennaio 876). Fallì invece nel tentativo di conquistare la Germania alla morte di Ludovico il Germanico, perché fu sconfitto ad Andernach nel 876. Nell'877, a richiesta di Giovanni VIII, Carlo discese una seconda volta in Italia, probabilmente per difendere il papato dalle nuove incursioni dei saraceni. Prima di partire dalla Francia, all'aristocrazia del suo regno aveva dovuto fare concessioni in materia di ereditarietà di feudi col capitolare di Quierzy, riuscendo però ad assicurare la successione al primogenito Ludovico il Balbo. Carlo era appena giunto nella valle padana, dove, a Vercelli, s'incontrò con Giovanni VIII, quando fu costretto a riprendere la via del ritorno: era infatti sceso in Italia e marciava contro di lui Carlomanno di Baviera, uno dei figli di Ludovico il Germanico: e in Francia era imminente una ribellione di capi dell'aristocrazia col favore del re tedesco. Tanta fatica per conquistare una posizione e il potere destinati in fin dei conti a non durare tanto e dopo un’estenuante serie di lotte e guerre con i fratellastri era riuscito a diventare padrone dei loro feudi e imperatore e mantenere il potere solo per due anni, durante i quali comunque le opposizioni non erano mai mancate. Lungo la via di ritorno, mentre si trovava nella Savoia, a Brides-les-Bains, Carlo si ammalò e morì il 6 ottobre 877. Principe franco migliore della sua fama, Carlo il Calvo fu intelligente e colto, e cercò d'impedire la rovina del potere monarchico e dell'Impero carolingio; ma le nuove forze in pieno svolgimento non potevano più essere arrestate. I suoi figli non gli succedettero dividendosi nuovamente l’impero come era accaduto in passato per i figli degli imperatori germanici e il territorio dell’Impero di disgregò ancor di più.

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La famiglia di Carlo il Calvo e la discendenza

Carlo il Calvo aveva sposato Ermentrude d'Orléans, figlia del conte d'Orleans, Oddone I [7] nel 842 [8] il 13 dicembre; la sposa era più vecchia di lui di tre anni e gli diede ben nove figli in quindici anni, prima di separarsi (senza ripudio pare) ed essere mandata in convento dove morì nel 869 a 44 anni.

 

Figura 2 – Discendenti di Carlo Magno fino a Carlo il Calvo (5 generazioni)

 

Non si conoscono di preciso le ragioni di questa separazione, ma è facile ipotizzare che non fosse proprio per ragioni di politica di Carlo, piuttosto di un suo capriccio personale. Carlo infatti all’epoca avrebbe già avuto una concubina, una certa Richilde delle Ardenne o Richilde di Provenza [9] che divenne ufficialmente la seconda moglie di Carlo e quindi regina al suo fianco dal 870 alla morte di Carlo. Secondo gli Annales Bertiniani raccontano che ai funerali della regina Ermentrude vi fosse nientemeno che il fratello di Richilde, Bosone I di Provenza il quale avrebbe scritto alla madre per far entrare in scena la sorella. Più attiva politicamente di Ermentrude, Richilde governò il regno in assenza del marito e anche dopo la morte di Carlo non se ne stette con le mani in mano: fu protagonista infatti delle lotte intestine al regno, all’impero e alla Provenza. Come Carlo, anche Richilde aveva dovuto fare i conti con i nipoti del marito e per i suoi nemici non fu facile schiodarla dal trono [10]. Alla morte del marito, Richilde si trovava al governo e appoggiò la ribellione dei nobili del regno che rifiutavano di prestare giuramento di fedeltà all'erede al trono, al figlio di Carlo ed Ermentrude, Luigi il Balbo [11]. Con l'intermediazione del vescovo di Reims, Incmaro, Luigi il Balbo riuscì a raggiungere un compromesso con la nobiltà e a riconciliarsi con Richilde che gli consegnò le insegne reali e l'atto in cui Carlo il Calvo prima di morire aveva nominato Luigi suo erede. Alla morte del figliastro nell’879 Richilde riprese il potere approfittando della tenera età dei figli di Luigi e cercando di prevenire la rivale, Ansgarda [12] (che comunque riuscì alla fine nel suo intento e i figli salirono al trono, ma morirono giovani e senza eredi). Richilde cercò di portare sul trono il fratello Bosone, senza però riuscirvi poiché i nobili si opposero, l'accusarono d'incesto col fratello e rifiutarono la sua autorità. Allora Richilde aiutò Bosone a sottrarre (ed a diventarne re) la Provenza ai nipoti del marito, riuscendovi. Alla morte dei due figli di Ansgarda, Richilde tornò al potere una terza volta, ma i grandi del regno, dato lo stato di confusione e la costante minaccia dei Normanni, nominarono re di Francia e d'Aquitania Carlo il Grosso e la costrinsero a ritirarsi in Provenza, presso il fratello, dove morì tra il 910 ed il 914. Esattamente un secolo dopo la morte di Carlo Magno. Meno di un secolo era occorso per sfaldare per sempre il sogno di un Occidente unito sotto un’unica corona e un’unica fede. Richilde aveva dato a Carlo cinque figli, due dei quali gemelli che morirono in tenera età e si ricorda una figlia, Rotilde che sposò il figlio di Ugo il Grande, ma rimasta vedova si ritirò in convento dove divenne badessa e dopo che le fu tolta l’abbazia non si hanno più notizie di lei. I tentativi di Richilde di imporre una propria discendenza fallirono miseramente, ammesso che abbia mai avuto simili piani e ai suoi figli sopravvissero quelli della primogenita di Carlo il Calvo e di Ermentrude: Giuditta, dalla quale discende nientemeno che Goffredo di Buglione quasi dopo due secoli di storia.

