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Il progetto della ricostruzione dei costumi della miniatura di Donizone, dedicata al Perdono di Canossa

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Questionario sulla rievocazione storica ed il costume.
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L’eresia catara a Parma nel XIV secolo: Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Indice

Premessa

Il movimento Cataro

L’Ordine dei Frati Predicatori (o Ordine Domenicano) e l’Inquisizione

Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

I costumi

     L’abito domenicano

     Il costume dell’eretica…quasi una scena del crimine…

     Interpretare l’eretica e l’inquisitore

Ringraziamenti

Fonti bibliografiche

     Siti internet

     Libri e saggi

     Manoscritti e miniature

 

Premessa

La storia dell’eresia e dei movimenti ereticali, quella di numerose città italiane e quella della Santa Inquisizione s’intrecciano spesso tra loro nel periodo medievale, ma non solo, anche nei secoli successivi. La storia che viene qui presentata, e che ha come obiettivo anche la descrizione dei costumi realizzati per rappresentare due figure non indifferenti della società medievale italiana ed europea, ha come sfondo la Parma dei secoli XIII e XIV e i protagonisti sono Elina (o Elena) de’ Fredolfi e Florio da Vicenza, inquisitore dell’Ordine dei Domenicani. Trovare notizie su questi due personaggi non è stato facile e devo ringraziare due cari amici per avermi aiutata a trovare alcune fonti.

Nella premessa storica di presentazione dei due personaggi, la parte dedicata al movimento ereticale dei Catari sarà molto breve per dar maggior spazio alla parte dedicata ai costumi, sia quello dell’Ordine Domenicano sia quello dell’eretica. Inoltre va precisato che sui Catari sono stati scritti numerosissimi testi e sono ancora materiale di studio degli storici, oggetto di dibattito anche per chi studia storia delle religioni; di conseguenza non è possibile trattare qui tutta la storia di questo movimento ereticale.

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Il movimento Cataro

I Catari [1] erano un movimento ereticale medievale, originato probabilmente nel XII secolo in seno al periodo di crisi della Chiesa, durante il periodo della Lotta alle Investiture e in netta contrapposizione per ideologie e pratiche con la proposta di rinnovamento spirituale proveniente da Cluny. La provenienza geografica del movimento cataro non è certa, probabilmente erano originari dei Balcani, ma si diffusero rapidamente in tutta l’Europa occidentale tanto che già nel XII secolo si hanno tracce scritte della loro presenza in Renania, in Germania [2]. Si spinsero presto fino a Tolosa e raggiunsero anche l’Italia, specie al nord. Le fonti su questo movimento sono numerosissime e non sempre troppo chiare, tanto che gli storici hanno potuto individuare tante sfumature di questo movimento, noto con altri nomi e varianti nelle ideologie predicate nel corso dei secoli del Medioevo. I Catari ebbero infatti nomi diversi, indicanti i diversi focolari dell'eresia e anche le diverse tendenze di essa. D'origine balcanica sono i nomi di Publicani o Poplicani (Pauliciani), e di Bougres (Bulgari), dati loro nelle Fiandre e nella Francia settentrionale. Nella Francia meridionale vennero designati con il nome di Albigesi (da Albi, nella Linguadoca), Tolosani, ecc. La drammatica e sanguinosissima Crociata contro gli Albigesi, fu nientemeno che una crociata contro un gruppo di assidui seguaci dei Catari, ma da loro leggermente diversi per alcune varianti dell’ideologia. Il solo caso della crociata apre una vastissima parentesi che qui, in questo contesto ci porterebbe fuori argomento [3]. L’eresia dei Catari e quindi la loro dottrina non aveva caratteri unici, ma derivava principalmente da quella bogomila e manichea, oltre ad avere alcune sfumature del tutto simili alle ideologie di altre sette religiose dell’epoca e della tarda antichità.

 

Descrivere precisamente la dottrina non è affatto facile proprio per la somiglianza e la distorsione di varie caratteristiche prese da altre religioni, oltre al Cristianesimo ed al Bogomilismo [4] vi era il Manicheismo [5], e la setta dei Marcioniti [6]. Altra cosa che non permette di capire bene la vera origine dell’eresia catara è dovuta al fatto che a differenza di altre sette religiose antiche, medievali e moderne, i Catari non avevano un proprio fondatore, anche se non è da escludere la possibilità che tutto sia nato da individui – rimasti del tutto anonimi – che intendevano ribellarsi alle politiche ed alle regole delle due chiese principali dell’epoca, quella cattolica e quella bizantina ortodossa, le quali a loro volta non andavano molto d’accordo né erano sempre tolleranti l’una con l’altra nè verso le nuove religioni o sette. La distorsione e la mescolanza delle caratteristiche prese da varie religioni è certamente stato strumento per alcuni per raggiungere scopi personali, come il potere sulle masse e si vedrà, proseguendo la lettura, che i Catari più che perseguire la salvezza della propria anima perseguivano scopi molteplici ben diversi. Anche l’organizzazione del movimento cataro ne conferma l’aspetto settario, pur imitando esso per certi versi la struttura interna della gerarchia ecclesiastica cattolica, motivo che tra gli altri scatenò l’ira della Chiesa. In assenza di un fondatore è logico e lecito presumere che il movimento fosse guidato da dei maestri o, come diremmo oggi, guru che si rifacevano a modo loro ai modelli di fondatori di altre sette da cui discendevano: distorcendo tutto quello che si poteva distorcere e condannando tutto quello che si poteva condannare alle due Chiese principali dell’epoca, specialmente quella Cattolica, che tra X e XII secolo attraversò forse il peggior periodo di crisi spirituale e morale della storia. La stessa idea che avevano i Catari di Dio, di Cristo è completamente stravolta e deformata rispetto alle principali dottrine cristiane dell’era paleocristiana e medievale e non riprende solo un modello dualistico, tipico di alcune religioni orientali, in cui Bene e Male sono antitetici. La visione del mondo e l’interpretazione delle Sacre Scritture dall’Antico Testamento all’Apocalisse era del tutto capovolta rispetto alla dottrina cristiana così come era nata nel I secolo d.C.

 

La visione dualistica della religione catara discendeva probabilmente da quella bogomila e manichea, tra loro simili. Secondo i miti cosmogonici [7] Catari, all'origine dell'universo stavano due princìpi sovrani, coeterni e antitetici i quali si combattevano per il dominio del mondo: Dio e Satana, spirito e materia, Bene e Male. Opera divina erano le creature angeliche e spirituali, sia che esse scaturissero per via di emanazione e d'ipostasi [8] dall'essenza divina e siano pertanto coeterne con Dio, sia che esse siano state tratte per virtù creativa dal nulla; opera demoniaca erano invece le creature materiali e terrene, sia che esse fossero state prodotte per virtù demiurgica [9] da Satana, cui Dio permise di organizzare la materia, separando e poi combinando diversamente i quattro elementi essenziali del caos: il fuoco, l'aria, l'acqua e la terra (Concorezziani e Bagnolesi), sia che esse siano state create dal nulla, dal principio del male. Nell'uomo, dotato d'una duplice natura, spirituale e materiale, s'incontrano e si oppongono i due principî supremi [10]. L’anima, ossia la parte spirituale dell’uomo era la parte buona, quella gradita a Dio mentre il corpo essendo materia, era stato creato dal Demonio e imprigionava l’anima. Di conseguenza la salvezza dell'uomo, per i Catari, era possibile solo a patto della separazione dell'anima (lo spirito) dal corpo (la materia), che poteva essere conquistata solamente attraverso la sofferenza fisica e la morte. Quanto alla figura di Cristo per i Catari, mosso a compassione dell'uomo, Dio inviò nel mondo il Cristo, suo figlio, perché redimesse l'umanità dal demonio. Anche la nascita di Cristo nell’ideologia catara non è ancora ben chiara: per alcune fonti essi non ne riconoscevano la natura divina, ossia non credevano fosse figlio di Dio e come Lui, divino, ma semplicemente un angelo mandato sulla terra in sembianze umane e concepito da un altro angelo (Maria) che a sua volta avrebbe avuto solo in apparenza sembianze umane [11]. Questa credenza dei Catari contrastava con il dogma della nascita umana e verginale di Cristo, oltre che con i Vangeli secondo i quali Maria era vergine e senza peccato [12] (piena di grazia); i Catari negavano così anche la natura divina di Cristo in quanto figlio di Dio, concepito per volere di Dio [13] per opera dello Spirito Santo, riconosciuto in quanto spirito divino. Sempre secondo i Catari, e similmente all'antica concezione del docetismo gnostico, Cristo avrebbe rivelato all'uomo la sua vera natura, e come imprigionato al tempo stesso nella materia potesse raggiungere la liberazione dell’anima. Per la dottrina catara, essendo Cristo puro spirito e venendo sulla terra a liberare gli uomini senza però assoggettarsi alla loro stessa schiavitù, il corpo che egli prese e gli atti materiali che compì, dall'incarnazione sino alla passione, non furono che pura apparenza [14]. Come conseguenza di queste loro dottrine, i Catari negavano parecchi dogmi del cattolicismo, come la transustanziazione [15] e il sacrificio della messa [16], il battesimo materiale [17], l'esistenza del purgatorio [18] e l'utilità dei suffragi [19], la venerazione delle immagini e il culto delle chiese [20]; conservarono però alcune delle grandi feste cristiane, come il Natale, la Pasqua e la Pentecoste. Appare certamente contradditorio il festeggiamento da parte dei Catari di due delle più importanti festività cristiane se si pensa che dall’incarnazione alla passione di Cristo per essi era stata in realtà tutta apparenza e si fa anche fatica a trovare diverse interpretazioni del termine “apparenza” in questo contesto.

 

Dalle loro dottrine teologiche e metafisiche i Catari derivarono i principî della loro morale individuale e sociale. Poiché la salvezza consisteva nella separazione dell'anima dalla materia, era necessario mettere in pratica anche una durissima serie di precetti: ascetismo [21], verginità [22], astinenza dalla carne, povertà, condanna del matrimonio e della procreazione. Il radicale spiritualismo e il desiderio di liberarsi dai lacci corporali sfociavano talvolta nel ricorso alla morte volontaria per digiuno, l'endura.

 

Per quanto riguarda l'astinenza, occorre precisa che essa era una delle pratiche più caratteristiche della morale catara, permetteva infatti d'incorporare il meno possibile di materia e attenuava o sopprimeva l'azione esercitata dal corpo sull'anima, in pratica si cercava di raggiungere proprio l’endura, vissuta da loro come un martirio [23]. In tempi in cui il tasso di mortalità era altissimo, specie nei periodi di carestia, si fa fatica pensare ai Catari che rinunciano a qualcosa che molto probabilmente non potevano avere, almeno i credenti più poveri che avevano aderito alla loro dottrina e i Perfetti più fanatici; seppure non manchino documenti e testi che invece parlano di un’infiltrazione catara nell’alta società, nella nobiltà del mezzogiorno francese che tutt’altro era che povera e dedita al digiuno [24]. L’astinenza dei Catari consisteva inoltre nel consacrare al digiuno tre periodi dell'anno di 40 giorni ciascuno e nel praticare un ferreo regime vegetariano [25]. L'uso delle carni degli animali e di tutto ciò che da essi deriva, come il latte, il formaggio, e le uova, era considerato come un peccato mortale. Ammettevano solo il pesce nella loro dieta, poiché credevano che i pesci fossero animali a sangue freddo e quindi erano meno materiali [26] di quelli a sangue caldo, sia soprattutto perché credevano che non fossero generati per accoppiamento [27]. Il rifiuto di mangiare carni animali e loro derivati (uova e latte, quindi anche formaggi) era dovuto al fatto che gli animali che vivevano sulla terra oltre ad essere creature a sangue caldo si riproducevano per mezzo di rapporti sessuali e l’accoppiamento era visto alla stregua di un gravissimo peccato mortale. Ne derivava che essi rifiutassero anche a livello umano il matrimonio e quindi la procreazione che sono, invece, nel Cristianesimo il fulcro della formazione della famiglia, della comunità e della società. Questa fu tra le più gravi eresie predicate dal movimento cataro poiché andava contro le S. Scritture che essi stessi predicavano: in più passi della Bibbia si parla di matrimonio come fondamenta della famiglia e della società; un uomo e una donna uniti da Dio si uniscono e fanno figli. Nella Genesi (Gen 1,28) è scritto chiaramente che “Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra». E ancora si dice in Gen 2,24 “Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne”, parole riprese anche da Gesù e se per i Catari anche quello che aveva detto Cristo in realtà era stato solo mera apparenza, allora non si spiega come mai essi utilizzassero i Vangeli per predicare alle masse [28]. Il rifiuto del matrimonio e della procreazione derivavano probabilmente da quella convinzione, formulatasi grazie alla loro mitologia cosmogonica, che tutto ciò che era materia imprigionava l’anima, di conseguenza procreare era sinonimo di cedimento alla lussuria e ad imprigionare una nuova anima. L’atto sessuale era l'atto materiale per eccellenza, che, oltre ad avere invischiato nella materia Adamo e tutta la sua discendenza, era lo strumento più acconcio ad estendere e a perpetuare il regno di Satana, chiamando nuovi esseri alla vita terrestre e materiale dicono le fonti. La castità perpetua fu perciò una delle pratiche fondamentali del Catarismo e vi erano tenuti tutti gli aderenti al movimento, che ne facevano voto durante l’iniziazione. Come l'astinenza spinta sino alla pratica dell'endura tendeva a soffocare la vita individuale, così l'assoluta verginità era destinata a sopprimere la vita sociale nella sua radice. Lo stesso concetto pessimistico, che a torto si voleva derivare dal Vangelo, ispirava l'avversione dei Catari alle istituzioni fondamentali della società, come la proprietà privata e l'esercizio della giustizia. Peccato mortale era per gl'iniziati il possesso di beni terreni e quindi s’era obbligati a praticare la più assoluta povertà, sebbene le fonti abbiano evidenziato una contradditoria ricchezza nel sud della Francia al tempo della Crociata contro gli Albigesi e vedremo in seguito perché. Allo Stato negavano il diritto di repressione dei delitti, soprattutto quello della condanna alla pena capitale [29], e il diritto di muover guerre, sia pure difensive. Pur predicando contro la ricchezza dei signori e specialmente della Chiesa, in un’epoca in cui anche i vescovi erano diventati veri e propri feudatari, i Catari riuscirono a infiltrarsi persino nella nobiltà del sud della Francia convertendo o comunque facendo simpatizzanti tra i nobili. L’organizzazione interna della setta catara permette di capire meglio questo fatto, che portò poi allo scoppio della Crociata e la nobiltà del nord della Francia a sostituire quella del sud. I seguaci del Catarismo si dividevano in due classi fondamentali: i Perfetti e i Credenti. Ai Perfetti incombevano gli obblighi più essenziali del Catarismo: la povertà assoluta, l'astinenza dalle carni, la castità perpetua, ecc. All'iniziazione erano ammessi così gli uomini come le donne. L'iniziato che avesse già contratto matrimonio doveva separarsi per sempre dal proprio congiunto [30]. Sottoposti a una severa disciplina, i Perfetti facevano vita comune, vivendo in specie di conventi dei due sessi, e, quando viaggiavano, andavano come gli apostoli a due a due. Sull'esempio della primitiva comunità cristiana, la chiesa catara era governata da una gerarchia formata da vescovi e diaconi. Qualche antico scrittore parla anche d'un papa cataro, senza che si abbiano testimonianze certe al riguardo. È invece da ritenersi che il Catarismo formasse una specie di federazione di circoscrizioni ecclesiastiche, a capo d'ognuna delle quali stava un vescovo [31] [32]. I Credenti o simpatizzanti facevano invece professione di Catarismo, accordavano ai Perfetti protezione ed aiuto, ne accettavano la direzione spirituale, ne favorivano la propaganda, ne accoglievano la dottrina, senza però spingere all'estremo il loro ascetismo e continuando a vivere nel mondo, non distinguendosi apparentemente affatto dai cattolici. Frequentavano anzi, al pari di questi, le chiese e le funzioni religiose, e come essi lavoravano, mangiavano, assistevano alla predica dei Perfetti (appareillamentum "apparecchiamento"), durante la quale essi facevano una specie d'esame di coscienza, rendevano omaggio ai Perfetti (adorazione [33]), ne ricevevano la benedizione. In sostanza, i Credenti erano dei candidati all'iniziazione e allo stato di perfezione, che consisteva nel ricevere il consolamentum. Questo rito era una specie di battesimo spirituale, conferito con l'imposizione delle mani, e grazie al quale si entrava a far parte della comunità dei Perfetti. Esso faceva del credente un Perfetto, capace di somministrare agli altri il consolamentum e di esercitare i riti della setta. Morendo "consolati", i membri della chiesa catara erano accolti nella beatitudine eterna, mentre gli altri che non erano stati “consolati” erano condannati a far penitenza trasmigrando di corpo in corpo [34]. Perciò i Credenti preferivano generalmente ricevere il consolamentum sul punto di morte, e di ciò prendevano impegno (convenientia) con i Perfetti. Talvolta se, appena "consolati", la morte tardava a venire, essi l'affrettavano lasciandosi morire di fame o suicidandosi [35].