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Carlo il Calvo e la linea di sangue di Goffredo di Buglione

 
Figura 3 – Discendenza di Carlo il Calvo fino a Goffredo di Buglione († 1099)


Giuditta, primogenita di Carlo il Calvo, sposò in prime nozze, a soli dodici anni, il Re Ethelwulf del Wessex, già due volte vedovo e sessantenne. Ethelwulf del Wessex faceva ritorno da un pellegrinaggio a Roma e si era fermato presso la corte del re franco nel 856, anno in cui avvenne fidanzamento e matrimonio di Giuditta (in inglese Judith of Flanders). Giuditta era di parecchio più giovane dei figliastri: Ethelwulf dalla precedente moglie aveva avuto tre figli maschi, tra cui Alfredo il Grande, il figlio minore del re che all’epoca era ancora bambino [13]. Una cosi giovane e probabilmente anche bella matrigna, che per altro godette di un diritto sino ad allora negato alle regine, menzionate solo come mogli del re e non come regine con del potere reale, rappresentava una minaccia per i figli, sebbene l’età del padre non faceva presupporre che potesse ancora generare [14] e di fatti dall’unione non nacquero figli. Ethelwulf morì due anni dopo e salì al trono Ethelbald che aveva tredici anni più della giovane matrigna e non avendo altri legami che lo frenassero, decise di sposarla, ma anche da questa unione non nacque alcun figlio senza contare che per la Chiesa era incesto e il matrimonio fu ritenuto invalido. Ethelbald morì due anni dopo e sul trono salì non Giuditta, ma il secondo fratello Ethelbert [15]. In seguito alla morte del secondo marito, secondo gli Annales Bertiniani e gli Hincmari Remensis Annales, Giuditta, nell'861, vendette tutte le sue proprietà nel Wessex (ricevute probabilmente come controdote dal marito) e ritornò in Francia rifugiandosi in monastero su suggerimento – o dovremmo dire costrizione – del padre, in attesa di trovare un nuovo partito per lei. Presumibilmente Carlo il Calvo intendeva combinare un nuovo matrimonio per la figlia; in ogni caso, attorno al Natale 861, Giuditta fuggì assieme a Baldovino, futuro conte delle Fiandre, probabilmente dopo essersi sposati nel monastero di Senlis. Il racconto dell'avvenimento negli annali dipinge Giuditta non come la vittima passiva di un rapimento, bensì come parte attiva del fatto, fuggita dietro istigazione di Baldovino e apparentemente con il consenso del fratello Luigi il Balbo. L’ira del re padre si scagliò contro la coppia che rifugiò presso Lotario II e da qui chiesero al Papa di perorare la loro causa, cosa che avvenne e resosi conto di dover cedere, Carlo acconsentì e tornata in Francia la coppia di amanti si sposò pubblicamente e ufficialmente. La Historia Remensis Ecclesiae conferma questa storia e pare che Carlo avesse dato al genero un territorio di confine, le Fiandre appunto, per difendere il territorio interno dalle invasioni dei Vichinghi, mossa che però gli costò il giudizio negativo degli storici, essendo tale mossa sospetta di nascondere il desiderio che il genero morisse nelle battaglie contro gli invasori. Baldovino seppe invece reprimere la minaccia vichinga ed espanse rapidamente tanto il suo esercito quanto i suoi territori, divenendo un fedele sostenitore di Carlo il Calvo; la marca di Baldovino divenne ben presto nota come Contea delle Fiandre e sarebbe divenuta una dei principati più potenti di tutta la Francia. Forse a malincuore Carlo dovette ricredersi su quel genero indesiderato, ma potente. Da Baldovino Giuditta ebbe cinque figli, il cui secondogenito Baldovino II successe al padre nella contea di Fiandra. Da lui discende il ramo, per linea di sangue maschile, Goffredo di Buglione, primo Re di Gerusalemme a cui succederà il fratello Baldovino che manderà avanti il Regno e la dinastia a partire dall’Anno di Grazia 1100.

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Analisi della figura di Carlo il Calvo

La vita di Carlo il Calvo la si conosce più che altro attraverso i fatti di cui fu vittima e protagonista al tempo stesso. La sua nascita fu un vero fulmine a ciel sereno nell’integrità territoriale e governativa dell’Impero e le lotte intestine per i domini, compiute dai fratellastri e non solo, anche dai loro discendenti, diedero il via ad una serie di eventi da cui avranno origine le monarchie del Medioevo. Nella vita di Carlo e in quella dei suoi antenati la presenta ed il ruolo delle donne è stato fondamentale sia dal punto di vista della vita privata sia dal punto di vista della loro influenza sugli uomini che governavano al momento, come era accaduto durante il regno dei Merovingi, anche nel periodo in cui visse Carlo, le donne si fecero tra loro quasi la guerra, spingendo da una parte o dall’altra per arrivare al potere, più per loro stesse che per preparare un terreno fertile ai figli. Questo fa presumere che le donne al tempo di Carlo erano tutt’altro che succubi e fragili, specie nei piani più alti del potere. Carlo lo conosciamo indirettamente attraverso la vita dei fratelli prima, del padre e poi dei figli. Non lo si può conoscere da vicino come suo nonno, ed Eginardo era morto quando Carlo venne al mondo, per dirci di più sulle imprese del nipote di Carlomagno. Carlo il Calvo dovette essere per il suo tempo anche un personaggio interessato alle arti e ai libri non meno di suo nonno e numerosi sono i manoscritti a lui attribuiti, in alcuni dei quali è possibile scorgerne un ritratto.

 

Va precisato che i ritratti di questi personaggi erano idealistici e non realistici per cui la persona fisicamente poteva essere anche diversa dal ritratto che ne fanno i contemporanei. I manoscritti attribuiti a Carlo il Calvo sono per lo più testi sacri, ma non mancano anche testi di letteratura profana e classica, custoditi in parte in Francia e in parte in Germania e si riportano di seguito quelli più belli, miniati:

 

  • Évangiles de Saint-Denis che gli esperti hanno faticato a datare per via dello stile delle decorazioni e l’assenza di ritratti degli Evangelisti che collocherebbero il manoscritto alla fine del VIII secolo, quando ancora Carlo non era nato per cui potrebbe essere stato fatto realizzare da Carlomagno o da qualcuno molto vicino a lui. Il manoscritto pare essere stato donato all’Abbazia di Saint-Denis durante il regno di Carlo il Calvo, dall’Imperatore nel 864, ma non ci sono fonti sicure al riguardo e la presenza del manoscritto lì è attestata al XIII secolo, durante il quale furono apportate delle modifiche al testo. Oggi è custodito dalla Bibliothèque nationale de France, Latin 9387.
  • Opuscula medicalia datato invece tra l’830 e l’870 e si tratterebbe di un testo di medicina e secondo gli esperti il manoscritto sarebbe stato prodotto ad Echternach in parte e continuato per volere di Carlo il Calvo presso lo scriptorium dell’Abbazia di Saint-Denis e anche lo stile interno fa presumere che le mani che hanno lavorato al testo siano di due persone diverse. Anche questo manoscritto è custodito dalla Bibliothèque nationale de France, Latin 11219.
  • Bible de Vivien detta anche La prima Bibbia di Carlo il Calvo, uno tra i più bei esemplari di miniatura carolingia del IX secolo. Fu realizzata dallo scriptorium di Saint Medard e fu donata a Carlo il Calvo. Il manoscritto deve il suo nome al conte Vivien o Vivian, abate di Tour dal 844 al 851 che lo fece realizzare. Il codice è in materiale pergamenaceo e il testo è scritto con minuscole e capitali rustiche e contiene ben 8 miniature a piena pagina. Il codice, ricchissimo di illustrazioni, si conclude con la miniatura che raffigura l’atto della dedica: Vivian e i monaci Amandus, Sigwaldus e Aregarius che la donano all’Imperatore. Carlo la donò successivamente all’Abbazia di Metz dove rimase fino al 1675 quando divenne proprietà del ministro delle finanze di Luigi XIV e da qui fu dato alla biblioteca reale. Il manoscritto è custodito dalla Bibliothèque nationale de France, Latin 1 [16].

 

Figura 4 – Donazione del manoscritto all’Imperatore. Bible de Vivien, Bibliothèque nationale de France, Latin 1, folio 423r [17]. Si notino i costumi indossati dalle figure della scena, in alcuni mantelli si vede chiaramente la rappresentazione stilizzata del trifoglio, usato anche nella riproduzione della tunica dell’Imperatore.

 

  • La seconde Bible de Charles le Chauve, realizzata da Hucbald de Saint-Amand negli anni ’70 del IX secolo è caratterizzata da particolari decorazioni colorate, ma nessun ritratto ed è ospitata anch’essa come le altre citate dalla Bibliothèque nationale de France, Latin 2.
  • Psalterium Caroli Calvi prodotta dallo scriptorium reale di Carlo il Calvo tra l’842 e l’869 e quindi sarebbe precedente alla Seconda Bibbia, e realizzato contemporaneamente a quella di Vivien. Sarebbe stato realizzato da Liutardo, capo del laboratorio della scuola del Palazzo intorno agli anni 869-870. Nell'870, lui e suo fratello, Berengario (Béranger), avrebbero firmato anche la copia del Codex Aureus di St. Emmeram di Ratisbona (Monaco di Baviera, BSB, Clm 14000). Il manoscritto è realizzato in materiale pergamenaceo e scritto con caratteri carolini e unciali rustici. La copertina è uno splendido esempio dell’arte carolingia, con copertina in legno intagliato e pietre incastonate, sul davanti il quadretto centrale in avorio riporta una scena sulla vita di Re Davide fanciullo, come era stato profetizzato da Nathan. In questo manoscritto vi sono anche delle ricchissime miniature, decorate con oro e in una vi è il ritratto di Carlo il Calvo. Il Psalterium Psalterium Caroli Calvi è oggi custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Latin 1152.

Figura 5 – L’imperatore Carlo il Calvo con i simboli della regalità e del potere. Psalterium Caroli Calvi, Bibliothèque nationale de France, Latin 1152, folio 3v [18].