 

Viste queste caratteristiche del Catarismo è difficile pensare che l’accusa di eresia abbia tardato a venire, e non solo dalla Chiesa, per cui era fondamentale per i membri o le autorità catare cercare dei protettori, ma questi non potevano essere certo poveri, mendicanti e contadini (elementi del popolo che furono tra i più fervidi accoglitori della loro propaganda); e chi meglio di nobili o comunque persone agiate e opportunamente convertite (Credenti) potevano proteggere i membri della chiesa catara? Chi meglio di un Credente altolocato poteva realmente aiutare i Catari (magari con denaro [36], vestiario, cibo) e favorirne la propaganda? Le fonti attestano che numerose e fiorenti scuole catare, in cui, oltre alla grammatica, si studiavano i testi biblici e s'insegnavano ed illustravano le dottrine della setta, erano disseminate in varie regioni e ad alcune di esse era annesso una specie di collegio, in cui fanciulli e fanciulle venivano raccolti ed allevati nello spirito della setta. Da tali scuole uscivano dottori assai versati nella conoscenza dei testi biblici e molto abili nel darne quelle interpretazioni letterali ed allegoriche che meglio servissero a difendere e illustrare le loro dottrine. Tale istruzione permetteva loro di potere, nei periodi di maggiore libertà e specialmente in Provenza, affrontare in pubbliche dispute, tanto i teologi cattolici quanto gli eretici rivali, i Valdesi. Molti Perfetti furono anche assai versati nella medicina, e di essa si servivano come strumento di propaganda. Tutto questo richiedeva un certo patrimonio in un’epoca come il Medioevo, non poteva essere fatto tutto nello spirito del baratto, dell’elemosina, specie se ad aderire all’eresia vi era anche la nobiltà che tanto povera non era e quando per la dottrina catara bisognava vivere poveramente. O era solo una regola per i Perfetti? Come poterono i Catari che predicavano e pretendevano la povertà aver accettato dei simpatizzanti altolocati che però alle ambizioni di ricchezza, specie a discapito della Chiesa non volevano rinunciare? E viene da chiedersi anche se veramente i Catari, specie i semplici Credenti di cui anche la nobiltà, fossero veramente fedeli alla dottrina e dunque poveri.

 

Nel XII sec., S. Bernardo lamentava con accenti accorati gli strepitosi successi degli eretici. Verso la fine del secolo l'eresia aveva, specialmente in Provenza, conquistato tutte le classi sociali, la nobiltà non meno che il popolo. Lo stesso clero non solo si mostrava impotente a neutralizzare la propaganda ereticale, ma spesso si mostrava tollerante e talvolta simpatizzante con essa. Forti dell'appoggio dei baroni e del popolo, i Catari non temevano di organizzare pubbliche conferenze in contraddittorio con i cattolici, di compiere pubblicamente i loro riti, predicare e cantare perfino nelle chiese stesse dei cattolici. Anche in Italia, specialmente a Milano, Parma, Firenze, Viterbo e in altri luoghi, gli eretici avevano conquistato una libertà e una forza notevoli. La Chiesa sembrava impotente di fronte a questa specie di “contro-chiesa” catara. Invano i Papi avevano organizzato missioni e concilî per fiaccarne l'audacia e il proselitismo. S. Bernardo, verso la metà del sec. XII, Pietro cardinale di S. Crisogono nel 1177, Enrico abate di Chiaravalle nel 1281 avevano capeggiato le varie missioni, ma, nonostante l'ardore del loro apostolato e il loro prestigio personale, tutti i loro sforzi erano rimasti vani. La lotta riprese nuovo vigore per opera di Innocenzo III ma con scarsi successi, tanto più che invano questi si era perfino appellato al Re di Francia Filippo Augusto. Intanto Diego, vescovo di Osuña nella Spagna, e il sottopriore del suo capitolo Domenico di Guzman (futuro fondatore dei Domenicani) si misero ad usare la predicazione e imitando la vita dei Perfetti come arma contro gli eretici, in modo probabilmente da rivolgere contro di loro la loro stessa eresia. In breve però i capi dei Catari divennero violenti man a mano che gli eretici si tornavano a convertire al cattolicesimo. La situazione degenerò fino alla Crociata che si trasformò in sterminio, senza selezione di eretici e non e permise in breve alla nobiltà del nord di rimpiazzare quella al sud riannettendo così quei feudi al regno di Francia.

 

È probabile che alcuni superstiti ai massacri, incluso l’ultimo di Montsegur del 1255, abbiano continuato a fare proselitismi a dispetto della Chiesa perché altrimenti non si sarebbero verificati i diversi processi per eresia catara che seguirono l’eliminazione della parte più grossa e potente della setta catara. La lotta all’eresia ormai aveva però dato il via ad una serie di eventi che portarono alla creazione di una macchina che tutti ben conoscono e che certo non era nata con intenzioni di torture, roghi e morti: la Santa Inquisizione.

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L’Ordine dei Frati Predicatori (o Ordine Domenicano) e l’Inquisizione

L’Ordine religioso mendicante dei Frati predicatori (Ordo praedicatorum) è un ordine monastico, meglio anche noto semplicemente come Ordine Domenicano, nato agli inizi del XIII secolo ad opera di Domenico di Guzmàn, da cui l’ordine prese anche il nome. L’Ordine è meglio noto al pubblico per via del fatto che nel corso della storia alcuni dei membri più in vista furono anche tra i più efferati inquisitori della storia della Chiesa e della stessa Inquisizione. È vero che la storia dell’Ordine Domenicano e quella della Santa Inquisizione s’intrecciano, ma deve essere ben chiaro che non sono la medesima cosa. Nel corso del tempo la gente ha finito per guardare all’Inquisizione, specialmente negli ultimi tempi, come a una macchina di morte che non guardava in faccia niente e nessuno e che non si faceva scrupolo di usare mezzi di tortura per estorcere confessioni agli imputati, magari anche quando erano innocenti. L’Inquisizione è vista spesso come un’organizzazione nella quale gli inquirenti cercavano un colpevole e non il colpevole e infine, è spesso vista come una sorta di setta nera della Chiesa che faceva pulizia etnica, discriminazione sessuale contro le donne e i diversi e chiunque non andasse a genio al personaggio di spicco del momento. Pietro Tamburini [37], importante teologo italiano, sul finire del XVIII secolo scrisse un’opera di discernimento sulla storia dell’Inquisizione della Chiesa al fine di «distinguere il falso dalla verità» poiché era ormai necessario «portare accurato esame su quanto è accaduto nella Chiesa, sia per libidine d’impero dei pontefici, sia per egoismo fanatico di frati e sacerdoti, sia per ignoranza superstiziosa» e aggiunge che «dobbiamo purtroppo arrossire per coloro che insanguinarono gli altari, che, fatti ribelli alla voce del Redentore, lasciarono infamata la religione colle violenze » [38] L’opera, che fu pubblicata postuma, non esenta la Chiesa e l’organo dell’Inquisizione anche da dure osservazioni, obiettive però, che evidenziano gli aspetti negativi della lotta all’eresia e alla conservazione della dottrina cristiana cattolica.

 

Nella premessa dell’opera Tamburini tiene molto a precisare che «lo stabilimento della Santa Inquisizione [39] e le pene con le quali puniva gli eretici ed i sospetti di esserlo, sono contrarie allo spirito di tolleranza, di dolcezza, di carità dal suo divino fondatore impresso alla nostra santa religione, non mancando purtroppo persone di buona fede od idiote [40] le quali sogliono riguardare l’inquisizione come antemurale della religione Cattolica». Aggiunge l’autore che «non è in verun modo credibile che Dio produca nelle idee tale cambiamento e che i mezzi adottati dai papi e dai loro seguaci per sostenere la fede sono in contraddizione colla dottrina e con la condotta tenuta da Gesù Cristo, dagli apostoli e dai padri della primitiva Chiesa» [41] L’opera richiama a tantissimi riferimenti sia delle Sacre Scritture, in particolar modo ai Vangeli, sia dell’agiografia dei Santi di cui il fondatore dell’Ordine Domenicano fa parte. Domenico di Guzmàn, infatti, è erroneamente a volte associato anche con la fondazione dell’organo dell’Inquisizione, con il quale in realtà non ebbe nulla a che vedere. Domenico di Guzmàn non fu un Inquisitore, sebbene non manchino leggende nere diffamatorie che lo avrebbero addirittura ritratto intento in torture e roghi di Catari [42]. Come tiene a precisare il Tamburini, il fondatore dell’Ordine Domenicano ebbe tutt’altro atteggiamento, coerente con gli insegnamenti di Cristo e contrario invece a quello assunto da tanti ecclesiastici appartenuti all’Ordine e che lavorarono come Inquisitori. Dagli Apostoli ai primissimi Santi della Chiesa fino a San Domenico di Guzmàn, Tamburini cita tutti gli esempi di lotta all’eresia, poiché già prima della sua venuta e della sua attività anti-eresia, la Chiesa aveva usato il braccio pesante contro l’eresia e chi aveva differenti credenze religiose. Domenico di Guzmàn nacque nel 1170 da Felice di Guzmán e di Giovanna d'Aza, di famiglia agiata, anche se non esistono testimonianze certe in proposito [43].

 

Figura 1 – Visione della madre di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum noto meglio anche come Bréviaire de Belleville (Vol. II) [44]. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 270v [45]

 

Inizialmente fu educato in famiglia, dallo zio materno, l'arciprete Gumiel de Izan, fu poi inviato, all'età di quattordici anni, a Palencia, dove frequentò corsi regolari di arti liberali e teologia, per dieci anni. Qui venne a contatto con le miserie causate dalle continue guerre e dalla carestia. Durante una di tali carestie, forse intorno al 1191, vendette quanto in suo possesso, incluse le sue preziose pergamene (un grande sacrificio in un'epoca in cui non era stata ancora inventata la stampa), per dare da mangiare ai poveri, affermando: "Come posso studiare su pelli morte, mentre tanti miei fratelli muoiono di fame?"

 

Figura 2 – San Domenico di Guzman, ritratto nell’affresco quattrocentesco del Beato Angelico [46]. Il Santo viene rappresentato nella scena del Cristo deriso, uno degli affreschi che decorano il convento di San Marco a Firenze.

 

Terminati gli studi, all'età di 24 anni, seguì la sua vocazione ed entrò tra i canonici regolari della cattedrale di Osma, il cui abito era ed è tutt’oggi quasi in tutto identico a quello dell’Ordine Domenicano [47]. Qui venne consacrato sacerdote dal vescovo Martino di Bazan, che stava riformando il capitolo secondo la regola agostiniana, con l'aiuto di Diego Acevedo. Diego fu eletto vescovo nel 1201, e nominò Domenico sottopriore. Da questo momento in poi, fino al 1211 almeno le notizie su Domenico sono incerte circa il suo incontro con i Catari. La maggior parte delle fonti attesta che l’incontro avvenne durante un viaggio diplomatico dalla Spagna alla Danimarca, il che prevedeva all’epoca l’obbligatorio attraversamento dei Pirenei e della Francia meridionale dove dilagava quasi fosse una peste l’eresia catara e albigese, che come si è detto, differivano per poco e avevano la stessa origine. Tamburini nella sua opera non usa mezzi termini per descrivere la drammatica situazione in cui Domenico si trovò immerso suo malgrado: da una parte gli eretici sempre più potenti e arroganti contro la Chiesa, la Chiesa sempre più debole e impotente come dice l’autore «per la negligenza dei prelati e per la vita poco edificante del clero» e infine v’era la nobiltà in parte convertita al Catarismo e in parte ansiosa di fare la mossa per arricchirsi a discapito delle parti in lotta [48]. Intanto da parte della Chiesa non erano comunque mancati, ma pur sempre deboli, tentativi di fronteggiare codesta “invasione” di eretici, rivelatisi in fine inutili; tanto da condurre in breve ad una crociata in nome di Cristo per la lotta all’eresia [49]. Il contatto con i Catari e il dilagare della loro eresia, l’ipocrisia con cui essi vivevano [50] diedero a Domenico l’idea per contrastare il loro credo. Le fonti non sempre concordano tra loro su questo punto: alcune sostengono che le prime fasi dell’attività di apostolato di Domenico furono svolte insieme a Diego, ma altre riferiscono invece che i due non fossero insieme e che dopo la morte del primo, Domenico sarebbe rimasto in Linguadoca come missionario.

 

Figura 3 – Predicazione di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 271r [51]

 

Certo è che Domenico rimase molti anni in Linguadoca come missionario, predicando il Vangelo e tentando di convertire sia i pagani (laddove le tradizioni tribali precristiane erano sopravvissute) sia i Catari o Albigesi che, come si è visto nel paragrafo dedicato al Catarismo, oltre a predicare eresie e fare seguaci, si dilettavano nel provocare in dispute pubbliche i cattolici e i rivali di altre religioni. Domenico era contrario all’uso della forza e la sua attività di apostolato era incentrata su dibattiti pubblici nei quali rispondeva colpo su colpo alle provocazioni dei Catari; in colloqui personali, trattative, predicazione, preghiera e penitenza, appoggiato in questa sua opera da Folchetto di Marsiglia [52], che lo nominò predicatore della sua diocesi. Domenico ebbe modo così di studiare anche i costumi Catari e la mentalità di questi eretici il cui vero peccato e la cui vera eresia non fu sollecitare una Chiesa povera per i poveri come aveva fatto il movimento francescano [53], ma furono la superbia e l’ignoranza che li portarono a sostenere l’assurdo e l’inconcepibile mentre si comportavano, stando al Tamburini, nell’esatto opposto. Domenico, va ricordato, era un missionario e si deve dunque presumere che il suo modo di vestire e vivere fosse molto semplice [54], era dedito ad aiutare i poveri e i bisognosi e la vicinanza con l’eresia e l’ipocrisia dei Catari dovette convincerlo che il solo modo per contrastare gli eretici era batterli sul loro stesso terreno e usando le loro stesse “tattiche”, facendo venire in luce l’incoerenza del loro modo di vivere. Inasprì ulteriormente il proprio stile di vita, per quei tempi critico anche per la sopravvivenza, e sembra che fosse riuscito a riportare in seno al cattolicesimo alcuni eretici, specialmente donne; istituendo successivamente una comunità femminile che accoglieva ex adepte che avevano abbandonato la setta dei Catari. Da questa comunità derivò una specie di Ordine femminile di domenicane [55]. A Domenico si avvicinavano anche uomini, ma questi resistevano poco al rigoroso stile di vita da lui preteso per testimoniare con l'esempio la fede cattolica tra i Càtari. Alla fine però riuscì a riunire un certo numero di uomini idonei e motivati che condividevano i suoi stessi ideali, istituendo un primo nucleo stabile ed organizzato di predicatori. L’Ordine ancora non era nato seppure a Domenico l’idea di fondarne uno fosse venuta; occorreva oltre all’approvazione ecclesiastica anche una regola scritta, una certa organizzazione. L’attività di Domenico portò a dei risultati negli anni che rimase nel sud della Francia, ma sfortunatamente per lui non furono sufficienti a fermare la serie di eventi che portarono alla Crociata contro gli Albigesi e quindi alle guerre ed ai morti che seguirono.

 

Figura 4 – Scena di battaglia durante la Crociata contro gli Albigesi. L’immagine è tratta dal manoscritto di Guillaume de Tudèle [56], prima parte dell’opera meglio nota come Chanson de la Croisade contre les Albigeois [57]. Il manoscritto è realizzato su materiale pergamenaceo ed è il solo esemplare completo sopravvissuto sino ai nostri giorni. Il testo non contiene, contrariamente ad altri manoscritti coevi [58], miniature colorate, ma solo la sinopia delle scene che s’intendeva rappresentare. È probabile che gli autori intendessero riempire successivamente le scene, facendone un codice miniato a tutti gli effetti, ma ciò non avvenne e non se ne conoscono le ragioni. Il manoscritto è custodito presso la Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits (Français 25425).

 

Le numerose stragi, tra le prime si ricorda quella di Béziers che fu una vera e propria mattanza e non risparmiò niente e nessuno; furono motivo di sdegno e dolore, raccapriccio per Domenico il quale si distinse nel biasimare severamente tali azioni scellerate.

 

Figura 5 – Scomunica degli Albigesi da parte di Innocenzo III e nella scena di destra, la Crociata contro di loro. Miniatura tratta dal manoscritto Royal 16 G VI f. 374v, della British Library di Londra. Immagine di pubblico dominio [59].

 

Domenico era contrario alla violenza come mezzo di persuasione e non ne fece mai uso, anzi, riferisce uno dei suoi biografi Beato Alano della Rupe, ebbe perfino una visione della Vergine Maria in cui gli consegnava la Corona del Rosario, come richiesta ad una sua preghiera per combattere l'eresia albigese senza violenza [60]. In occasione di un viaggio a Roma, nell'ottobre 1215, per accompagnare il vescovo Folchetto, che doveva partecipare al Concilio Laterano IV, Domenico avanzò la proposta a papa Innocenzo III di un nuovo ordine monastico dedicato alla predicazione. Egli trovò grande disponibilità nel Papa che l'approvò verbalmente, ma seguendo i canoni conciliari, da lui stesso promulgati visto il numero crescente di ordini monastici e per contrastare anche l’insorgere di nuove sette camuffate da ordini religiosi, propose di scegliere una regola di quelle già esistenti degli ordini approvati senza crearne una nuova [61].

 

Figura 6 – Il sogno di Papa Innocenzo III. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [62]

 

Figura 7 – Il Papa, Innocenzo III consegna la Regola dell’Ordine a San Domenico. A destra, San Domenico di Guzmàn tra i Santi Pietro e Paolo che gli affidano la missione della predicazione. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. II. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484, folio 272r [63].

 

Seguendo il consiglio di papa Innocenzo III, con i suoi sedici seguaci scelse la regola di Sant'Agostino, ma con delle modifiche adatte al suo particolare apostolato della parola e dell'esempio. Nel 1215 Domenico, per i suoi seguaci, prima ricevette in dono la casa in Tolosa di Pietro Cellani [64], divenuto anche lui predicatore, poi ricevette da Simone IV di Montfort [65] il castello di Cassanel quale sede del nuovo ordine che andava formandosi. Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III conferì l'approvazione ufficiale e definitiva all'ordine fondato da Domenico. Ottenuto il riconoscimento ufficiale, l'ordine crebbe e già l'anno dopo, nel 1217, fu in condizione di inviare monaci in molte parti d'Europa, in particolare nella penisola iberica e nei principali centri universitari del tempo tra cui Parigi e Bologna. Subito incontrarono opposizioni da parte dei vescovi locali, che furono superate dalla bolla papale dell'11 febbraio del 1218, che ordinava a tutti i prelati di dare assistenza ai Domenicani [66].