  • Sacramentarium [Sacramentaire de Charles le Chauve] datato sempre tra 869 e 870 è un libro che contiene pochissime pagine, ma miniature stupende e caratteristica è la miniatura interna, la prima in cui vi è rappresentata una incoronazione di un principe, forse Carlo il Calvo, da parte di Dio (la mano che scende dalla nuvola). Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Latin 1141.

 

Figura 6 – Prima miniatura dell’Incoronazione. In verità non si conosce l’esatta identità della figura centrale che potrebbe essere anche quella di Davide. Sacramentarium [Sacramentaire de Charles le Chauve], Bibliothèque nationale de France, Latin 1141, folio 2v [19].

 

  • Évangiles de Noailles realizzato negli anni cinquanta del IX secolo presso la scuola di palazzo di Carlo il Calvo, è una raccolta di Vangeli, scritti su materiale pergamenaceo in minuscola carolina e caratteri rustici, con iniziali decorate e alcune miniature in oro. Il testo non contiene ritratti, se non una rappresentazione di Cristo nelle prime pagine. Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Latin 323.
  • Sacramentarium Sancti Dionysii realizzato nella seconda metà del IX secolo, presso l’abbazia di Saint-Amand-en-Pévèle. È scritto su materiale pergamenaceo in minuscola carolina e caratteri rustici mentre alcune pagine sono riccamente decorate per intero e altre hanno le iniziali decorate. Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Latin 2290.
  • Due vangeli, uno dei quali magnificamente decorato come il Psalterium Caroli Calvi e sembra essere appartenuto a Carlo il Calvo. Questo manoscritto ha la copertina in legno, decorato con pietre preziose e oro, mentre il centro è in avorio raffigurante la scena della crocifissione. Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Latin 9453.
  • Codex Aureus von St. Emmeram, forse il più bello e prestigioso manoscritto tra quelli realizzati in epoca carolingia e quello che reca la miniatura con il ritratto dell’imperatore (folio 14 [20]) , a cui ci si è ispirati per la riproduzione della tunica. Il manoscritto proviene da Saint Denis e il miniatore è probabilmente quel Liutardo della Bibbia di Vivien, realizzata insieme al fratello Berengario e pare essere stata realizzato proprio su commissione di Carlo. Il testo è in materiale pergamenaceo e contiene 7 miniature a piena pagina, 12 tavole canoniche ed altrettante ornamentali [21]. Arnolfo di Carinzia, Re di Baviera [22] lo donò alla fine del IX secolo, 893, all’Abbazia di St. Emmeram (da cui il nome del manoscritto). Dopo vari passaggi, il manoscritto è oggi custodito dalla Bayerische Staatsbibliothek di Monaco di Baviera come BSB Clm 14000 [23].

Figura 7 – Miniatura con il ritratto di Carlo il Calvo, Imperatore del Sacro Romano Impero, assiso in trono nella miniatura del folio 14 del Codex Aureus von St. Emmeram, Bayerische Staatsbibliothek ® Clm 14000 [24]


  • Bibbia di San Paolo (detta anche di San Paolo fuori le mura) è un’altra bibbia carolina commissionata da Carlo il Calvo tra la fine della prima metà e la seconda metà del IX secolo, è quasi sconosciuta al pubblico e custodita oggi presso l’omonima chiesa, a Roma. Contiene alcune miniature a pagina intera, una delle quali contiene un ritratto dell’Imperatore quasi identico a quello contenuto nel Codex Aureus (BSB Clm 14000) e riflette lo stile tardo carolingio. Secondo gli esperti, il manoscritto fu realizzato in occasione del matrimonio tra Richilde e Carlo il Calvo, nel 870 [25].

 

L’analisi delle miniature rappresentanti l’imperatore confermano la natura idealistica e non realistica dei ritratti, tanto più che somigliano moltissimo al ritratto che Eginardo aveva fatto di Carlo Magno:


“Era di taglia grossa e robusta, di statura alta ma non eccezionale, giacché misurava sette piedi d’altezza. Aveva la testa rotonda, gli occhi molto grandi e vivaci, il naso appena più grosso del normale, i capelli bianchi ma ancora belli, l’espressione allegra e ridente; il collo corto e grasso e il ventre un po’ sporgente; la voce chiara, ma un po’ troppo sottile per la sua stazza.[…] ”[26]

 

Secondo lo storico Alessandro Barbero, nel testo dedicato a Carlo Magno, il ritratto fisico offerto da Eginardo trova conferma nelle raffigurazioni coeve [27] dell’imperatore. L’effigie impressa sulle sue monete è quella d’un uomo corpulento, dal collo grasso e i baffi spioventi, coi capelli tagliati corti sulle orecchie, e il capo coronato d’alloro al modo degli imperatori romani. Lo stesso tipo si ritrova in una statuetta equestre di bronzo dorato, alta circa una ventina di centimetri, conservata al Louvre; il soggetto è certamente un sovrano carolingio, che la tradizione identifica con Carlo Magno, anche se molti indizi fanno pensare che l’opera sia più tarda. La statuetta raffigura un uomo robusto, dalla testa rotonda, il viso paffuto, i capelli corti e grossi baffi, con la corona in testa, decisamente somigliante al Carlo Magno descritto da Eginardo; sicché l’ipotesi più verosimile è che si tratti d’un ritratto dell’imperatore commissionato da uno dei suoi successori, probabilmente il nipote Carlo il Calvo [28]. Sia nel Codex Aureus (BSB Clm 14000), nella Bibbia di S. Paolo e nel Psalterium il ritratto dell’imperatore Carlo il Calvo è fedele alle descrizioni di Eginardo e alle altre opere contemporanee di Carlo Magno, per cui non si può non supporre che vi sia una certa somiglianza che in realtà corrisponde ad un ritratto più ideale che reale sia dell’Imperatore Carlo Magno sia del nipote Carlo il Calvo, il quale non viene per altro mai rappresentato come un uomo calvo appunto, come voleva il soprannome [29]. Anche gli abiti raffigurati nei manoscritti e rappresentati nelle opere sembrano fedeli sia alla descrizione fatta da Eginardo della moda franca e carolingia e anche qui notiamo una certa somiglianza. Carlo, prima ancora di vestirsi, andava ad assistere all’ufficio mattutino, avvolto in un mantello lungo fino ai piedi, «di cui oggi», scrive Notker un secolo dopo, «s’è perduto non solo l’uso, ma perfino il nome»; sotto infilava soltanto la camicia e le mutande di lino, che peraltro non erano una raffinatezza regale o nobiliare, ma erano usate da tutti [30]. Terminato il servizio, l’imperatore tornava nella camera, dove il fuoco ardeva nel camino, e lì si vestiva, più o meno lussuosamente a seconda delle circostanze. Sopra la biancheria indossava una tunica lunga fino al ginocchio e stretta in vita da una cintura. Era l’abito comune a tutti i Franchi, e solo il pregio delle stoffe e la presenza di galloni distinguevano il re e i nobili dai contadini, oltre naturalmente al colore: gli abiti dei poveri infatti erano di lana non tinta, e dunque grigi o bruni, mentre i ricchi vestivano stoffe dai colori vivaci, soprattutto rosso e viola. Sotto la tunica Carlo infilava le brache, che erano d’uso corrente ma non universale, giacché si andava anche a gambe nude. Sempre presenti erano invece le calze, che dovevano avere una suola di cuoio, perché si portavano molto spesso senza altre calzature; per fermarle si giravano fasce di stoffa intorno ai piedi e alle gambe. Quando faceva freddo, il re si avvolgeva nella solita cappa, lunga fino ai piedi; durante la sua vita, osserva Notker, la moda tendeva ad accorciarla, ma Carlo ne scoraggiò il commercio. Oltre alla cappa, che preferiva blu, portava se necessario un comune pellicciotto, di lontra, di ratto o d’agnello. Parte integrante dell’abbigliamento quotidiano, infine, erano la spada alla cintura e una mazza nodosa di legno di melo, col pomo d’oro o d’argento [31]. Il ritratto corrisponde quasi in tutto e per tutto anche alla raffigurazione di Carlo il Calvo che nel Codex Aureus (BSB Clm 14000) indossa una tunica lunga (di parecchio sotto al ginocchio e non corta come avveniva in precedenza, anche se le altre figure maschili intorno all’imperatore vestono tuniche corte) bordata con un gallone di pietre preziose mentre il mantello è lungo fino ai piedi, di color oro, anch’esso bordato come la tunica ed è portato alla maniera bizantina, aperto cioè da un lato. Le calze, probabilmente suolate son strette da lacci che si incrociano lungo il polpaccio e da qui si presume che a grandi linee la moda carolingia non era cambiata in mezzo secolo, anche se alcuni soldati vengono talvolta rappresentati già con scarpe chiuse e piccoli stivali. Persino la capigliatura, corta e sopra le orecchie e il mento sbarbato rappresentati nei manoscritti trovano ancora una volta conferma nella descrizione degli storici dell’epoca.

 

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Rifacimento della tunica

Il rifacimento della tunica ha richiesto un preventivo intervento di restauro sul tessuto di doppione di seta azzurra, il cui logorio è dovuto all’età ed allo stato di conservazione del tessuto stesso [32], tramite cuciture di rammendo con filo ricavato dai ritagli di tessuto e l’applicazione di rinforzo termoadesivo leggero interno. La realizzazione del ricamo ha richiesto invece un’attenta analisi dell’immagine dell’Imperatore Carlo il Calvo così come è stato rappresentato nella miniatura del Codex Aureus (BSB Clm 14000, folio 14) della Bayerische Staatsbibliothek ® (BSB) di Monaco di Baviera.

 

Figura 8 – Carlo il Calvo assiso in trono. Miniatura tratta dal Codex Aureus von St. Emmeram, folio 14. Bayerische Staatsbibliothek ®, BSB Clm 14000 [33]

Tale analisi, effettuata con software di grafica ha permesso di rendere più nitida l’immagine della decorazione del tessuto.

 

 

Figura 9 – Macro del doppione di seta, si nota la trama del tessuto e la lieve escrescenza dovuta ad un ispessimento del filo di seta che durante la tessitura crea la caratteristica rigatura. Il lato opaco del doppione è il dritto mentre il rovescio è liscio e integro come un raso.

 

La tunica è stata disegnata direttamente su tessuto e poi tagliata, rifinita con punti stretti e alti 5 mm per impedire che sfilacciasse e assemblata a macchina, mentre gli orli dello scollo, delle maniche e del bordo gonna sono stati realizzati a mano con sottopunto.

 

Figura 10 – Rinforzo interno fissato a mano.