 

A Bologna, l'eloquenza di Reginaldo d'Orléans [67] a favore del nuovo ordine stimolò un notevole e vasto sostegno ai seguaci di Domenico Guzmàn, che ricevettero notevoli donazioni; Reginaldo avrebbe voluto accettare, ma Domenico le rifiutò, perché desiderava che i suoi confratelli non avessero proprietà e vivessero di elemosina. Nel 1220 e nel 1221 Domenico presiedette personalmente a Bologna, ai primi due Capitoli Generali destinati a redigere le modifiche della regola agostiniana per l’Ordine. Sfinito dal lavoro apostolico (stava preparando una missione in Cumania e per questo studiava la lingua di quel popolo) ed estenuato dalle grandi penitenze, Domenico morì il 6 agosto 1221, nel suo amatissimo convento di Bologna (Basilica di San Domenico [68]), in una cella non sua, perché lui, il fondatore, non l'aveva, circondato dai suoi frati, a cui rivolgeva l'esortazione «ad avere carità, a custodire l'umiltà e a possedere una volontaria povertà». Papa Gregorio IX [69] canonizzò Domenico il 13 luglio 1234. Attualmente è celebrato il giorno 8 agosto. Il suo corpo, dal 5 giugno 1267, è custodito in una preziosa arca marmorea, presso l'omonima basilica di Bologna.

 

Figura 8 – Traslazione di San Domenico. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. I. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483, folio 184r [70]

 

Figura 9 – Cassa del corpo di San Domenico, trasportata da due monaci Domenicani. Miniatura tratta dal Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville), Vol. I. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483, folio 184r [71]

 

Il periodo che seguì, fino al 1348 fu il periodo d'oro dell'ordine, che culminò con Bonifacio VIII e si prolungò ancora nella sua espansione esteriore fino alla metà del Trecento, manifestando però gravi segni di decadenza accelerata dalla peste nera (1347-1348), dalla permanenza del papato in Avignone (1306-76) e dai fattori politici, che influirono sinistramente sull'ordine. Solo l’opera di Caterina da Siena fu determinante per un rinnovamento dell’ordine domenicano ed una sua riorganizzazione interna, specie per la vita conventuale. Durante i primi anni l’Ordine domenicano si espanse notevolmente in tutta l’Europa tramite anche la fondazione di nuovi conventi, diffusi anche in Germania già durante il regno di Federico II, il quale non fu mai ostile a tale ordine, anzi, lo favorì quando possibile. Nei momenti di crisi tra papato e Impero, i Domenicani ‒ come del resto i Francescani ‒ vennero spesso utilizzati quali 'ambasciatori' papali presso la corte federiciana [72]. È probabile che proprio in questo periodo la Chiesa iniziò ad affidare all’ordine compiti inquisitori, senza formare ancora ufficialmente l’organo dell’Inquisizione. Già nel 1179 (Concilio Lateranense III voluto da papa Alessandro III) erano state prese le primissime misure inquisitoriali contro l’eresia dei Catari giacché proprio in quel periodo il movimento conobbe il massimo dell’espansione, ma solo sotto il pontificato di Innocenzo III fu attuato il vero piano che portò successivamente all’istituzione dei tribunali ecclesiastici dell’Inquisizione. A differenza di altri ordini come quello Cistercense e Francescano, i Domenicani avevano dimostrato una maggior preparazione culturale e forse anche per questo la loro predicazione sortì più effetti sulle popolazioni in cui predicavano, specie laddove dilagava l’eresia catara, altrimenti non sarebbero stati capaci di affrontare e sconfiggere verbalmente un cataro in una pubblica discussione, specie in materia di teologia [73]. Probabilmente in virtù della loro alta preparazione furono anche i migliori candidati per ricoprire il ruolo di inquisitori del S. Uffizio nella lotta all’eresia e per questo si annoverano numerosi i personaggi che facenti parte dell’Ordine domenicano hanno ricoperto cariche di inquisitori, ma non furono i soli. Innocenzo III emanò una serie numerosa di decretali, appoggiato nella lotta all’eresia da Federico II di Svevia e altrettanto fece il suo successore: Onorio III [74]. L'orientamento di Onorio III fu assunto dal successore, fin dall'avvio del pontificato: allora la politica del papato per la prima volta trovò ampio accoglimento in sede locale. Dopo che nell'aprile 1227 Gregorio IX aveva inviato il suo programma d'azione ai vescovi e alle città dell'Italia settentrionale, indicando nella pravità eretica la radice degli attacchi alla libertà della Chiesa, si moltiplicarono gli statuti comunali contro gli eretici nella Pianura Padana: sul modello di Brescia, a Treviso, Vicenza, Ferrara e Milano piccoli gruppi di uomini, scelti dal vescovo e dal podestà, sostenuti dalle autorità comunali, ma agli ordini del presule, furono incaricati di cercare (inquirere) e catturare (capere) gli eretici per consegnarli al tribunale diocesano. Nell'estate 1231, Federico II diede un posto di rilievo ai temi antiereticali nelle Costituzioni emanate a Melfi introducendo la prima costituzione, dedicata a "eretici e Patarini" [75] e, affidando agli ufficiali pubblici il compito della ricerca (inquisitio) degli eretici, da consegnare per il giudizio ai chierici. Il primato d'iniziativa dell'ordinamento pubblico per la scoperta degli eretici era fatto notevole, per il momento limitato a una specifica area dei territori dominati dallo Svevo. Quando agli inizi del 1232 si occupò degli eretici di Italia e Germania, Federico II restò infatti nel solco della tradizione. Da Ravenna, dopo aver ribadito in febbraio le decisioni del 1220 (Constitutio contra haereticos), in marzo con una nuova costituzione appoggiò gli sforzi degli "inquisitori dati dalla Sede Apostolica" (Constitutiones et acta), nelle terre di Germania, incaricati di individuare gli eretici e di procurarne la cattura (Commissi nobis celitus). L'importanza riconosciuta ai Frati predicatori per la cattura degli eretici, destinati poi a "coloro che accederanno e converranno per giudicarli", non è cosa singolare: tra il 1231 e il 1232 Gregorio IX ordinò ai frati di alcuni conventi dei Predicatori in Germania di cercare gli eretici, pur lasciando verosimilmente il giudizio ai presuli. La competizione tra Sede Apostolica e imperatore si mostrò appieno nel 1233. Nell'epistola al pontefice del 15 giugno 1233, Federico II dava notizia di aver stabilito che in tutto il Regno di Sicilia i giustizieri, assistiti da prelati, indagassero (inquirere) sulla presenza di eretici: sulla base delle loro relazioni, sarebbe stato egli stesso a prendere provvedimenti. Nei primi mesi del 1233, contro il rischio di diffusione dell'eresia nel Nord della Francia a partire dalla villa di La Charité, il Papa coinvolse i Frati Predicatori, tenuti ad agire insieme ai presuli. Contemporaneamente, pure nel Sud della Francia recepì e potenziò l'attività degli stessi frati, già coinvolti da alcuni vescovi, nella ricerca degli eretici. In tale quadro, dall'aprile 1233 Gregorio IX appoggiò in Italia il movimento religioso della Grande Devozione, o Alleluia, che, sorto in Parma per iniziativa di un predicatore errante, rapidamente monopolizzato dai Predicatori, subito affiancati dai Minori, si diffuse negli altri centri urbani del mondo padano. In alcune città i Frati mendicanti si fecero attribuire dai comuni il compito di riforma degli statuti locali, nei quali essi inserirono ‒ oltre a norme per la moralizzazione dei costumi, contro l'usura e contro le leggi nocive della libertas Ecclesiae, nonché per la pacificazione fra gruppi opposti di cittadini ‒ pure disposizioni antiereticali, a vantaggio principalmente dell'autorità episcopale. Si evince da ciò che negli anni seguenti la fondazione ufficiale dell’Ordine e quella dei primi monasteri, i Frati Predicatori o Domenicani acquisirono sempre più poteri, vuoi in virtù della loro cultura, vuoi per la loro azione e influenza [76]. Gregorio IX mise in atto una strategia multiforme e flessibile, che ora, diversamente dalla fine degli anni Venti del XIV secolo, oscurò l'immagine dell'eresia quale radice dei mali di cui la Chiesa soffriva, ma dell'eresia fece la ragione decisiva per pretendere l'allineamento delle società locali con le Chiese diocesane e con Roma. Fu una strategia perseguita con strumenti diversi quali: una forte sollecitazione nei confronti delle classi dirigenti cittadine, un rinnovato sforzo dei vescovi, la predicazione specializzata per individuare gli eretici e nella quale si distinguevano i Predicatori, l'organizzazione di 'penitenti' armati pronti ad agire a sostegno della fede ortodossa; così i milites Iesu Christi di Parma, che, legati sia all'ordinario diocesano sia ai Frati predicatori, per un momento sembrarono proiettarsi in una dimensione italiana. Dal 1236, man mano che Federico II mostrò interesse a rinnovare la sua presenza nella Pianura Padana, la lotta contro gli eretici in Italia assunse caratteri diversi. La tensione crescente tra Papato e Impero coinvolse, con il tema dei rispettivi iura, anche tale ambito: tuttavia il confronto al riguardo si svolse principalmente sul piano della propaganda, mentre le iniziative antiereticali mirate a incidere sul territorio si ridussero. Negli anni Quaranta la corrispondenza antiereticale del papato per le terre dell'Impero divenne esigua, mentre proseguì abbondante per le terre del Midi. Il ritrovato accordo tra la Sede Apostolica e Raimondo VII, conte di Tolosa, nel maggio 1241, poco prima della morte di Gregorio IX, aprì la strada a un intervento incisivo dei Frati predicatori nella regione. A sostegno di costoro, e in generale degli inquisitores haereticorum di Francia, dal 1243 a più riprese intervenne papa Innocenzo IV [77]; questi si premurò di precisare le competenze del priore generale dei Predicatori, nonché di coloro che presiedevano alle singole province dell'Ordine, nei confronti dei frati incaricati di inquirere haereticam pravitatem: la disposizione al riguardo, già emanata nel 1244, fu ripetuta nel 1246, unitamente ad altra analoga per il ministro generale dei Frati minori.

 

A questo punto l'attività inquisitoriale iniziò ad abbandonare le caratteristiche del decennio precedente ‒ nel quale prevaleva la caccia a eretici pubblicamente riconosciuti come tali ‒, per assumere i tratti di vera e propria indagine giudiziaria seguita da una sentenza. Al confronto l'impegno antiereticale della Sede Apostolica nella difesa della fede in Italia risulta discontinuo. Una lettera del 1243, contenuta nel registro della corrispondenza del primo anno di pontificato, attesta la volontà di Innocenzo IV di combattere gli eretici di Lombardia e Tuscia e documenti (epistole) provano che il papato appoggiava l'impegno dei Frati predicatori a tutela dell'ortodossia nelle due regioni. Tuttavia solo nel 1247 il pontefice fece menzione di uno specifico mandato "ad expurgandos hereticos et hereticam pravitatem" [78] affidato a una persona per un'ampia area: a frate Giovanni da Vicenza [79] per la Lombardia. Nulla tuttavia si sa sullo svolgimento dell'incarico. In tale quadro frammentario, nel quale le parole del pontefice sembrano soprattutto delineare progetti, si collocano le prime testimonianze prodotte in Italia da uomini dell'Ordine di Domenico nella difesa della fede. Da un lato in alcuni conventi del Nord Italia furono redatti trattati ‒ o summae ‒ che sistematizzavano e confutavano il pensiero degli eretici a uso di chi li combatteva: queste opere contribuirono a costruire l'identità dei Frati predicatori come esperti di eterodossia [80]. D'altro lato l'opera inquisitoriale aveva coinvolto a fondo gli schieramenti politici delle città finendo per mettere in discussione i rapporti tra Chiesa locale ‒ sostenuta dal pontefice ‒ e organismi comunali, e di conseguenza tra questi ultimi e l’istituzione imperiale. La morte di Federico II nel 1250 segnò una svolta nella riorganizzazione della lotta antiereticale, che allora conobbe un forte e decisivo potenziamento. Innocenzo IV mise in campo una fitta serie di interventi contro gli eretici d'Italia con protagonisti membri del medesimo Ordine domenicano. Il rilancio dell'attività inquisitoriale comportò pure un rinnovato coinvolgimento di tutte le autorità civili. A queste il pontefice inviò norme elaborate a partire da una legislazione alquanto varia: le costituzioni del IV concilio lateranense, quelle di Gregorio IX del 1231, ma anche le disposizioni sulla forza pubblica con funzioni antiereticali introdotte negli statuti di taluni comuni dell'Italia settentrionale alla fine degli anni Venti (bolla Ad extirpanda). La bolla Ad extirpanda fu la bolla che autorizzò per la prima volta nella storia della Chiesa l’uso della tortura come mezzo di indagine, quando nel IX secolo Nicolò II l’avesse giudicata contraria a ogni legge umana e divina, giudizio poi dato e ripreso anche dal Tamburini. Pure la normativa emanata da Federico II nel corso degli anni Trenta fu ripresa e additata a modello (bolla Cum adversus haereticam). Per il papa, insieme alle leggi approntate dalla Chiesa, essa doveva essere introdotta nei corpi statutari comunali e mai più abolita. Dunque, come già aveva cercato di fare Gregorio IX, Innocenzo IV indicò nella disponibilità a seguire i mandati della Chiesa nella lotta contro gli eretici il criterio su cui misurare la legittimità dei poteri civili. Le lettere inviate alle città delineano un quadro nel quale i soggetti che contano sono i comuni, i vescovi e gli inquisitori, siano essi Predicatori o Minori. Preminente appare il ruolo degli inquisitori, mentre quello dei presuli passa in secondo piano, divenendo accessorio per l'esercizio di taluni aspetti dell'azione inquisitoriale. In tale situazione, il lavoro degli inquisitori si configura ormai come inquisitionis officium contra haereticos, cioè compito d'ufficio da assolvere secondo modalità che divengono sempre più complesse, così da garantire una continuità nel tempo e un'incisività nelle situazioni locali fino allora impensabili. Indebolitasi l'unica autorità civile ‒ l'Impero ‒ in grado di far valere una propria autonoma competenza nella lotta antiereticale, la direzione di quest'ultima restava alla Chiesa di Roma. Ormai la macchina dell’Inquisizione era stata messa in moto, ormai era solo questione di tempo per gli eretici e i sospetti di esserlo perché fossero stanati, arrestati, processati ed eventualmente condannati a morte. Come si è visto però, l’attività degli inquisitori Domenicani e dei Frati Minori fu spesso e volentieri affiancata anche da autorità e personalità civili e laiche, nel tentativo, mai raggiunto, di rimettere insieme in moto il potere civile dello Stato e quello della Chiesa.

 

Tra le città italiane che più si ricordano con un certo senso d’inquietudine e sgomento dei Domenicani, si annovera Parma, la quale conserva un’immagine vivida di caccia all’eresia e roghi di eretici, tra cui anche Catari e Dolciniani. Il periodo in cui si svolsero i fatti, non troppo precisato dalle fonti, va dagli anni 1260 al 1300, quando ormai anche l’ultima roccaforte dei Catari, Montségur, fu abbattuta e quando ormai dei Catari non restavano che pochi e forse inoffensivi simpatizzanti e seguaci che l’Inquisizione dovette reputare inoffensivi. Eppure come il Catarismo aveva avuto origine dal Manicheismo, non è da escludere la possibilità che dal Catarismo abbiano avuto origine o vi si siano ispirati altri movimenti ereticali come quello degli Apostolici che ebbe origine a Parma. Fra’ Salimbene da Parma [81] nella sua Cronica ci riferisce di un tale di nome Gherardo Segalelli o Segarelli, nato ad Alzano [82] intorno al 1240 che nel 1260, poco più che ventenne maturò la vocazione e chiese ai Frati Minori di Parma di essere ammesso come frate, ma questi rifiutarono. Salimbene lo definisce «di umili origini, illetterato, sciocco e ignorante» e aggiunge che «non essendo stato esaudito, finché gli fu possibile s’intratteneva tutto il giorno in meditazione nella chiesa; e qui gli maturò l’idea di fare di propria iniziativa ciò che inutilmente chiedeva ai frati. Siccome sopra il coperchio della lampada della fratellanza del beato Francesco erano dipinti tutt’intorno gli apostoli con i sandali ai piedi, avvolti in mantelli sulle spalle, egli rimaneva a lungo a contemplarli e di qui prese la sua decisione. Si lasciò crescere barba e capelli, prese i sandali e il bordone dei frati minori, perché tutti coloro che si propongono di creare una nuova congregazione rubano sempre qualcosa all’ordine francescano. Poi si fece fare una tunica di tela ruvida e un mantello di filo molto grosso, che portava avvolto al collo e alle spalle, convinto così di imitare l’abito degli apostoli». Salimbene probabilmente dovette conoscere o avvicinare questo Segarelli tanto da prenderlo immediatamente in antipatia e nella sua Cronica ne parla male al punto che anche i cronisti che citano Salimbene quasi ne sono influenzati [83]. Ricevuto il rifiuto dell’Ordine dei Frati Minori decise quindi, Segarelli, di farsi un ordine tutto suo, ma il canone di Papa Gregorio X, Religionum diversitatem nimiam del II Concilio di Lione del 1274, sancì che tutti gli Ordini sorti dopo il 1215 (anno dell’approvazione dell’Ordine Domenicano) non erano validi poiché non avevano ricevuto l’approvazione ecclesiastica e quindi i membri degli ordini sorti dopo quella data dovevano per forza richiedere di entrare negli ordini preesistenti [84]. Per altro Segarelli predicava idee piuttosto affini ai Catari oltre a professare la libertà sessuale degli individui, seppure su questo ultimo scottante punto, le fonti siano scarse [85]. Come in tutti i processi inquisitoriali l’insieme delle accuse superava quasi sempre il numero reale dei fatti, e tra questi non gli si perdonò di aver negato il bisogno di una gerarchia, specie quella ecclesiastica quale intermediazione tra l’uomo e Dio. Infine Segarelli, è il caso di dirlo, era anche millenarista, ossia predicava la fine del mondo e celebre è la sua frase, riportata anche come una sorta di motto:

 

« Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum»

Pentitevi, il Regno dei Cieli è vicino

 

Tale motto diventò successivamente anche quello dei Dolciniani, da Dolcino, seguace ed erede di Segarelli. L’eresia di Segarelli aveva molti punti in comune con il Catarismo e anche se lui ed i suoi compagni si facevano chiamare gli Apostolici, restavano sempre affini ai Catari, tanto che lo stesso Salimbene li paragona ad essi. Segarelli fu arrestato dal vescovo di Parma, Obizzo Sanvitale, che ne ebbe compassione credendolo pazzo e lo imprigionò per vario tempo, finchè questi non ebbe smesso di blaterare le sue eresie e si fosse ravveduto. Non è da escludere un intervento dell’Inquisizione, tramite ammonimenti e forse anche torture e Segarelli più volte ritrattò la sua eresia e più volte vi ricadde fino a che nel 1300, fu condannato a morte per rogo, in quanto recidivo [86], il 18 luglio. La sua eresia fu raccolta da molti, uomini e donne fin dai primissimi tempi in cui Segarelli si ribellò alla Chiesa e tra questi vi era forse anche Elina de’ Fredolfi.