Figura 11 – Dettaglio del sottopunto o punto invisibile eseguito grazie anche all’ausilio di una lente di ingrandimento.

 

L’ornamento della tunica rappresentato sul manoscritto è dato da elementi geometrici regolari di forma sferica o ellittica di colore bianco (argento) con bordure di colore più scuro e alcuni di questi elementi presentano a tratti degli aloni giallognoli, che si suppone siano traccia di un leggero deterioramento del pigmento utilizzato per riempire il disegno, ma anche una macchia dovuta alla sovrapposizione di pagine miniate non completamente asciutte (infatti la pagina successiva presenta una miniatura che contiene a sua volta oro). Significativo è l’uso di gruppi di tre elementi per ogni decorazione, un simbolismo forse riferito alla SS. Trinità. Si è supposto anche che potesse trattarsi di una rappresentazione diversa, magari un motivo floreale, scolorito nel tempo, simile ad un manoscritto contemporaneo in cui vi è simile rappresentazione della tunica dell’imperatore: il Psalterium Caroli Calvi custodito dalla Bibliothèque nationale de France. In tale manoscritto il disegno è più evidente e mostra un fiore stilizzato. Anche nel caso della tunica rappresentata nel Codex Aureus (BSB Clm 14000, folio 14) potrebbe dunque trattarsi di un elemento floreale stilizzato, molto probabilmente un trifoglio, utilizzato in epoca altomedievale da S. Patrizio per diffondere la dottrina della SS. Trinità che dunque il trifoglio rappresenterebbe.

 

Figura 12 – A sinistra un ritaglio della miniatura per ingrandire la trama della tunica cosi come rappresentata nella miniatura del folio 14 del Codex Aureus, Bayerische Staatsbibliothek ® (BSB Clm 14000). A destra il Trifolium pratense, simbolo della Trinità. Questo tipo di riproduzione si trova come ornamento anche nelle vesti rappresentate in altri manoscritti coevi e successivi fino al XI secolo.

 

I ricami sul manoscritto sono stati rappresentati con disposizione a scacchiera o alternati per ogni riga. La disposizione del disegno sul manoscritto è stata trasferita sul tessuto, dividendo lo spazio in sezioni a partire dalla spalla fino ai piedi, tolti i cm degli orli del fondo. La suddivisione è poi stata ripetuta in senso orizzontale, ponendo però una maggiore distanza. Tale suddivisione è stata fatta considerando metà della tunica, incluse le maniche, al fine di garantire il più possibile una certa simmetria sia davanti sia dietro, in modo tale da ottenere, a lavoro finito, l’effetto di un abito imperiale ricavato da un unico taglio. Nel manoscritto l’orientamento degli elementi stilizzati sembra non seguire un certo ordine: in alcuni punti gli elementi sono disposti specularmente in senso orizzontale e verticale, ma non sono disposti tutti con lo stesso medesimo orientamento, pertanto si è deciso di rappresentarli con un orientamento in senso orario, ruotando di volta in volta di 90° e ottenendo così lo stesso orientamento di una figura, ogni tre. Facendo questo tipo di operazione solo su ogni metà, si ottiene anche un’armoniosa simmetria del disegno, oltre a rispettare una certa distanza tra un elemento e l’altro, fedelmente alla miniatura del manoscritto.

 

Figura 13 – Schema della tunica realizzata a computer, grazie a MS Visio.

 

Il disegno una volta stampato è stato riportato su carta velina, preparato per spolvero e poi la sinopia è stata riprodotta su tutto il tessuto. I disegni sono poi stati rimarcati e contornati con impuntura e alla fine ricamati.

 

Figura 14 – La sinopia del trifoglio realizzata prima con lo spolvero e poi con impuntura


Figura 15 – Il ricamo del trifoglio, realizzato interamente a mano.


Figura 16 – Immagine del filato argento ed oro, durante l’esecuzione dei lavori


Il filo d’oro e quello d’argento lurex sono stati utilizzati doppi, a causa della loro sottigliezza, e l’oro è stato applicato per realizzare il contorno, mentre il riempimento, concentrico è realizzato in argento. Il ricamo è stato eseguito a punto catenella.

 

  

Figura 17 – Altri esempi di ricami


 

Figura 18 – Parte alta della tunica, primi ricami


Figura 19 – Tunica di Carlo il Calvo quasi ultimata. Sul parte posteriore della tunica i ricami non sono stati fatti.


Figura 20 – La tunica finita appoggiata su un piano, aperta, per mostrare il ricamo e la simmetrie della disposizione spaziale degli elementi tra le due metà.


Figura 21 – La tunica indossata sul manichino.


  

Figura 22 – Profilo del costume indossato sul manichino

 

Non è stato realizzato il gallone con pietre preziose, che sarebbero state sintetiche in questo caso, essendo una riproduzione; ma non è da escludere che ciò sia fatto in un secondo tempo, come il mantello. La tunica è stata realizzata lunga quasi fino ai piedi, poiché nel manoscritto, forse anche per via della posizione da seduto, la tunica appare più lunga rispetto ai canoni della moda franco-carolingia, come del resto il mantello.

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Conclusioni

Questo costume è stato realizzato al fine di essere una semplice riproduzione di un costume di un personaggio storicamente esistito, Carlo il Calvo, ma a causa del precario stato di conservazione del tessuto e alla delicatezza del lavoro necessario per realizzarla, non parteciperà mai a sfilate di rievocazioni storiche, onde evitarne l’irrimediabile compromissione e la rovina.

 

Fonti bibliografiche

Siti internet

Libri

  • Barbero, Alessandro. Carlo Magno. Un padre d'Europa. Laterza, 2002.
  • Norbert, Wolf. Capolavori della miniatura. I codici miniati più belli del mondo dal 400 al 1600. Taschen, 2007.

Manoscritti

Note

[1] Essendo ancora in vita il padre, Lotario svolgeva le funzioni di co-imperatore ed essendo il primogenito gli era stata assegnata con la dignità imperiale, una certa superiorità nella successione rispetto ai fratelli.

[2] Secondo la Vita Hludowici Imperatoris era figlio di Pipino d’Italia e di una sua concubina. Carlo Magno sembra però avergli riconosciuto il diritto alla successione, ma fino a 15 anni fu mandato presso un monastero e si poté insediare sul trono italiano solo nel 812. Pipino era morto due anni prima e senza alcun aiuto forte, Bernardo era una facile preda dei nemici e di chiunque volesse impossessarsi del trono.

[3] Monumenta Germaniae Historica, tomus II: Thegani Vita Hludovici Imperatoris, pag. 596, par. 22

[4] La tecnica di accecare un rivale, specie nelle famiglie regnanti, era una prassi in uso già dall’Antichità e non più in là di un secolo prima l’Imperatrice bizantina Irene aveva fatto la stessa cosa con il proprio figlio per salire al trono.

[5] È sepolto a Milano nella Basilica di Sant'Ambrogio

[6] Questa esclusione fa presumere che la loro intenzione circa il fratellastro ancora bambino era probabilmente quella di eliminarlo o fisicamente o semplicemente chiuderlo in monastero. Non abbiamo troppe fonti al riguardo l’infanzia di Carlo il Calvo.

[7] Secondo gli Annales Fuldenses Oddone che era missus dominicus dell'imperatore, Carlomagno, preso i Sassoni, nell'810, fu fatto prigioniero, sull'Elba, da Wilzi. Le fonti su di lui non sono troppo sicure né concordanti. Secondo gli Einhardi Annales, Oddone fu tra i conti Franchi che, nell'811, parteciparono alle trattative di pace tra l'imperatore ed il re dei Vikinghi, il danese, Henningum mentre secondo la Vita Hludowici Imperatoris divenne conte d'Orleans solo nell'821, alla morte del padre, ma nell'827, non era più conte d'Orleans, infatti, in quell'anno, Matfrid I, era il conte d'Orleans che, assieme a Ugo conte di Tours, fu inviato ad unirsi al re d'Aquitania, Pipino I, per portare aiuto alla città di Barcellona assediata dai Mori. Oddone fu tra i sostenitori di Ludovico il Pio, nelle dispute con i suoi tre figli maggiori, ma sua fedeltà non fu generosamente ricompensata, almeno da Ludovico. Più di un Annale riporta la precarietà del feudo di Orleans che Oddone avrebbe perso più volte: gli gli Annales Bertiniani, Annales Fuldenses e Annales Xantenses riportano che Oddone perse il feudo, assegnato a Matfrid I. Oddone aveva dunque ogni interesse a imparentarsi con il figlio dell’Imperatore. Morì nel 834, durante una delle ultime battaglie di ribellione tra i figli di Ludovico il Pio e il padre.

[8] Annales Bertiniani, nel Carisiacum palatium di Quierzy.

[9] Figlia del conte dell’Ardenne, Bivin de Gorze, e della moglie che era la figlia di Bosone di Arles. Era inoltre la sorella di Bosone I di Provenza, parente inoltre di Teutberga (o Teoberga, figlia del conte di Valois Bosone il Vecchio, capostipite della dinastia Bosonide, e legittima moglie del re di Lotaringia, Lotario II).

[10] Nell'877, Richilde seguì il marito nella campagna d'Italia, assieme ad un drappello di nobili cavalieri; la maggior parte della nobiltà, tra cui suo fratello Bosone, con l'esercito, avrebbero raggiunto l'imperatore, in un secondo tempo. Dato che l'esercito non arrivava, Carlo, a Tortona, decise di accelerare i tempi e forse per uno scrupolo politico fece incoronare imperatrice Richilde dal papa Giovanni VIII e poi la inviò in Gallia a sollecitare la partenza dell'esercito, che però non partì mai.

[11] Fu secondogenito di Carlo il Calvo e della regina Ermentrude e primo figlio maschio dei nove avuti dalla coppia. Noto anche come Luigi II di Francia, Luigi il Balbo succedette al padre come Re dei Franchi occidentali, Re d’Aquitania, Re di Lotaringia e di Provenza (fino al 879, quando il fratello della matrigna ne divenne il re).