 

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Elina de’ Fredolfi e Florio da Vicenza

Fra’ Salimbene non dà molte notizie sull’evento che vide coinvolta una seguace dei Catari (o del Segarelli) e le informazioni che possiamo trovare su di lei sono reperibili solo attraverso la Cronica e pochissime altre fonti che non si contano sulle dita di una mano. Non è dunque stato facile indagare per trarre notizie che permettano di fare chiarezza sulla vicenda che vide condurre al rogo due donne nell’Anno 1279 per eresia: Elina de’Fredolfi e Tedesca. Nella Storia della città di Parma di Ireneo Affò, l’autore riferisce che nella sua Cronica Salimbene la chiama Elina de’Fredolfi. Di lei non si conosce né l’età né lo stato sociale, anche è più probabile che si trattasse di una donna del popolo, come lo erano la maggior parte dei seguaci dei Catari (e poi degli Apostolici), sebbene gli storici confermino che tale eresia avesse attecchito anche nella nobiltà. Elina era natia di Parma, all’epoca facente parte della Lombardia ove erano in vigore le leggi anti-ereticali di Federico II e nei cui territori aveva giurisdizione anche il Tribunale dell’Inquisizione lombardo. La donna fu trovata rea di aver abbracciato le idee dei Catari «simili in gran parte a quelle del Segarello, non ancora bastantemente noto per la sua ipocrisia» [87] Chi è affezionato alle teorie cospirative e si è ormai convinto della leggenda nera della S. Inquisizione, penserà certamente che questa donna fosse stata scelta per mandarla al rogo per motivi diversi dalle accuse che le furono mosse e che tutto il suo processo fosse un castello di carte; ma questa volta la rea era veramente colpevole [88]. Le pochissime fonti che abbiamo di lei attestano che trovata rea di eresia, probabilmente nel bel mezzo di una predicazione [89], fu arrestata e consegnata al Tribunale dell’Inquisizione. A quel tempo era inquisitore in Lombardia con giurisdizione sul territorio e quindi anche su Parma, un tale Florio da Vicenza, alcune fonti lo chiamano anche Ilario, ma può essere un errore di trascrizione. Di costui abbiamo un numero maggiore di fonti cui attingere informazioni, tra cui le opere di Salimbene e il Chronicon Parmense [90]. Attorno alla precisa identità di Florio gravano molteplici dubbi, legati più che altro agli ultimi anni di vita e di attività inquisitoriale. Sembra invece comunemente accettata l’identificazione del futuro inquisitore nella persona del priore dei domenicani di Vicenza, il cui ufficio risulterebbe documentato dal 1266 al 1275. Le fonti esistenti ci consentono in realtà di anticipare al 1265 l’anno di inizio del priorato di Florio, non spingendolo con certezza oltre al 1270. Di certo sappiamo che fu successivamente subprior del convento di Venezia, incarico dal quale venne sollevato al momento della nomina ad inquisitore, il 2 ottobre 1278 [91][92]. Quello stesso anno infatti successe come Inquisitore al confratello Aldobrandino nella città di Ferrara [93]. L’anno successivo Florio risulta attivo sempre come Inquisitore anche a Bologna e a Modena: il 17 giugno di quell'anno, infatti, esaminò a Bologna un borsarius [94] di nome Giuliano, sospettato di eresia; dopo averlo di nuovo sottoposto ad esame il 13 luglio successivo, il 29 agosto emise la sentenza definitiva. Poco dopo era a Modena: il 20 settembre, in seguito al rogo di un eretico, scoppiò in quella città una sommossa contro di lui, nel corso della quale venne devastato il convento dei domenicani e trovò la morte un religioso [95]. Le fonti per quell’anno ormai lontano, il 1279 non parlano di ulteriori processi e condanne ad opera di Florio da Vicenza, ma questo non significa assolutamente nulla, per quanto riguarda i fatti di Parma. È vero che la maggior parte delle fonti lo vede attivo come inquisitore nell’area tra Modena, Bologna e Ferrara, molto lontana da quella di Parma, ma la sua presenza in questa città non deve apparire al lettore come una cosa eccezionale, essendo egli anche Inquisitore della Lombardia [96]. I documenti e le cronache su Florio da Vicenza relativamente ai fatti di Parma del 1279, tra cui anche la bolla Olim sicut accepimus del 7 maggio 1286 non lo citano espressamente con nome e cognomen toponomasticum, ma permettono di dedurre che si trattasse proprio di lui. Il dubbio sui fatti di Parma deriva anche dal fatto che le fonti fanno menzione di altri tre domenicani attivi nell’area di Emilia e Veneto tra la fine del Duecento ed il primo decennio del Trecento, e che portarono il nome di Florio. Per uno solo di essi è ricordato anche il cognomen toponomasticum. Così stando le cose, è problematico stabilire anche in via ipotetica collegamenti tra Florio da Vicenza ed i frati predicatori coevi suoi omonimi. I fatti successivi al rogo di Parma del 1279 come la rivolta che ne seguì e le sommosse contro i Domenicani del periodo successivo che portarono l’Inquisitore a dover rivedere il proprio atteggiamento nella caccia all’eresia e nelle modalità di processo, confermano che si trattasse proprio del Florio da Vicenza di cui è specificato il toponomasticum. Mancando atti processuali ufficiali del processo in cui si citi anche il nome dell’Inquisitore che tenne gli interrogatori ed emise la sentenza, si possono solo fare delle ipotesi su cosa avvenne veramente a Parma nel 1279 [97]. Arrestata e condotta al Tribunale dell’Inquisizione, Elina fu interrogata. Anche sull’interrogatorio, in mancanza di atti, non si hanno notizie e nella Storia della città di Parma l’autore sostiene che questa fu solamente ammonita e non fa nomi di inquisitori, per cui è lecito supporre che Florio forse non era presente, non ancora [98], anche se le notizie che si hanno su di lui e sulla sua attività fanno pensare che fosse solito anche interrogare gli imputati. Non va dimenticato in questo punto che si è al tempo in cui gli Apostolici avevano iniziato la loro attività e in cui Segarelli si era già ribellato e a Parma la diocesi era governata da Obizzo Sanvitale, lo stesso che incarcerò per compassione il Segarelli nella speranza che abiurasse, credendolo perfino pazzo. Accusata di essere una seguace dei Catari – accusa molto probabilmente mossa anche al Segarelli per l’affinità delle ideologie con quelle del Catarismo – Elina fu persuasa ad abiurare e poi fu rilasciata. Nella Storia della città di Parma si parla di un dolce ammonimento ma è dubito, salvo l’eretica non abbia avuto la fortuna di essere interrogata da Obizzo, lo stesso Vescovo, figura che forse all’epoca in un caso del genere poteva concedere la grazia. Nella più sfortunata delle ipotesi, Elina potrebbe essere stata interrogata proprio da Florio da Vicenza ed eventualmente anche torturata, sebbene sull’uso della tortura da parte dell’Inquisitore vicentino le fonti dicono poco e sono molto vaghe [99], ma il permesso papale da parte del pontefice ad usare eventualmente la tortura per far confessare gli imputati era già in vigore dal 1252. Molte sono le leggende metropolitane sulle modalità di tortura delle donne in epoca medievale da parte dell’Inquisizione e non mancano dettagli raccapriccianti indegni di essere pronunciati, ma le fonti storiche in possesso agli studiosi hanno evidenziato che il più delle volte si sottoponeva l’imputato, maschio o femmina che fosse, alla ruota (che tirava le membra fino a lacerarle) o si ustionavano varie parti del corpo (in genere braccia, gambe e petto) con tizzoni ardenti. In questi casi era richiesta anche la presenza di un medico che doveva curare le ferite provocate all’imputato, sulle quali l’inquisitore avrebbe opportunamente tornato a calcare la mano in fasi successive, qualora non fosse riuscito a ottenere una confessione. Brutale certamente, indegno se si pensa che a operare in tal modo furono dei monaci e uomini di Chiesa, contrario a ogni messaggio divino, ma questa è la verità storica. Non mancano certamente talvolta descrizioni dell’epoca di chi parteggiava per certi eretici o movimenti ereticali e spesso i sopravvissuti alle torture [100] avevano ben motivo di screditare l’Inquisizione in tutti i modi e la fantasia era un grande aiuto, ma proprio per la peculiare parzialità di queste fonti, spesso tramesse prima oralmente e poi trascritte, non è prudente prenderle per oro colato, anche quando la tortura fosse stata usata su delle donne. Certamente l’uso della tortura, in qualunque epoca e indipendentemente da chi la esercitava fu uno strumento che assicurava il 99,9 % delle confessioni degli imputati e qualora fosse stata usata anche su Elina, è lecito presumere che questa in un primo tempo abbia deciso di confessare e abiurare, altrimenti non si spiega perché rilasciarla, come racconta l’autore della Storia della città di Parma. Tornata in libertà, ricadde nell’errore o probabilmente non ne era mai uscita. Potrebbe aver ritrattato per assicurarsi la libertà, convinta di riuscire in un secondo tempo a continuare il suo apostolato il che evidenzia una certa arroganza di questa donna, una superbia eguale a quella che avevano tutti gli eretici che non tornavano mai veramente sui loro passi. Uscita dal carcere Elina riprese più accanita di prima le sue predicazioni e fece persino una nuova seguace, una certa Tedesca, moglie dell’albergatore Ubertino Biancardo, della Vicinanza di San Giacomo. Colta di nuovo in flagranza di reato, questa volta fu consegnata insieme alla seguace al braccio secolare, processate, probabilmente torturate e condannate a morte per rogo. In tal caso è certa la presenza di Florio da Vicenza come documentato dalle cronache. Sulla Piazza della Ghiaia di Parma, fu preparato il rogo delle due donne, con pali, fascine e con il popolo spettatore. Per quanto assurdo possa sembrare le esecuzioni pubbliche in epoca medievale sollecitavano un perverso piacere nel popolo osservatore che subito dopo inveiva e faceva sommosse contro gli esecutori delle condanne. Dopo aver assistito al rogo finchè le due donne non furono incenerite, mossi da piacere perverso e falsa compassione, il popolo si ribellò contro l’Inquisizione iniziando ad accusare il domenicano di essere snaturato e crudele. In breve l’ira del popolo raggiunse picchi critici e armati di qualsiasi cosa capitasse loro a mano, i popolani si recarono a saccheggiare il convento dei domenicani, uccidendone perfino uno che era vecchio e cieco, del tutto estraneo ai fatti. Qui si rivela una strana somiglianza con eguale evento del 1278 di Modena che vide sempre come inquisitore Florio da Vicenza. Secondo Parmeggiani, si tratterebbe di un errore di Zanella [101] che ritiene che la rivolta sia avvenuta a Modena, ma in realtà, come dimostrano anche le fonti dell’epoca, avvenne a Parma. In seguito alla rivolta i Domenicani lasciarono Parma ma poco dopo la città fu colpita da interdetto e scomunica per diversi anni. Il fatto che la rivolta prese di mira non già la singola persona di Florio, bensì l’intero convento dei Predicatori, è sintomatico dell’estensione della “colpa” dell’inquisitore all’intero ordine. Questa assimilazione di identità sembra del resto confermata dalla lettura di alcuni passi della Cronica di Salimbene, quando vengono indicati come responsabili del rogo i domenicani tout-court. Come è già stato notato, l’episodio di Parma non rimase un caso isolato: sommosse analoghe furono, anzi, numerose , a testimonianza dell’insofferenza popolare – ma anche da parte delle autorità comunali – nei confronti della presenza del tribunale inquisitoriale che proprio in quegli anni andava radicandosi sempre più concretamente nel contesto urbano. Quello che colpisce, e dovette pesantemente condizionare lo stesso Florio, fu la proporzione e la violenza del tumulto, la cui eco era ancora viva a più di vent’anni di distanza nelle parole dei rivoltosi che contestarono pesantemente nel 1299 a Bologna le condanne al rogo decretate dall’inquisitore Guido da Vicenza [102]. Le fonti fino a noi giunte non testimoniano, successivamente ai fatti di Parma, alcuna condanna “al braccio secolare”, mostrando – piuttosto – una certa prudenza da parte dell’inquisitore, se non talvolta una marcata attitudine alla clemenza ed al perdono [103]. Verso la fine del secolo Florio cessò probabilmente l’attività d’inquisitore venendo progressivamente sostituito da un confratello vicentino, tale Guido, citato sopra e in altri casi fu sostituito dal vicario, Galvano da Budrio. Dopo il febbraio del 1298, egli non appare più ricordato dalle fonti per diversi anni, sino al 1308, quando venne coinvolto nell'inchiesta ordinata, il 28 agosto 1307, dal papa Clemente V sull'operato degli inquisitori dell'Italia settentrionale [104]. Con lettere del 3 aprile, dell'11 giugno e del 19 luglio 1308, infatti, il pontefice disponeva che s’indagasse in particolare sulla consistenza delle accuse di malversazione [105] mosse sia contro Florio ed un suo confratello Parisio da Mantova, "un tempo inquisitori", sia contro i vescovi di Ferrara, Guido, e di Comacchio, Pietro. È questa l'ultima notizia sicura su Florio da Vicenza che sia giunta sino a noi [106]. Alla fine anche l’Inquisitore fu inquisito, ma non fu mai indagato per i metodi e le procedure da lui usate durante la sua attività di inquisitore. Il giudizio che si ha di quest’uomo non è certo positivo agli occhi degli storici, seppure nessuno gli abbia mai attribuito la fama di uomo spietato e sanguinario, ottuso e perverso, malgrado le fonti facciano pensare che talvolta si sia servito della tortura per ottenere una confessione. Fermo, impassibile, determinato, colto e sicuramente anche intelligente fu apprezzato dai colleghi, ma questo certo non basta a togliere l’ombra dal suo curriculum né a toglierla purtroppo dall’Ordine di cui faceva parte.

 

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I costumi

L’abito domenicano

Il costume dell’Ordine dei Domenicani o Frati Predicatori è descritto chiaramente dalle numerose immagini che si hanno di San Domenico di Guzmàn, ma anche da fonti scritte che vanno sino ai giorni nostri. L’abito domenicano era del tutto simile a quello dei canonici di Osma, dove S. Domenico prese i voti ed era costituito da una tonaca bianca (sotto la quale veniva probabilmente indossata un’altra tonaca) con le maniche lunghe e relativamente ampie. La tunica era realizzata probabilmente in lino o lana grossolani [107], a seconda della stagione; di colore bianco [108]. Sopra veniva indossato lo scapolare [109], anch’esso bianco e realizzato probabilmente dello stesso tessuto della tunica. Tale abito fu introdotto da Domenico nel 1219, aggiungendo la cappa nera e cappuccio nero terminante a punta, probabilmente realizzata in lana nera. Infine veniva cinta alla vita una cintura di cuoio nera, dove veniva portato legato spesso anche il rosario. L’uso del rosario è però posteriore al periodo in visse Domenico. Secondo il beato Alano della Rupe [110] nel 1212 San Domenico, durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine Maria e la consegna del rosario, come richiesta ad una sua preghiera per combattere l'eresia albigese senza violenza. Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche.

 

Figura 10 – San Domenico di Guzman, nella Pala di Perugia, anch’essa opera del Beato Angelico, databile al 1438 e conservato nella Galleria Nazionale dell'Umbria a Perugia, tranne i tre scomparti originali della predella che sono alla Pinacoteca Vaticana.

Figura 11 – Due domenicani offrono al Re il manoscritto dedicato alla Terra Santa, composto originalmente nel 1332 per il domenicano Brocardo l’Alemanno e tradotto successivamente per ordine di Filippo il Buono, in francese, per il Canonico di Lille, Jean de Mièlot [111]. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Français 9087, folio 2r [112]

 

Il rifacimento del costume ha richiesto un attento studio dei tessuti e del taglio in modo da riprodurre un esemplare il più simile possibile ai modelli storici. La tunica e lo scapolare sono stati realizzati in lino di medio spessore di colore bianco [113] con un unico taglio su un unico pezzo di tessuto (lungo 3 metri ed alto 160 cm). Dallo stesso tessuto è stato ricavato anche lo scapolare con il cappuccio. Lo scapolare ed il cappuccio presentano taglio vivo [114] rispettivamente nei bordi inferiori e nel bordo esteriore. Altrettanto è stato fatto per i bordi delle maniche mentre gli altri orli: tunica e scollo e scapolare sono stati tutti rifiniti con sottopunto a mano.

 

Figura 12 - Le Livre de l'Information des princes di Jean Golein [115]. Miniature realizzate dal Maestro della Cité des dames, datato dal 1400 al 1410. Nella scena si vede un Domenicano che offre il manoscritto al sovrano, circondato da alcuni cortigiani. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Français 1210, folio 1r [116].

 

Tagliare direttamente il tessuto, dopo aver disegnato la sagoma dei vari pezzi compongono il costume, non è facile e richiede tantissimo tempo, oltre a quello che occorre per la realizzazione degli orli a mano [117]. Visto l’utilizzo di questo costume in rievocazioni storiche medievali del periodo XIII-XIV secolo, non sarebbe stato prudente cucire tutto a mano per via del fatto che il lino è un tessuto che filaccia parecchio e i punti a mano sono molto meno resistenti di quelli a macchina [118]. L’assemblaggio dunque è stato realizzato interamente a macchina con le migliori tecniche disponibili in modo da ottenere cuciture “pulite e fini”.

 

Il costume ha sfilato, insieme a quello da eretica, per la Sfilata Storica del Palio di Parma, presso il gruppo di Porta Santa Croce.

 

 

Figura 13 – Tunica da Domenicano, davanti. Lo scapolare viene infilato sopra una volta che la cintura è stata allacciata in vita.

 

Figura 14 – Dietro della tunica con lo scapolare, munito di cappuccio. È possibile vedere il taglio vivo sull’orlo. Le cuciture di assemblaggio, sia per maggior resistenza sia per maggior cura del tessuto, sono state realizzate con punti fittissimi.

 

Figura 15 – Costume completo dell’Ordine Domenicano con mantello. Il mantello misura 3 metri di larghezza, di forma semicircolare. Orli realizzati interamente a mano.

 

Figura 16 – Profilo del costume indossato sul manichino.

 

Figura 17 – Il Manichino con il portadocumenti che reca una miniatura del XIV secolo. Il portadocumenti è moderno e non antico anche se rispecchia fedelmente il contenitori di uso medievale con laccio in cuoio.

 

Figura 18 – Profilo, di nuovo, del manichino con portadocumenti. Durante la Sfilata Storica del Palio di Parma, il portadocumenti conteneva un’ipotetica sentenza di condanna.

 

Figura 19 – Dettaglio del portadocumenti con miniatura medievale.

 

Figura 20 – Dietro del costume indossato sul manichino. Si nota il cappuccio appuntito che raccoglie quello bianco dello scapolare.

 

 

Figura 21 – Davanti del mantello con cappa e mantellina. Anche il mantello, per una maggior resistenza e come scritto anche nella descrizione, è stato assemblato a macchina mentre gli orli sono interamente stati realizzati a mano.

 

Figura 22 – Dietro e profilo del mantello, con mantellina e cappuccio.

Figura 23 – Dietro del mantello con mantellina e cappuccio, dettagli.

 

Figura 24 – Altri dettagli del cappuccio.

 

Figura 25 – Altro dettaglio del cappuccio del mantello che contiene quello dello scapolare.

 

Figura 26 – Il mantello con cappuccio indossato, visto da dietro.

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Il costume dell’eretica…quasi una scena del crimine…

Il costume dell’eretica è stato realizzato anch’esso con la massima cura per ottenere un risultato filologicamente coerente con il periodo medievale e realistico per la sua funzione. Trattandosi di un costume che, ipoteticamente, doveva essere destinato ad una donna torturata, seviziata e condannata al rogo, era necessario tenere anche conto del fatto che il costume avrebbe dovuto recare tutti i segni delle torture, del sangue. Il costume è stato realizzato interamente a mano, con punti in uso già all’epoca e, essendo anche un costume povero, popolano e di una figura che non avrebbe potuto riutilizzarlo nel passato storico rappresentato, si è deciso, specie nei rammendi, di ricorrere a cuciture grossolane e per nulla curate. Bisogna un attimo immedesimarsi nella situazione di una donna torturata (in genere erano flagellate o ustionate con ferri roventi) vedeva la propria tunica ridotta a brandelli ed eventualmente gli strappi erano ricuciti alla meglio da parte di quegli inservienti che venivano spesso fatti assistere alle torture. Come descritto nella parte dedicata all’eresia dei Catari ed alle torture inflitte dall’Inquisizione, era presente un medico durante le fasi di tortura che curava (in maniera molto superficiale) le ferite su cui successivamente gli inquisitori tornavano a calcare la mano. Come s’usa dire: mettere il dito nella piaga. Il costume ricreato doveva quindi essere realistico e non cinematografico e doveva rappresentare una realtà storica, una cosa vera. A tal fine sono stati realizzati anche gli strappi da gatto a nove code (un tipo di frusta) sul dietro della tunica e poi rammendati con punti di filo scuro (non tenevano certo conto delle tinte in quei casi) che tengono uniti i due lembi in una specie di punto a zig-zag o a spina di pesce. I punti del rammendo sono stati realizzati con filo doppio di cotone, di media grossezza. Il costume da eretica è stato realizzato con un drappo di cotone [119] color naturale, tendente al grigio con armatura a tela. Il costume è stato ricavato da unico pezzo di 2.40 mt essendo stato realizzato per una figurante di bassa statura [120], con un unico taglio e lo stesso è stato fatto per il buco centrale da cui far passare la testa. Gli orli del costume non sono stati fatti volutamente per dare l’impressione di un abito rovinato. Le cuciture di assemblaggio sono state realizzate interamente a mano con punto indietro e filo di cotone misto a poliestere (per una maggior resistenza [121]). Una volta cucito e una volta effettuati i rammendi, il costume è stato “affumicato” ossia trattato con il fumo di candela. È questa un’operazione da eseguire all’aperto e con molta cautela in quanto il cotone è una fibra naturale che brucia facilmente. Si è preso il tessuto piegato e lo si è avvicinato alla fiamma quanto bastava per annerirlo con il fumo senza che la fiamma attaccasse direttamente il tessuto. Si tratta di macchie che vengono via a lavarle, quindi nei futuri impieghi del costume, le macchie saranno ricreate ad hoc per rinnovare l’effetto dello sporco, della polvere e del fumo dei tizzoni ardenti. In altri punti si è invece proceduto con la creazione di piccole e vere bruciature. Anche questa è una manovra da eseguire all’aperto e con molta pazienza, molta calma e molta attenzione poiché è facilissimo creare un incendio e bruciare tutto il tessuto, oltre al pericolo che si corre di persona!

 

L’abito doveva a tutti gli effetti sembrare appena uscito da una sala delle torture, di quelle vere e non quelle cinematografiche che invece tendono ad esagerare per fare presa sull’attenzione dello spettatore. Si può fare presa rispettando la storicità! Terminata anche questa fase ci si è attrezzati per la realizzazione del sangue! Ovviamente non abbiamo sgozzato nessun animale, nessun essere umano né abbiamo usato sangue chimico. Il sangue umano come quello di qualunque animale è composto da emoglobina che contiene ferro. Per altro i composti di ferro sono tutti di colore simile alle macchie di sangue rapprese. Un sangue rosso vivo non è credibile!

 

Per realizzare il sangue è sufficiente munirsi del pigmento meglio noto come Ossido di Ferro, o ruggine. Si tratta di una sostanza in polvere di colore rosso ruggine, molto fine e pesante che viene usata nei laboratori ceramici, ma anche in quelli artistici quale pigmento per ottenere il rosso. L’ossido di ferro è un pigmento che macchia moltissimo e peggio di tutto è anche INDELEBILE, non c’è verso di eliminare la macchia una volta fatta. Svanisce un po’, ma non scompare mai…come una cicatrice! È sempre bene vestirsi con un camice da laboratorio e vecchi abiti, mascherina sanitaria e premunirsi di:

 

  • una bacinella vecchia,
  • uno scodellino di plastica (usa e getta destinato solo a quell’uso),
  • un bastoncino,
  • un cucchiaino (di plastica, usa e getta)
  • guanti in lattice
  • giornali a volontà se si lavora in casa, nel prato di casa è meglio [122].

 

Il ferro non è difficile procurarselo, in genere i colorifici lo hanno, ma se avete qualcuno che lavora in ceramica nei laboratori, va bene lo stesso. In genere viene dato in confezioni/sacchettini ermeticamente chiusi perché è una polvere oltre ad essere molto fine, si disperde anche molto facilmente. Riempite d’acqua il barattolino di plastica che vi siete procurati e aggiungete lentamente, mescolando, dai 2 ai 3 cucchiaini di ossido e mescolate fino a che scioglierete completamente la polvere. Non deve formarsi precipitato, ma se si forma non succede niente. Con i guanti in lattice prendete un po’ del vostro “sangue finto” e con molta attenzione lo si deve tamponare o tirare sugli strappi rammendati, su punti del corpo un tempo soggetti a tortura (in genere il ventre, le braccia e le gambe [123]) senza esagerare e poi sulla scollatura. Il costume da eretica da noi realizzato aveva alcuni segni anche davanti. Una volta terminata la fase “sanguinosa” stendete il costume dritto lontano da qualsiasi capo d’abbigliamento e con sotto una certa quantità di giornali e lasciate asciugare. Quando le macchie si saranno rapprese lavate sempre il costume a mano in bacinelle vecchie, usando acqua calda (40°C), due pugni di sale grosso e aceto di vino bianco (2-3 bicchieri) per fissare il colore. Si sconsiglia caldamente il lavaggio in lavatrice. Con il tempo, già dopo due lavaggi le macchie tendono a sfumare un po’ anche se il colore è fissato al 99% e si affievolisce un po’ il rosso. L’importante è non eseguire mai questa tecnica di “sangue finto” in presenza di bambini piccoli [124] o persone suscettibili al sangue; per i minorenni che volessero imitare un simile costume in un corteo è RACCOMANDATA LA PRESENZA DI UN GENITORE O COMUNQUE DI UN ADULTO che possa monitorare la fase di realizzazione delle macchie di nero con il fumo e quella della realizzazione delle macchie di sangue. In genere è sempre bene essere in due. Inoltre è anche bene eseguire ad una certa distanza di tempo (1-2 h) le due fasi di realizzazione delle macchie e tenere lontane le fiamme dalla polvere di ferro. Prima è bene realizzare le macchie di nero e poi quelle di sangue. Alla fine della procedura è bene ripulire attentamente la “scena del crimine” gettando via giornali sporchi, guanti e recipienti inutilizzabili per futuri costumi. Se vi siete sporcati indumenti e camici, lavate sempre separatamente in lavatrice (infilando i capi dentro a vecchie fodere di cuscino richiudibili e inserendo in lavatrice della candeggina delicata).

 

Per il trucco da eretica in corteo, nel nostro caso e in altri casi, è sconsigliata la realizzazione di “mascheroni” tipo halloween. È bene ricordare al pubblico che eretico o eretica non è sinonimo di stregone o strega. Anche in quel caso il costume da realizzare non deve essere in stile film horror, ma REALISTICO. La figurante che decidesse mai di indossare i panni “indesiderati” di eretica eviti trucchi di qualunque tipo come è stato fatto nel nostro caso. Sulla pelle è bene evitare finte ferite di sangue (rappresentate già dal costume) usando l’ossido di ferro (noi non l’abbiamo usato per evitare reazioni allergiche). Nel caso specifico del nostro costume i capelli della figurante sono stati lasciati sciolti e spettinati [125], il viso è stato sporcato con del carbone naturale (carbone vegetale o tipo quello da camino) e così anche le mani (il dorso) ed il collo.

 

Hanno completato il costume una vecchia tunica intima realizzata in linone da lenzuolo che è stata messa sotto a quella da eretica (sia per la trasparenza del tessuto chiaro del costume da eretica, sia per coerenza storica [126]), delle vecchie scarpe medievali ottenute tagliando la gamba a dei vecchi stivali [127] e una vecchia corda di canapa di media grandezza e lunga circa 5 metri (tipo quelle da amaca) che in corteo è stata legata alla vita della figurante da un’estremità e ai polsi dall’altra [128], tenuta circa a metà lunghezza dal figurante che interpretava l’inquisitore Florio da Vicenza.

 

Figura 27 – Il costume da eretica sul manichino, dietro segni delle frustate [129]

 

Figura 28 – Rammendi dietro macchiati di sangue finto.

 

Figura 29 – Il dietro della tunica, reca anche una bruciatura.

 

Figura 30 – Davanti della tunica, con macchie di sangue sull’orlo destro della manica e sulla scollatura (si è voluta dare l’impressione di ferite inferte anche sul costato e petto della vittima [130]).

 

Figura 31 – Segni di frustate e rammendi sul davanti

 

Figura 32 – Macchie di fumo e sangue sulla tunica davanti

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Interpretare l’eretica e l’inquisitore

Ci vuole coraggio, ma anche molta serietà specie per chi fa l’inquisitore che non deve cedere ad eventuali provocazioni verbali della figurante che fa l’eretica, così anche la figurante che interpreta l’eretica o l’eretico deve per forza essere serio, credibile senza usare, nelle eventuali frasi di provocazione contro l’inquisitore insulti con termini volgari e moderni. Interpretare un’eretica significa calarsi nei panni di una persona che sta per morire arsa viva (una morte quindi dolorosissima), una persona che può gridare sia la propria innocenza ma anche esaltare le proprie eresie come fece Elina; significa alternare momenti di calma a momenti di pura follia, senza scadere nel ridicolo e nella sceneggiata da telenovela. Si può tirare e strattonare la corda (in accordi ovviamente con il figurante che farà l’inquisitore), provocare verbalmente senza essere appunto volgari o incoerenti e ci si deve un po’ allenare con la parlata volgare dell’epoca, quella usata dalla gente comune. Per volgare non s’intende solo la volgarità dei termini, ossia l’oscenità, ma anche l’appartenenza di un certo linguaggio a un certo ceto. L’inquisitore può a sua scelta rispondere prontamente, ma ciò richiede una preparazione prima del corteo (noi abbiamo improvvisato in questo caso) o semplicemente mantenere un’aria austera credibile, seria e anche di stizza quando si viene provocati senza però rispondere mai a mezza provocazione (come è accaduto nel nostro caso). Il rogo ovviamente non c’è stato davvero, le provocazioni da parte della figurante sì e il risultato è stato decisamente soddisfacente specie perché si tratta di due figure che raramente compaiono nei cortei storici medievali e raramente sono davvero ispirati ad una storia vera.

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Ringraziamenti

Un sentito ringraziamento è per i miei due amici Sara ed Elvis che mi hanno aiutato nella ricerca nelle fonti di Parma, da cui è stata tratta la storia del rogo di Elina e le vicende dei Domenicani, specie Florio da Vicenza e soprattutto un grazie di cuore per avermi dato la possibilità di sfilare nella loro porta: Porta Santa Croce del Palio di Parma, in occasione dei 700 anni del Palio (la prima edizione storica del Palio, detto il Palio dello Scarlatto, fu infatti nel 1314 in occasione del matrimonio tra Maddalena dei Rossi di Parma e Gilberto da Correggio).

 

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Fonti bibliografiche

Siti internet

Libri e saggi

  • Contra haereticos sui temporis, di Hugo Rotomag, 1255
  • A History of Medieval Heresy and Inquisition di Deane, Jennifer Kolpacoff; Rowman & Littlefield Publishers, Inc. 2011
  • Apostoli e flagellanti a Parma nel Duecento secondo nuovi documenti di F. Bernini, 1935 pp. 353-357
  • Archivio Corona, gen. 7175; Arch. di Stato di Padova.
  • Documents pour servir à l'histoire de l'Inquisition en Languedoc di C. Douais, Parigi 1900
  • Dominicans, Muslims and Jews in the Medieval Crown of Aragon di Robin Vose. Cambridge University Press, ed. 2009
  • Explicatio super officio inquisitionis. Origini e sviluppi della manualistica inquisitoriale tra Due e Trecento, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2012 di Riccardo Parmeggiani
  • Ferdinando del Castello, 1589
  • Histoire et doctrine de la secte des Cathares ou Albigeois, di C. Schmidt, Parigi 1849, voll. 2;
  • Historia Generale Di S. Domenico Et Dell'Ordine Suo De'Predicatori di Copertina anteriore
  • History of the Inquisition of Middle Age di Ch. Lea, Londra 1888
  • Itinerari ereticali. patari e Catari tra Rimini e Verona di G. Zanella, Roma 1986, pp. 28, 30, 33, 91;
  • L'eresia del male di R. Manselli, Napoli 1953
  • L'eresia nel Medioevo di F. Tocco, Firenze 1884, pp. 73-134
  • L'eresia nella Cronica di fra Salimbene, di Mariano da Alatri, in Eretici e inquisitori in Italia. Studi e documenti, I, Il Duecento, Roma 1986, pp. 68, 73;
  • Liber antihaeresis di Everardus de Beth, Bibl. PP. Lugd., Parigi 1644, IV, 1073
  • L'inquisitore Florio da Vicenza, in Praedicatores - Inquisitores - I. The Dominicans and the Mediaeval Inquisition. Acts of the first International Seminar on The Dominicans and the Inquisition (Rome, 23-25 February 2002), Roma, Institutum historicum fratrum Praedicatorum, 2004, pp. 681-699 di Riccardo Parmeggiani, Università di Bologna Alma Mater Studiorum, Dipartimento Storia Culture Civilità
  • Nascita, vita e morte di un'eresia medievale, a cura di R. Orioli, Novara-Milano 1984, pp. 80, 226;
  • Regesti di pergamene di archivi ecclesiastici ferraresi, Inquisizione, A. Franceschini, p. 1 n. ib; Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, a cura di G. Bonazzi, ibid., XV, 2, pp. 35 s., 41, 52 s.;
  • Serm. XIII adv. Catharorum errors di Ekbertus
  • St. Francis of Assisi and Nature: Tradition and Innovation in Western Christian Attitudes toward the Environment di Roger D. Sorrell. Oxford University Press, USA, 1988
  • Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795
  • Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 Vol I di IV.
  • Summa contra haereses di Alanus
  • The Medieval Tailor's Assistant: making common garments 1200 -1500 di Sarah Thursfield. Ruth Bean Publishers ed., 2001
  • Un traité inédit du XIIIe siècle contre les Cathares, in Ann. de la Fac. de lettres de Bordeaux, V, fasc. 2 di Ch. Molinier.
  • Vita del glorioso patriarca S. Domenico tratta da' scrittori coetanei di lui, e da altri autori celebri di Francesco Serafino Maria Loddi, 1727
  • Vita haereticorum di Bonaccursus