[12] Secondo gli Annales Bertiniani, nel marzo dell'862, all'età di circa 36 anni, Ansgarda di Borgogna sposò segretamente l'erede al trono di Francia, che di anni ne aveva 16, il principe Luigi il Balbo, contro il volere del re Carlo il Calvo il quale si adoperò affinché il matrimonio fosse annullato, ma non ci riuscì. Alla fine Luigi il Balbo, nell'875, per volere del padre ma con la disapprovazione di papa Giovanni VIII divorziò da Ansgarda, che venne ripudiata e allontanata da corte e nello stesso anno (febbraio 875) e Carlo riuscì a fargli sposare la sua prescelta, Adelaide del Friuli, che però, a Troyes, il 7 settembre 878, papa Giovanni VIII rifiutò di incoronarla regina. Quando nell'879, Luigi il Balbo morì, mentre stava preparando una spedizione contro il conte di Poitiers Ranulfo II e quello del Maine, Ragenoldo, Ansgarda lavorò per la successione sul trono dei suoi figli maschi: Luigi e Carlomanno. Spinse l'arcivescovo di Reims a rivedere il suo divorzio, anche se la nuova regina era incinta e poi mise al mondo un erede maschio Carlo il Semplice. Ansgarda e i suoi figli accusarono Adelaide di adulterio e prima della fine dell'879 Luigi III e Carlomanno II salirono congiuntamente sui troni di Francia e di Aquitania; ambedue moriranno, giovani e senza eredi, per una caduta da cavallo, e poco dopo morì anche Ansgarda.

[13] Era nato nel 849 e la madre Osburga era morta che era ancora un bambino di sei anni, mentre i fratelli erano tutti molto più vecchi di lui, specie Ethelbald che aveva 18 anni all’epoca.

[14] In realtà l’età per l’uomo non è influente sulla capacità procreativa come per la donna, anche se ovviamente dopo i cinquant’anni tale capacità diminuisce. Esistono casi storici di sovrani che siano riusciti a procreare a quasi sessant’anni come nel caso di Federico I Barbarossa che a 58 anni ebbe dalla giovane moglie (23 anni in meno) una figlia che però morì prestissimo. Trattasi ovviamente di casi rari, anche perché i matrimoni all’epoca erano fatti dalle famiglie e avvenivano quando gli sposi erano giovanissimi proprio per sfruttarne le capacità riproduttive.

[15] Ethelbert morì nel 865, dopo cinque anni di regno in cui i Danesi avevano invaso l’Inghilterra e gli succedette il terzo fratello Etherelt che però fu ucciso e gli successe a sua volta Alfredo il Grande.

[16] Capolavori della miniatura. I codici miniati più belli del mondo dal 400 al 1600 di Norbert Wolf, TASCHEN ed., 2007 – pagg. 96-97

[17] Bible de Vivien, Bibliothèque nationale de France, Latin 1 (Rif. http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8455903b/f853.item)

[18] Psalterium Caroli Calvi, Bibliothèque nationale de France, Latin 1152 (Rif. http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b55001423q/f12.item)

[19] Sacramentarium, Bibliothèque nationale de France, Latin 1141 (Rif. http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53019391x/f14.item)

[20] Codex Aureus von St. Emmeram, Bayerische Staatsbibliothek Clm 14000 (Rif. http://daten.digitale-sammlungen.de/BSB Clm 14000 - folio 14)

[21] Capolavori della miniatura. I codici miniati più belli del mondo dal 400 al 1600 di Norbert Wolf, TASCHEN ed., 2007 – pagg. 98-99

[22] Arnolfo di Carinzia era nipote di Ludovico il Germanico da cui ereditò la corona di Baviera, quella di Re dei Franchi orientali, quella d’Italia (che però perse) e infine quella imperiale dall'896 alla sua morte.

[23] Codex Aureus von St. Emmeram o Evangeliar (Codex Aureus) - BSB Clm 14000 Bayerische Staatsbibliothek ®, Muenchen (Rif. http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0009/bsb00096095/images/)

[24] Codex Aureus von St. Emmeram, Bayerische Staatsbibliothek Clm 14000 (Rif. http://daten.digitale-sammlungen.de/BSB Clm 14000 - folio 14)

[25] Capolavori della miniatura. I codici miniati più belli del mondo dal 400 al 1600 di Norbert Wolf, TASCHEN ed., 2007 – pagg. 102-103

[26] Carlo Magno. Un padre dell'Europa di Alessandro Barbero, Laterza ed., 2002 pag. 84

[27] Contemporaneo

[28] Carlo Magno. Un padre dell'Europa di Alessandro Barbero, Laterza ed., 2002 pagg. 84-85

[29] Il soprannome fin dall’antichità (cognomen) tendenva ad identificare una caratteristica personale dell’individuo e veniva posto alla fine del nome (prenomen, nomen e cognomen). In epoca medievale e antica non esistevano i cognomi intesi come oggi, anche se il nomen identificava la gens e quindi la famiglia di appartenenza dell’individuo. L’uso di soprannomi è diffusissimo nell’antichità e nel Medioevo tanto che ancora oggi certe parole sono utilizzate per identificare una persona: “quello è un Cicerone” per indicare un grande oratore.

[30] La camicia in tal senso era usata anche come il nostro pigiama moderno, non solo come indumento intimo.

[31] Carlo Magno. Un padre dell'Europa di Alessandro Barbero, Laterza ed., 2002 pagg. 86-87

[32] Il tessuto è un drappo di seta di alcuni metri, donato da un’amica di famiglia. Si tratta di una seta azzurra prodotta a Como tra gli anni ’50 e ’60.

[33] Codex Aureus von St. Emmeram, folio 14. Bayerische Staatsbibliothek ®, BSB Clm 14000 - http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0009/bsb00096095/images/index.html?seite=10&fip=193.174.98.30