 

Manoscritti e miniature

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Note

[1] Càtaro, dal greco katharòs cioè i puri

[2] http://www.treccani.it/enciclopedia/Catari Enciclopedia Dantesca (1970)

[3] Con questo nome sono designati comunemente, dalla città di Albi, gruppi di eretici affini ai Catari, del mezzodì della Francia; sebbene più esattamente si sarebbero dovuti designare dalla città di Tolosa, dove erano più numerosi e potenti. Affini ai Catari avevano nella loro ideologia anche aspetti comuni ad altre sette ereticali tardo antiche e medievali. Man a mano, come del resto avevano fatto e fecero altri movimenti ereticali, tra cui i Catari, anche gli Albigesi si misero a predicare contro la Chiesa, approfittando dell’ignoranza del popolo, ignoranza di cui loro stessi non erano per nulla carenti, sfruttandone tutti i possibili difetti, a partire dal fatto che oltre ad avere un potere spirituale, la Chiesa esercitava anche un potere temporale: i vescovi e gli ecclesiastici erano anche signori feudali, ed erano ricchi. Siccome in epoca medievale a stare male non erano i signori ma fondamentalmente i ceti più poveri del popolo, l’eresia attecchì in questi ceti più che mai. Le fonti attestano che nel mezzogiorno francese, in Linguadoca, l’eresia aveva fatto curiosamente radici anche nella nobiltà locale. Si può dire che in alcuni luoghi, come nell'alta Linguadoca, quasi tutta la nobiltà era favorevole all'eresia, e questa esercitava tanta influenza, che i Perfetti furono talora scelti come arbitri nelle questioni dei signori. Questa influenza, e con essa il largo diffondersi della setta, sono dovute a cause molteplici. L'autorità del potere sovrano era ridotta quasi a nulla nel paese, che era diviso in grandi signorie ecclesiastiche e laiche, le quali rivaleggiavano fra loro per il predominio. Quasi dappertutto i signori laici cercavano d'ingrandirsi a danno delle signorie e dei possessi della Chiesa; e la dottrina albigese, per la quale la Chiesa non aveva alcun diritto di possedere, anzi piaceva a Dio che la si spogliasse, corrispondeva alle ambizioni della nobiltà. Ciò mette certamente in risalto agli occhi degli storici e dei lettori una forte contraddizione ed il paradosso. La situazione portò a sfiorare la guerra civile dato che il potere regio era quasi nullo, il Papa aveva invano sollecitato il Re di Francia Filippo Augusto che si era assolutamente disinteressato della cosa e i soli a rispondere furono il Vescovo di Narbona ed il fondatore dei Domenicani: Domenico di Guzman che per contrastare con la predicazione albigese si misero a loro volta a predicare scegliendo la povertà assoluta. Tuttavia poco servì e l’arroganza dell’eresia aumentò tanto da portare alla morte di un canonico che aveva combattuto gli Albigesi, ucciso da un vassallo del conte di Tolosa e giacché la nobiltà in quei luoghi era dalla parte degli eretici, il conte fu accusato di complicità e costretto a penitenza. La morte del canonico fu la proverbiale goccia e in breve fu indetta la crociata contro gli Albigesi che si tradusse in un vero e proprio massacro del nord contro il sud della Francia e la nobiltà del nord pensò che forse era ora di fare “pulizia etnica” tanto da sostituirne completamente la nobiltà locale. L’ultima roccaforte degli Albigesi cadde nel 1255 dopo decenni di lotte ponendo fine per sempre al potere dell’eresia albigese nel mezzogiorno francese. Questo non segnò la fine dei Catari o delle sette affini, anzi, questi continuarono anche dopo, forse con un po’ meno arroganza per evitare altri stermini, ma ormai la mano della Santa Inquisizione era già stata armata e messa all’opera. Quando si sente parlare quindi di Albigesi, qui si chiude la nostra parentesi, non si intende solo Catari, ma una setta affine ai Catari, con alcune varianti ideologiche.

[4] Il Bogomilismo fu una setta eretica cristiana, sorta nel X secolo come derivazione dalla setta affine dei pauliciani che si erano trasferiti nella Tracia e successivamente in Bulgaria. Successivamente si sviluppò nel XIII secolo anche in Serbia e Bosnia. Il bogomilismo rappresentò uno sviluppo del dualismo orientale, che riteneva che la realtà fosse retta dai principi di Bene e Male, ed influenzò la nascita e lo sviluppo del movimento dei Catari. La dottrina bogomila aveva dell’inverosimile ed assurdo perfino all’epoca in cui sorse dato che predicava oltre al dualismo, anche un certo legame tra le due controparti, ovviamente tutto quello che era mortale e materiale era opera del demonio, il mondo era il grande tranello di Satana, la croce era un simbolo blasfemo, ecc. erano inoltre avversi all’ortodossia e quindi contrari anche alla Chiesa Bizantina Ortodossa.

[5] Dal lat. tardo Manichaeus, che si rifà al nome del fondatore di questa dottrina, Mani (216-277 d. C.) o, come fu chiamato in Occidente, Manicheo.

[6] Si riferisce all’opera, alla dottrina di Marcione, al movimento religioso da lui iniziato. Eretico (n. Sinope 85 d. C. circa - m. 160 circa). Di agiata condizione, si trasferì a Roma; quando espose le sue tesi sulla totale inconciliabilità tra Nuovo e Vecchio Testamento fu subito scomunicato. Dalla sua predicazione sorse un movimento religioso, il marcionismo che ebbe vasta diffusione fino al V secolo.

[7] Si riferisce alla cosmogonia, intesa come mito, dottrina o poema che hanno per oggetto la formazione dell’Universo e del Creato.

[8] Nel linguaggio teologico la parola assunse anche il significato di «persona», con riferimento alla Trinità (per cui in Dio vi sono tre ipostasi e una sola natura), oppure quello di «natura divina», con riferimento a Cristo. L’ambivalenza del termine ha dato luogo, nei primi secoli della storia della Chiesa, a numerose e lunghe controversie in campo sia trinitario sia cristologico. Sempre in teologia indica anche ognuna delle entità divine rispetto all'identica loro sostanza. Nel linguaggio letterario significa personificazione, rappresentazione concreta di una realtà astratta o ideale.

[9] Nella filosofia platonica, il dio artefice dell’universo, principio dell’ordine cosmico. Nella filosofia gnostica, divinità ordinatrice del mondo, distinta dal dio supremo.

[10] Da questo dualismo, spiegato dagli eretici miticamente attraverso narrazioni diverse, deriva l'intima lotta che lacera la coscienza dell'uomo, la cui anima è schiava della materia.

[11] Questa concezione andava a minare il dogma della nascita verginale di Cristo, che non deve essere confusa con quello dell’Immacolata Concezione (assenza del peccato originale in Maria), dogma invece proclamato da papa Pio IX l'8 dicembre 1854. Il dogma dell’Immacolata concezione fu in un certo senso confermato nel 1854, ma era oggetto di studi, dibattiti, trattati teologici fin dall’Alto Medioevo.

[12] Il dogma dell’Immacolata Concezione ci mise parecchi secoli e incontrò molti ostacoli prima di prendere forma ed essere ammesso e ufficializzato. Si tratta di un dogma difficile da comprendere, con fondamenti biblici che hanno a loro volta una esaustiva spiegazione anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica: http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p122a3p2_it.htm. Con la teologia scolastica medievale iniziò però la discussione sulle effettive modalità con cui descrivere teologicamente il concetto per cui Maria era senza peccato: i teologi precedenti, orientali e latini, sono concordi nell'affermarlo, ma non entrano nel merito della ragione teologica, lasciando dunque la cosa come una sorta di eccezione ad hoc immotivata, lasciando in filigrana il contrasto col dogma della natura umana universalmente corrotta e con la redenzione universale operata da Cristo. Anselmo d'Aosta (m. 1109) sostenne che Maria, concepita come tutti gli uomini nel peccato originale, fu anticipatamente redenta da Cristo, prima della nascita del Salvatore. La redenzione anticipata di Anselmo è sostanzialmente ripresa dai grandi teologi scolastici. È solo con Duns Scoto che prende forma il dogma come poi fu fissato dal magistero: il teologo francescano sostiene non la "redenzione anticipata" di Anselmo e degli scolastici, ma la "redenzione preventiva" o "preservativa". Diversamente dai predecessori infatti non dice che Maria fu concepita nel peccato originale e poi redenta, ma che fu concepita senza peccato originale. Il suo ragionamento ribaltò i termini della questione: Maria non fu un'anomala eccezione (o un caso anticipato) dell'opera redentiva di Cristo, ma la conseguenza della più perfetta ed efficace azione salvifica dell'unico mediatore. Nei secoli successivi i teologi cattolici furono sostanzialmente divisi sulla questione: a grandi linee, i domenicani sostenevano la redenzione anticipata degli scolastici ("macolisti"), mentre i francescani sostenevano la redenzione preventiva di Scoto ("immacolisti"). Lungo i secoli la posizione del magistero è stata prudente: per quanto il chiaro e definitivo pronunciamento pontificio si ebbe solo nel 1854, furono diversi gli interventi a favore della posizione immacolista. Papa Sisto IV (m. 1484) introdusse a Roma la festa liturgica della Concezione. Sul piano dogmatico non si pronunciò, ma con le bolle Cum Praeexcelsa (1477) e Grave Nimis (1482) proibì a macolisti e immacolisti di accusarsi vicendevolmente di eresia. Papa Alessandro VII emanò nel 1661 la bolla (che non ha l'autorevolezza e il significato teologico dell'enciclica) Sollicitudo, dove si dice a favore dell'Immacolata Concezione. Clemente XI nel 1708 rende universale la festa dell'Immacolata, già localmente celebrata a Roma e in altre zone della cristianità. Solo nel 1854 però la Chiesa ufficializzò il dogma e fissò la data della festività.

[13] Furono molti già nei primi secoli della storia del Cristianesimo a non riconoscere la nascita verginale di Cristo per opera di Dio, vuoi per la difficoltà umana a capire e accettare una cosa simile, vuoi in parte anche per la mentalità dell’epoca.

[14] Si tratta di un non-senso oltre che un’eresia vera e propria essendo esplicitamente scritto nei Vangeli che Cristo operò miracoli guarendo ciechi, muti, indemoniati, ecc.; sempre nei Vangeli è scritto che fu tradito, arrestato, flagellato, morì crocefisso, fu sepolto e resuscitò in corpo e spirito dopo tre giorni come lui stesso aveva preannunciato; tanto è vero che gli apostoli trovarono il sepolcro vuoto con la pietra spostata da una parte. Non poteva essere pura apparenza così come non potevano esserlo la tortura della flagellazione e quindi la Passione e la Crocefissione. Non potevano essere apparenza la morte fisica ed il corpo resuscitato che Tommaso toccò nei segni dei chiodi delle mani. Inoltre la pratica della crocefissione era tra le peggiori pene capitali praticate dall’Impero Romano, che non era certamente pura apparenza. Ci si domanda quindi, con un certo sgomento, come, pur con la mentalità dell’epoca, gli eretici potessero ad un’eresia che negava la realtà storica dei fatti senza però spiegarla in nessun altro modo.

[15] Nella teologia cattolica, mutare di sostanza, con riferimento al pane e al vino che cambiano la loro sostanza in quella del corpo e del sangue di Cristo, nella consacrazione. Raro con uso attivo:... sebbene Cristo assuma e transustanzii nelle sue carni e nel suo sangue la sostanza del pane e del vino (Rosmini).

[16] Anche in merito a questo passo nel corso del Medioevo a partire dal IX secolo si ebbero diversi dibattiti, e non tutti accettarono il dogma ed il suo simbolismo. Alcuni arrivarono a paragonare il dogma della transustanziazione al cannibalismo rifiutando così la stessa eucarestia come sacramento; tra questi vi erano i Catari stessi.

[17] Anche in questo caso i Catari si auto-accusavano di eresia poiché proprio nei Vangeli Cristo si fa battezzare con acqua nel Giordano e i Catari conoscevano le Sacre Scritture e le predicavano, quindi non potevano non conoscere questi passi.

[18] Uno dei tre regni dell’oltretomba cristiano, insieme all’inferno e al paradiso; nella tradizione, affermatasi nel 12° secolo e divenuta dottrina di fede per la Chiesa cattolica dopo il Concilio di Trento, lo stato intermedio e transitorio di espiazione, rappresentato come il luogo in cui le anime dei giusti, morti nello stato di grazia imperfetta, si purificano dalle colpe veniali come dalle mortali già rimesse, in attesa di venire ammesse in paradiso alla visione di Dio. Nel Pastore di Erma, un testo del II secolo, vi sono chiari ed espliciti riferimenti ad uno stato, successivo alla morte terrena, in cui è necessario purificarsi prima dell'ingresso in Paradiso. Tale testo non rientra però nel canone muratoriano dei testi considerati ispirati da Dio, nonostante il canone risalga ad un'epoca successiva a quella del testo. Inoltre esso in diversi punti contraddice alcuni dogmi e non è un testo didascalico ma un racconto di presunte visioni. In modo più specifico, la dottrina del Purgatorio venne definita dal secondo Concilio di Lione del 1274, da quello di Firenze del 1438 e infine ribadita nel Concilio di Trento, nel 1563.

[19] Le messe e tutte le funzioni religiose, cerimonie, preghiere per la salvezza delle anime del purgatorio. Nella teologia cattolica, qualunque favore spirituale che un fedele fa a un altro perché membro della stessa Chiesa, corpo mistico di Cristo; in senso più stretto, opera buona fatta da un fedele per ottenere ad altra persona la remissione della pena temporale dovuta al peccato già perdonato.

[20] Il culto dei Santi è fondamentale nella dottrina cristiana cattolica e diffuso anche in quella ortodossa greca sebbene con alcune varianti, mentre non è riconosciuto dai protestanti e dalle religioni discendenti dalle chiese riformate. Il concetto che più si avvicina a quello di santo nell'Ebraismo, è quello dello tzadik, una persona retta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto. Il Talmud e la cabala offrono varie idee circa la natura e il ruolo di questi 36 tzaddikim. Il termine può essere usato genericamente per indicare una qualsiasi persona giusta. Per quanto riguarda invece l’Islam, benché la religione islamica non preveda differenze tra gli uomini, e l'ortodossia escluda perciò di contemplare una categoria "speciale" di persone ad un livello superiore rispetto agli altri uomini in termini di santità, la religiosità popolare ha sempre amato distinguere, con vari tipi di riconoscimento, delle persone dotate di "santità". Il termine genericamente impiegato per indicare questi "santi" islamici è quello di wali, "amico (di Dio)". Ad essi vengono attribuite non solo doti di zelo religioso ma anche qualità taumaturgiche, profetiche, di intercessione. È opinione diffusa nel mondo islamico che nel mondo siano sempre presenti, mescolati alla gente comune, trecento "santi", persone particolarmente dotate di favori divini, ignoti gli uni agli altri e distribuiti in modo gerarchico.

[21] Il complesso delle pratiche esteriori (rinunce, penitenze, mortificazioni, ecc.), dell’atteggiamento spirituale e anche delle dottrine, miranti al raggiungimento di una purificazione rituale e spirituale e alla conquista della perfezione religiosa in un assoluto distacco dal mondo. Termine inizialmente legato alla concezione cristiana ma poi usato nella storia delle religioni per indicare un fenomeno presente in diverse aree e culture: quel modo di vita e quel complesso di pratiche rituali che tendono a rendere possibile all’uomo una condizione diversa da quella ordinaria, realizzando uno stato considerato superiore dal punto di vista dei valori religiosi. Se nell’uso prevalente il termine indica un complesso di pratiche negative (solitudine, mortificazioni, astinenze, digiuni, flagellazioni ecc.), in connessione a una svalutazione della sfera del corporeo contrapposta alla sfera dello spirituale, in culture ove non si presenta un dualismo spirito-corpo esistono esperienze diverse e anche positive, sicché possono entrare nella pratica ascetica anche pratiche che concernono positivamente la sfera del corporeo (potenziamento e controllo di certe capacità fisiche e organiche). I Catari probabilmente vissero l’ascetismo in modo negativo, in virtù della loro ideologia poiché per loro la morte era la sola modalità per liberare l’anima dopo aver praticato eventualmente ogni sorta di vessazione corporale. Questo mette la religione catara in netta contrapposizione con il Cristianesimo che non vieta l’ascetismo, e lo vive decisamente in modo diverso e si contrappone inoltre anche alle vite di molti eremiti, divenuti poi anche Santi, in cui l’agiografia è ricca.

[22] Per verginità si intende quasi sempre certamente quella fisica, ossia la mai avvenuta consumazione di un rapporto sessuale che nella donna ha come conseguenza la deflorazione, ma in senso più ampio verginità è anche sinonimo di castità, purezza, continenza davanti alla tentazione, alle passioni di ogni genere. Nella teologia cattolica, virtù che consiste nella rinuncia a ogni rapporto sessuale; in una vita consacrata solo a Dio lo stato verginale è quindi considerato uno stato perfetto della castità. La Benedizione delle vergini è un antico rito cristiano caduto in disuso alla fine del Medioevo, per consacrare il voto di verginità delle religiose. Per i Catari la verginità era fondamentale, specie per gli eletti anche se secondo alcune fonti si tratterebbe di un’ipocrisia della setta dato che

[23] Per liberare più rapidamente l'anima dal corpo, specialmente dopo aver ricevuto il battesimo spirituale, i Catari non raramente ricorrevano al suicidio, o meglio alla morte volontaria e liberatrice provocata dall'astinenza completa da ogni nutrimento. Questa morte per fame era nota specialmente nella Francia meridionale sotto il nome di endura. Essa serviva a far sì che il carisma spirituale ricevuto con l'imposizione delle mani non andasse compromesso e perduto. Qualche volta gli stessi ministri Catari condannavano alla morte per digiuno coloro che erano stati purificati in virtù dell'iniziazione. Questo era anche il segreto per cui il cataro, libero da ogni legame materiale e morale, da ogni vincolo domestico e sociale, solo preoccupato di prepararsi a morire in modo da eludere le insidie di Satana e ricongiungersi all'essenza divina, affrontava con lieto coraggio, nei periodi di persecuzione, la morte.

[24] Quando scoppiò il caso della Crociata albigese, il mezzogiorno francese aveva la nobiltà quasi tutta convertita al Catarismo.

[25] Basti pensare in tempi di carestie e saccheggi, quando l’agricoltura e gli allevamenti erano i primi a risentirne, non solo i Catari, ma tutta la popolazione era stretta dalla morsa della fame.

[26] La fonte da cui è tratta questa descrizione della dieta catara non fornisce alcuna interpretazione della visione dei Catari circa il fatto che i pesci sembrassero meno materiali delle altre specie animali sulla terra e che per il fatto di essere a sangue freddo, potessero essere mangiati. Probabilmente quanti hanno scritto in epoca medievale sul mondo cataro, altrimenti oggi non si saprebbe nulla in merito, devono essere stati membri o aver convissuto a fianco di membri del movimento per conoscerne così bene anche le convinzioni in materia alimentare, pur non fornendo a loro volta alcuna spiegazione di alcun genere. È dubbio e non credibile ipotizzare che i Catari potessero ritenere l’elemento acqua meno materiale degli altri tre. È probabilmente un altro dei grossi non-sensi che caratterizzarono l’eresia catara.

[27] Questo orrore per la carne si traduceva anche nel divieto di uccidere gli animali, nei quali alcune sette credevano anche risiedessero le anime dei morti fuori della loro chiesa. Altri poi consideravano lecita solo l'uccisione dei serpenti.

[28] Ovviamente, come accade in tutte le sette religiose, solo gli appartenenti alla setta hanno capito tutto, interpretato correttamente come se fossero stati presenti mentre succedevano quanto è scritto nei Vangeli e negli Atti.

[29] In una società in cui la giustizia era amministrata secondo la legge della vendetta tra le faide e della pena capitale era difficile predicare, anche per gli ordini monastici cattolici, il concetto di pace. I legislatori fin dai tempi dei Longobardi avevano dovuto ingegnarsi per arginare i fiumi di sangue che scorrevano tra le famiglie, imponendo sanzioni economiche e materiali per i colpevoli e i recidivi. Reprimere i crimini all’epoca non sempre consisteva nell’esecuzione della pena capitale, ma anche nella prigionia, nella conversione in schiavi o servi dei colpevoli, nelle multe economiche e i pignoramenti, quindi negare il diritto alle autorità di reprimere i delitti da parte dei Catari, equivaleva ad un’altra grave eresia, ossia l’essere favorevoli a violenza e caos.

[30] Anche questo fu tra le eresie più gravi della setta in merito alla politica matrimoniale poiché nella Bibbia, specie nei Vangeli è scritto chiaramente che gli sposi sono una cosa sola, una sola carne e un solo spirito davanti a Dio e che ciò che Dio unisce l’uomo non divida. Obbligando la separazione delle coppie nonché lo scardinamento delle famiglie, i Catari si comportavano alla stessa maniera di una setta oltre a profanare il sacramento ecclesiastico del matrimonio.

[31] In pratica i Catari condannavano la Chiesa Cattolica ma ne avevano copiato lo scheletro della organizzazione gerarchica. Il vescovo cataro presiedeva alle assemblee ed era assistito da due prefetti, specie di vicarî generali e intraprendeva regolari visite pastorali nel proprio territorio. Di tanto in tanto i vescovi delle varie contrade si riunivano in sinodi e concilî. I diaconi, che assistevano i vescovi nella loro missione spirituale, percorrevano di continuo la propria regione e mantenevano il collegamento tra i Perfetti e i credenti, predicando e presiedendo le assemblee particolari e le riunioni liturgiche della setta.

[32] In questo caso come nei precedenti, i Catari peccarono di eresia poiché i vescovi potevano essere ordinati e nominati solo ed esclusivamente dalla principale autorità ecclesiastica che era appunto il Papa, ma quello della Chiesa Cattolica e copiarne la struttura gerarchica fece solo peggiorare le cose.

[33] Il termine adorazione in questo caso crea una certa confusione poiché nella religione cattolica, è l’atto col quale si esprime l’omaggio a Dio, si rende culto a Lui. Nel caso dei Catari questo atteggiamento fu certamente etichettato come idolatria e quindi eresia.

[34] Qualche storico ha accennato a questo proposito come a una credenza dei Catari nella reincarnazione per cui un’anima che non arrivava alla beatitudine eterna, era costretta a trasferirsi in un altro corpo materiale. Forse anche per questo i Catari non disdegnavano il suicidio (anche con l’endura) che per altro è tra i peggiori peccati mortali delle principali fedi (Cattolicesimo, Ebraismo ed Islam) e condannato anche da dottrine e filosofie orientali di vario genere, specie quelle che pur predicando e favorendo l’ascetismo hanno come scopo quello di migliorare la vita e non sopprimerla.

[35] Vedasi nota precedente

[36] Non sarebbe però errato supporre che malgrado la loro dottrina, accettassero le elemosine impiegate poi magari per acquistare cibo e vestiario.

[37] Pietro Tamburini fu un teologo italiano. Nato nel 1737 da famiglia borghese, a Brescia, fu inviato dalla famiglia a studiare e poco dopo aver terminato gli studi venne ordinato prete e successivamente divenne professore di teologia e filosofia del seminario di Brescia. In quegli anni scrisse la sua prima opera, dedicata alla Grazia divina, testo che divenne in breve famoso tanto da giungere perfino nelle mani del Papa, all’epoca Clemente XIV, il quale colpito lo chiamò a Roma mettendolo a direzione del Collegio Irlandese, tolto poco prima ai Gesuiti, ordine da poco sciolto dal pontefice stesso, su pressione degli Stati stranieri. La fama di Tamburini crebbe enormemente in virtù anche del suo acume intellettuale, del suo carattere e delle sue azioni volte a ordinare le scuole e imprimere nei giovani cui insegnava l’amore per la verità. Morto Clemente XIV (pontefice per molti aspetti simile al Tamburini) fu eletto Papa Pio VI, papa debole secondo alcuni storici e sobillato dai partigiani dei Gesuiti, fu avverso al Tamburini tanto che egli, capito di non poter più rimanere a Roma partì e si trasferì a Pavia, malgrado gli allettanti inviti in altre importanti città da parte di personaggi illustri. A Pavia si trovava inoltre un caro amico d’infanzia di Tamburini, il Prof. Zola con il quale aveva condiviso studi e al cui nipote, in punto di morte, passò il testimone per l’opera Storia generale dell’Inquisizione. A Pavia Tamburini prese la cattedra di teologia dove mirava a distogliere i giovani da rilassate letture casiste e insegnando loro piuttosto con la Scrittura e la Tradizione al fine di farne sacerdoti sinceri e pastori zelanti, educati al vero ed odiatori di quell’ipocrisia che forma per moltissimi di loro precipuo argomento e pubblicò in quegli anni diverse opere tra cui Etica cristiana e La vera idea della Santa Sede (titoli originali in latino). La sua fama tra gli anni ’60 e ’70 del XVIII secolo toccò l’apogeo tanto che ricevette la visita di due imperatori: Giuseppe II e Leopoldo. Morto Leopoldo in circostante a dir poco misteriose e salito al trono Francesco II, sul quale gli storici non mettono troppe buone parole, su istanza della Curia romana, rimosse Tamburini e Zola dalle loro cattedre e il primo si ritirò privatamente nei suoi studi. Iniziò un periodo turbolento per Tamburini che in breve si vide perseguitato, per le sue idee, dalla Curia Romana e dopo diversi passaggi tra le cattedre, giunto al settantesimo anno di vita iniziò l’opera Storia generale dell’Inquisizione che però fu pubblicata postuma. Di mente arguta ed accesa, fu sempre incline a vedere il lato buono ed utile delle cose che non il contrario; volto a magnificare l’aspettativa degli altri, di memoria tenacissima, modesto, ricercatore della verità fu impassibile anche a fronte della persecuzione della Curia della quale aveva scritto e alla quale aveva cercato di ricordare l’etica cristiana e la sua importanza, così come il dovere di amministrare correttamente i poteri civili ed ecclesiastici nonché essere alleata e non avversa allo Stato.

[38] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp. 15-16.

[39] In senso astratto, determinazione di una situazione di fatto. Probabilmente un riferimento indiretto alla Santa Inquisizione che ancora esisteva nel XVIII secolo.

[40] Che rivela o denota una sconcertante stupidità. Dal lat. idiota 'ignorante'.

[41] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp. 16

[42] Storicamente la tortura fu ammessa solo nel 1252, quando con la bolla “Ad extirpanda” fu emanata da Innocenzo IV e di validità confermata sia da papa Alessandro IV il 30 novembre 1259 sia da papa Clemente IV il 3 novembre 1265. Tema di questa era la prima approvazione pontificia della tortura come strumento di ottenimento della confessione del reo, in particolare nei processi dell'Inquisizione. Questa approvazione è dichiaratamente pubblicata per fronteggiare l'insorgere dei numerosi movimenti eretici del XIII secolo.

[43] Come per tutti i Santi del Medioevo e di ogni epoca anche sulla nascita di Domenico non mancano leggende, una vorrebbe che il nome gli fosse stato dato in seguito al sogno della madre in cui ella avrebbe partorito un cane che con una face accesa metteva fuoco al mondo. L’aneddoto può essere considerato in parte vero e in parte falso poiché l’uso del fuoco è un chiaro riferimento alla S. Inquisizione ed alla pena capitale del rogo mentre il Santo in vita era sempre stato contrario alla violenza. Il nome stesso Domenico deriverebbe da una specie di gioco di parole “Domini” e “canis” che insieme in latino significano letteralmente “cani di Dio” relativamente alla simbologia del cane, animale fedele, ma anche come segugio che fiuta l’eresia. L’etimologia del nome non è certa e anche se alcune fonti ne documentino l’uso a partire dal IV sec. d.C. è più probabile che l’uso sia da datarsi a partire dal Santo fondatore dell’omonimo ordine monastico predicatore.

[44] Il manoscritto risale al XIV secolo e la sua origine esatta non è nota. Le prime fonti scritte che documentano l’esistenza del manoscritto risalgono al 1380, ma la sua realizzazione sarebbe di molto anteriore, intorno agli anni ’30 del XIV secolo. Secondo alcuni sarebbe stato fatto realizzare dal conte Olivier V de Clisson per Jeanne de Belleville, da cui il nome del manoscritto. Accusato di tradimento, fu privato dei suoi beni, incamerati poi dal Re di Francia. Da quel momento il manoscritto subì una serie di passaggi di mano fino ad essere dato, dopo la Rivoluzione Francese, alla Biblioteca Nazionale di Francia. L’opera è composta in due volumi, entrambi custoditi presso la stessa BnF.

[45] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/1214. 8/btv1b8447295h

[46] Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra' Angelico, fu un pittore italiano. Fu effettivamente beatificato da papa Giovanni Paolo II nel 1982, anche se già dopo la sua morte era stato chiamato Beato Angelico sia per l'emozionante religiosità di tutte le sue opere che per le sue personali doti di umanità e umiltà. Fu il Vasari, nelle Vite ad aggiungere al suo nome l'aggettivo "Angelico", usato in precedenza da Fra’ Domenico da Corella e da Cristoforo Landino. Il frate domenicano cercò di saldare i nuovi principi rinascimentali, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.

[47] Domenico infatti adottò anche nel proprio ordine l’abito dei Canonici di Osma, seppure bisogna precisare che il costume domenicano subì successivamente qualche lieve modifica.

[48] Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp.347-348

[49] Tamburini riferisce che Raimondo di Tolosa che più o meno pubblicamente favoriva gli eretici, si ritrovò a doversi unire alla crociata contro di loro, essendo che al nord ormai la spedizione era decisa e la guerra era imminente. Storia generale dell’Inquisizione, opera postuma di Pietro Tamburini. F.lli Borroni, Milano 1866 pp.350

[50] Tamburini anche in tal caso accenna al fatto che mentre predicavano agli altri cosa fare per salvare l’anima, gli eretici «s’immergevano nelle più abominevoli e vergognose dissolutezze»

[51] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[52] Vescovo di Tolosa

[53] Subito dopo la sua conversione e la rinuncia simbolica ad ogni tipo di bene, la decisione di vivere poveramente e la sollecitazione verso la Chiesa ad abbandonare la bramosia di potere e ricchezze per scegliere la vita povera di Cristo fecero sorvolare anche sul capo di Francesco d’Assisi l’accusa di eresia tanto che fu necessario che questi con i suoi confratelli si recassero dal Papa per essere approvati. Si ricorda inoltre che San Francesco d’Assisi visse contemporaneamente sia a S. Domenico nel periodo cruciale di diffusione dell’eresia catara e quindi bastava pochissimo per essere accusati. Va poi aggiunto che San Francesco aveva deciso di imitare Cristo e aveva scelto “sorella Povertà” come compagna di vita, chiedendo certo un rinnovamento spirituale e materiale della Chiesa, povera per i poveri, ma senza costringere nessuno a prendere la sua strada. Francesco non insultò mai la Chiesa che anzi rispettava e le rimase fedele, sottomesso e soprattutto nel suo stile di vita come monaco predicava l’amore per il creato di Dio, l’amore per le sue creature, per la vita ed il Cantico ne è una prova inconfutabile. Francesco sollecitava il rinnovo spirituale della Chiesa rimanendone all’interno, dando esempio pratico e senza condannarne i dogmi, le feste, i precetti, i sacramenti. In un certo senso Francesco era contro il Catarismo.

[54] Non dobbiamo immaginare una tonaca bianca ed uno scapolare di seta con mantello di finissima lana tinta di nero. Domenico vestiva probabilmente con tessuti poveri e dunque la tonaca era probabilmente di lino o lana non tinta così come lo scapolare mentre il mantello scuro doveva essere di una lana grossa seppur tinta. Il modo di vestire, diverso da quello di altri ordini, era certamente dovuto anche alla necessità di distinguersi come appartenenti ad un ordine diverso da un altro, ma la sostanza dei voti e lo stile di vita rimanevano esattamente gli stessi in quasi tutti i movimenti monastici del Medioevo.

[55] Giordano di Sassonia, il successore di Domenico e suo primo biografo, ci fa sapere che Domenico aveva una grande influenza sulle donne e ne capiva i problemi (preferiva parlare con le giovani anziché con le vecchie) e fece delle suore domenicane parte integrante dell'ordine dei predicatori, soggette al superiore come i frati.

[56] È stato l'autore (fl. 1199-1214) della prima parte della Chanson de la Croisade o Cançon de la Crosada, un poema epico in lingua occitana che fornisce un resoconto contemporaneo della crociata contro i Catari. Verso il 1199, Guglielmo di Tudela arriva a Montauban all'età di undici anni. La sua conoscenza del futuro, afferma, per mezzo della geomanzia, lo portò nel 1210 a Bruniquel, appena concessa a Baldovino, fratello del conte Raimondo VI di Tolosa e intrigato con lui. Il risultato di questo mutamento di domicilio (e forse uno dei suoi scopi) lo porta ad entrare al servizio di Baldovino. Diventa dunque canonico di Saint-Antoine (località che Simone IV di Montfort aveva per l'appunto conquistata nel corso della crociata contro gli albigesi e concessa a Baldovino).

[57] È un antico poema epico occitano che narra gli eventi della crociata albigese dal marzo del 1208 al giugno del 1219. Modellata sulla chanson de geste, in lingua d'oïl, essa è composta di due parti distinte: la prima parte è stata scritta da Guilhèm de Tudèla verso il 1213, mentre la seconda e ultima parte da un anonimo redattore. Tuttavia, studi recenti hanno portato a suggerire come autore della seconda parte il trovatore Gui de Cavalhon.La chanson rappresenta uno dei tre più importanti racconti della crociata albigese, insieme alla Historia Albigensis di Pierre des Vaux-de-Cernay e la Chronica di Guilhèm de Puèglaurenç. Del testo completo della Canso esiste un solo manoscritto (fr. 25425, conservato nella Bibliothèque Nationale), redatto a Tolosa o nei suoi pressi, verso il 1275. La prima edizione critica venne pubblicata con traduzione in francese — Chanson de la croisade contre les albigeois— da Paul Meyer in due volumi (1875–1879). La seconda parte comprende i restanti 6811 versi del poema (lasse 131-214). L'identità dell'autore è incerta, sebbene sia stato proposto di recente, come detto precedentemente, il nome di Gui de Cavalhon. Questa seconda parte comprende gli eventi che vanno dal 1213 in poi, considerando differenti punti di vista, criticando i crociati ed è decisamente favorevole ai "meridionali" non Catari. Gli storici considerano la Canso un documento importante di questo intero periodo perché rappresenta la sola maggiore fonte di narrazione che tratta un punto di vista meridionale; particolarmente importante è il periodo che va dall'aprile del 1216 al giugno del 1219, in quanto il racconto in prosa di Pierre des Vaux-de-Cernay diventa molto vago e lacunoso a cominciare proprio dal 1216 in avanti. L'autore era apparentemente un uomo colto, dimostrando una qualche conoscenza in teologia e in legge, e apparteneva alla diocesi di Tolosa

[58] È vero che la maggior parte dei manoscritti miniati sono completi, ma è altresì vero che esistono anche esemplari in cui non tutte le scene sono rifinite e colorate, ma vi è sulle pagine solo la sinopia, non sempre ben distinta sullo sfondo pergamenaceo delle pagine. Un esempio è offerto dal La Quête du Saint Graal et la Mort d'Arthus di Gautier Map o Moab (Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Français 343).

[59] Rif. http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/ILLUMIN.ASP?Size=mid&IllID=43733

[60] Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e nel tempo una delle più tradizionali preghiere cattoliche. Inoltre il Rosario, appeso alla cintura dei Domenicani, è tra i simboli distintivi dei membri di questo Ordine. Va aggiunto che le vite dei Santi di qualunque epoca sono caratterizzate anche da fatti che fanno parte più dell’agiografia e delle leggende che non della storia reale dei personaggi; inoltre l’uso della corona del Rosario sarebbe entrato successivamente nella tradizione della preghiera cattolica e la devozione mariana.

[61] Conc. Laterano IV can. 13

[62] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[63] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10484 - http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8447295h

[64] Originario di Tolosa, fu uno tra i primi compagni di S. Domenico oltre che uno dei suoi biografi. Stando alle fonti in nostro possesso divenne priore del convento domenicano di Limoges.

[65] Conte d'Évreux e di Leicester, nacque nel 1165, fu tra i personaggi di spicco della crociata albigese. Fu scelto come capitano nelle prime battaglie contro gli Albigesi, nelle quali si distinse per il vigore e la ferocia. È noto per aver guidato la battaglia di Béziers nel 1209. Successivamente divenne anche nuovo feudatario dei territori conquistati e strappati agli eretici ed ai nobili di quella regione. Morì 1218 durante il tentativo di sedare una ribellione nei suoi territori.

[66] Tale bolla fu probabilmente strumentalizzata nei secoli successivi fino a travisarne il contenuto in termini di assistenza e aiuti pur di combattere l’eresia e tutto ciò che agli occhi degli inquisitori appariva come tale.

[67] Fu un monaco domenicano, venerato come Beato dalla Chiesa Cattolica. Fu stretto collaboratore di San Domenico

[68] La basilica di San Domenico è uno dei più importanti luoghi di culto di Bologna, sede principale dell'ordine Domenicano. Nella chiesa, all'interno dell'Arca di San Domenico sono conservati infatti i resti di san Domenico, fondatore dell'ordine religioso dei Frati Predicatori. Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III approvò la regola dell'ordine fondato da Domenico di Guzman, che così l'anno successivo crebbe fino a riuscire ad inviare monaci nei principali centri europei, primi fra i quali Bologna e Parigi, città popolose e sedi di università. Domenico giunse a Bologna nel gennaio del 1218, stabilendosi insieme ai suoi monaci nel convento di una chiesa che allora era fuori mura, dedicata a Santa Maria della Purificazione, nota col nome della Mascarella (ora all'angolo tra via Irnerio e via Mascarella e ricostruita dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale). Avendo necessità di spazi più ampi, nel 1219 Domenico si stabilì definitivamente nel convento di San Nicolò delle Vigne (lo stesso luogo ove ora sorge la basilica domenicana). Qui (tra il 1220 ed il 1221) San Domenico presiedette personalmente ai primi due capitoli generali destinati a precisare gli elementi fondamentali dell'ordine. Sempre qui, il 6 agosto 1221, Domenico morì e fu sepolto dietro l'altare di San Nicolò. La chiesa subì ulteriori ampliamenti e rimaneggiamenti nei secoli XIV-XVIII, munendosi di cappelle, di un campanile, e accumulando nel tempo una vasta collezione di opere d'arte dei maggiori artisti, fra cui Niccolò dell'Arca, Michelangelo, Filippino Lippi, Guido Reni, Ludovico Carracci e il Guercino. Nel 1728-1732 Carlo Francesco Dotti conferì all'interno della chiesa l'aspetto barocco attuale.

[69] Nato Ugolino di Anagni fu il 178º papa della Chiesa cattolica dal 19 marzo 1227 alla sua morte. Fu consacrato nella Basilica di San Pietro il 21 marzo. In continuità con la tradizione, e convinto assertore della superiorità morale e autoritaria del Papato, riprese l'azione teocratica dei suoi più recenti predecessori, che comportava la necessità di indebolire la potenza dell'Impero con ogni mezzo. Seguì in ciò la tradizione storica di due grandi pontefici: Gregorio VII e Innocenzo III. Venne considerato spesso il fondatore dell'Inquisizione, di cui istituì i primi tribunali nel 1231, anche se in realtà l'Inquisizione trova le prime origini nel pontificato di papa Lucio III (con la sua bolla Ad abolendam del 1184) e in quello di Innocenzo III (con il Concilio lateranense del 1215).

[70] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451634m)

[71] Breviarium ad usum fratrum Predicatorum (Bréviaire de Belleville). Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 10483 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451634m)

[72] La situazione cambiò, naturalmente, dopo la scomunica del 1239, e soprattutto dopo quella del 1245, che comportò anche la formale deposizione di Federico da parte di Innocenzo IV. Il papato, infatti, per ottenere la massima pubblicizzazione delle scomuniche incaricò proprio i Mendicanti di dar lettura delle condanne papali all'interno delle loro chiese in occasione delle celebrazioni domenicali e di impegnarsi attivamente in una campagna 'propagandistica' contro l'imperatore. Pare che, in questa difficile situazione, i Frati predicatori abbiano cercato di mantenere una sorta di equidistanza tra le parti. Furono frati domenicani a stilare una sorta di 'certificato di ortodossia' in favore di Federico, che il papa fece comunque condannare nel concilio di Lione come eretico. E, ancora nel 1246, l'imperatore si rivolse ai frati, riuniti in capitolo generale a Parigi, per chieder loro di non schierarsi contro di lui. Probabilmente il fatto che, in quegli anni, alla guida dell'Ordine, fosse un suddito dell'Impero, Giovanni Teutonico, contribuì a mantenere i Frati predicatori relativamente al di fuori del conflitto. Anche se, negli ultimi anni di regno, Federico II si lamentò dell'ostilità dei Domenicani, non sono testimoniati casi di condanne a morte di membri dell'Ordine come nemici dell'Impero e istigatori al tradimento, condanne che colpirono invece alcuni Minori.

[73] Il loro successo presso i fedeli e i privilegi concessi dal papato ‒ che diede ai Frati predicatori la possibilità di confessare, di celebrare pubblicamente la messa nelle loro chiese e di accogliervi, dopo la morte, i corpi dei loro devoti ‒ mise però non di rado i Domenicani in conflitto con il clero secolare, che temeva di perdere il proprio ascendente sui fedeli, con conseguenti danni sul piano economico, e vedeva minacciato il tradizionale assetto della Chiesa. D'altra parte la buona preparazione culturale e la fedeltà a Roma favorì un precoce inserimento dei Frati predicatori nei più alti gradi della gerarchia ecclesiastica. I vescovi domenicani sono numerosi sin dal pontificato di Innocenzo IV, cui si deve anche la prima promozione cardinalizia di un frate predicatore nella persona del maestro di teologia e penitenziere papale Ugo di Saint-Cher (1244).

[74] L'importanza che la Curia romana attribuiva alla collaborazione con l'Impero per indurre i centri urbani a una più incisiva politica antiereticale si manifestò più volte negli anni Venti. Allorché nel 1224 Federico II emanò una nuova legge sugli eretici, ora espressamente minacciati di morte mediante rogo o di carcere perpetuo con il taglio della lingua qualora non si fossero convertiti (Cum ad conservandum). Onorio III, attraverso i suoi legati nella Pianura Padana, sollecitò le città di Lombardia ad andare al di là dell'accoglimento delle norme emanate dai vertici della cristianità e a elaborare propri statuti contro i nemici della fede.

[75] Die Konstitutionen Friedrichs II., 1996, pp. 148-151

[76] Alcuni esponenti dell’Ordine raggiunsero anche importanti posizioni nella gerarchia ecclesiastica

[77] Successore di Celestino IV, a sua volta successore di Gregorio IX

[78] Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, Reg. Vat. 21, cc. 433v-434r, nr. 129

[79] Fra' Giovanni da Schio o da Vicenza (1200 circa – 1265 circa) è stato un religioso italiano, frate domenicano che svolse un'intensa attività pastorale e politica in Italia Settentrionale nel XIII secolo. Dal 1247 al 1251 fu inquisitore nella provincia di Lombardia.

[80] Bernardo Gui (Royères, 1261 – Lauroux, 30 dicembre 1331), fu tra questi. È noto soprattutto per la sua opera come inquisitore e soprattutto per il famoso "Manuale dell'inquisitore" (la Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis). Fu vescovo di Lodève ed è considerato uno dei più prolifici scrittori del Medioevo. Il suo lavoro più famoso è la Practica Officii Inquisitionis Hereticae Pravitatis, un trattato in cinque parti in cui fornisce una lista di importanti eresie dell'inizio del XIV secolo e dà consigli agli inquisitori su come interrogare membri di un particolare gruppo. Si tratta di un manuale delle prerogative e dei compiti dell'inquisitore: le citazioni, le condanne, le istruzioni per gl'interrogatori costituiscono un documento unico per lo studio dell'Inquisizione ai suoi inizi. Quest'opera, di cui si persero le notizie per lungo tempo, fu infine pubblicata in versione completa dall'abate Douais a Tolosa nel 1886.

[81] Fra' Salimbene de Adam da Parma (Parma, 9 ottobre 1221 – San Polo d'Enza, 1288) è stato un religioso e scrittore italiano, frate minore, seguace di Gioacchino da Fiore e autore della Cronica. Dalla sua Cronica si apprende che entrò nell'ordine dei Francescani nel 1238, contro la volontà del padre, e iniziò a vagabondare tra i conventi di Firenze, Ravenna, Reggio Emilia, Lucca e Parma. Di Salimbene de Adam ci è giunta solo una copia, parzialmente mutila, della sua Cronica, scritta in un latino che spesso muta in volgare, ricchissima di racconti e notizie, tanto da farne una delle fonti storiche più interessanti per il secolo XIII. L'autore attinse largamente dalla Cronica Universalis di Sicardo, di poco precedente. Si tratta di una cronaca della vita religiosa e politica italiana dei 120 anni che vanno dal 1168 al 1287, scritta con uno stile molto personale, dal quale traspaiono le caratteristiche di un autore complesso e multiforme: colto e vicino al volgo, spirituale e focoso, attento alla storia e cultore della Bibbia. Diversi dettagli rivelano la sua conoscenza contadina: ad esempio la calura che danneggia il frumento, o i frutti dei mandorli in Provenza quando a Genova stanno ancora fiorendo. È un'opera tanto viva quanto storicamente importante: restituisce in modo vivido il flagello delle guerre nello scontro tra Chiesa ed Impero, tratteggia le figure di papi e cardinali come di donne e popolani, mendicanti e profeti, tutti visti da lui da vicino. Quest'opera è anche la principale fonte per costruire la biografia del suo autore, che in essa parla con dovizia di particolari della propria vita e delle opere da lui scritte, che tuttavia non ci sono giunte.

[82] Secondo altre fonti sarebbe nato a Segalara, frazione di Sala Baganza, da cui deriverebbe anche il cognome.

[83] Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795

[84] Probabilmente fu una misura di sicurezza che Papa Gregorio X attuò per contrastare ulteriormente il dilagarsi dell’eresia: l’aumento del numero di ordini religiosi mendicanti e pauperistici era stato molto rapido e al contempo andava dilagando l’eresia catara, ma non solo. Si volle dunque evitare che gruppi di sette eretiche ottenessero l’approvazione ecclesiastica camuffandosi da ordini mendicanti, evitando così anche controlli dell’Inquisizione.

[85] Da alcuni documenti del processo risulta che Segarelli quando fu interrogato, avrebbe dichiarato che non era peccato il palpeggiamento di uomini e donne sia tra membri di sesso opposto sia tra membri dello stesso sesso. Paolini Lorenzo (a cura di), Acta S. Offici Bononie ab anno 1291 usque ad annum 1310, in "Fonti per la storia d'Italia", Istituto storico italiano per il Medio Evo, Roma, 1982

[86] Il nome dell’Inquisitore non è noto. Stando alle fonti dopo una rivolta del 1279 i Domenicani lasciarono volontariamente Parma, dove si trovava anche un monastero di Domenicani, però non è da escludere che lì comunque anche dopo l’Inquisizione abbia continuato a esercitare la propria giurisdizione quando occorreva.

[87] Storia della città di Parma, scritta dal p. Ireneo Affò. Tomo IV, Stamperia Carmignani, Parma, 1795 pp. 37

[88] Non esistono atti del processo, se ci sono mai stati non sono giunti sino ad oggi e lo stesso vale per le opere del suo inquisitore, quello che la condannò al rogo insieme ad una seguace che aveva convertito. In mancanza di atti ufficiali di questo processo anche ricostruire la dinamica dei fatti non è possibile, si possono formulare solo delle ipotesi.

[89] Difficile pensare che fosse stata tradita perché sono troppe le fonti, certamente di parte, che attestano una certa arroganza e spavalderia negli eretici che predicavano pubblicamente; nel caso dei Catari c’è anche la conferma che questi sfidavano apertamente in dispute pubbliche i cattolici.

[90] In una trascrizione trecentesca della Chronica viene riportata la rivolta popolare in seguito al rogo, ma viene citato un altro inquisitore domenicano, certo Giovanni da Cornazzano. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani

[91] L’atto di designazione di Florio da parte del provinciale dei Predicatori di Lombardia, Bonanno da Ripa, è conservato in una preziosa copia coeva custodita presso l’Archivio Storico Diocesano di Ferrara. Il raro documento riporta la citazione integrale della decretale Licet ex omnibus nella versione di Clemente IV e ci informa di come la designazione di Florio sia avvenuta mediante la consultazione di altri frati del medesimo ordine. La stessa bolla pontificia concedeva tra l’altro al provinciale o al proprio vicario la piena libertà di rimuovere dalla carica in qualsiasi momento e per qualunque ragione l’inquisitore nominato. Il fatto che Florio abbia conservato il proprio mandato per almeno quindici anni (1278-1293) – un periodo eccezionalmente lungo se confrontato con l’attività di altri inquisitori coevi ci testimonia di quale considerazione dovette godere presso i superiori del proprio ordine. Di certo fu un personaggio di notevole rilievo, se è vero – tra l’altro – che rinunciò all’episcopato Vicentino offertogli da un pontefice in data non precisata 8 : se, come molto probabilmente fu, ciò avvenne una volta terminato l’officium inquisitoriale, avremmo un’ulteriore riprova di come tale ufficio rappresentasse spesso l’anticamera per l’episcopato. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[92] Teoricamente all’epoca di Florio doveva valere il principio di perpetuità dell’incarico, conformemente a quanto stabilito dalla decretale Ne aliqui dubitationem di Clemente IV. La bolla è rivolta agli inquisitori francescani, ma si può supporre per analogia non formale che lo stesso principio dovesse valere anche per i domenicani già prima del 1290, data in cui l’identica decretale venne diretta ai Predicatori. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[93] Il 16 febbraio ed il 25 agosto dell'anno successivo ricevette dal cardinal legato di Romagna e Tuscia Latino Orsini inviti a intervenire sia contro gli ebrei ferraresi, che perseguitavano un ebreo convertitosi al cristianesimo, sia contro ebrei di Aquileia, di Venezia, di Mantova e della stessa Ferrara, i quali, abbracciata la fede cattolica, erano poi tornati alla loro antica religione: il cardinale disponeva che si procedesse nei loro confronti e nei confronti di chi li avesse favoriti, adottando le medesime misure con cui si procedeva nei riguardi degli eretici, facendo ricorso - se necessario - al braccio secolare. Non bisogna dimenticare che l’Inquisizione arrivò in molti casi a prendersela anche con chi non era eretico, ma aveva semplicemente altro credo, specificamente se la prendevano molto con gli Ebrei e non per ragioni razziste, ma si presume per ragioni economiche e politiche dato che gli Ebrei nel Medioevo e non solo erano tra coloro che potevano prestare denaro dietro interesse poiché nella loro cultura non era considerato peccato, contrariamente al cattolicesimo.

[94] Una sorta di cassiere, esattore delle tasse. Il termine deriva a bursa, la borsa che era all’epoca fatta di pelle e serviva per contenere denaro e altri piccoli oggetti.

[95] Il fatto in realtà non avvenne a Modena ma a Parma come documentano le fonti. In seguito alla ribellione i Domenicani se ne andarono da Parma e questa fu colpita immediatamente dal papa con l’interdetto e la scomunica. Si chiarirà questo punto successivamente, nella parte dedicata al rogo vero e proprio. Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani.

[96] Florio tenne quel titolo almeno fino alla fine del secolo, anche se nell’ultimo decennio sembra aver cessato l’attività di inquisitore tornando ad essere semplicemente un Frate predicatore. Fonte: Dizionario Biografico Treccani

[97] Purtroppo nessuna delle opere di Florio si è conservata fino ai nostri giorni; possediamo soltanto un doppio esempio di formulario inquisitoriale, redatto da un suo notaio.

[98] Potrebbe aver svolto il secondo interrogatorio che la condusse al rogo, ma come detto è solo un’ipotesi.

[99] Risulta infatti che egli aprì un'inchiesta contro un certo Bonpietro, ma che non riuscì a trovare prove per muovergli addebiti di particolare rilevanza: dovette infatti rimetterlo alla fine in libertà, dopo averlo fatto sottoporre a una non grave punizione corporale. Nel 1283 costrinse alla confessione un tale Bociarino, cui però poi concesse l'assoluzione. Allo stesso modo dovette condursi nell'azione contro una Rosafiore ed una Rengarda, promossa in quel medesimo giro di tempo (impossibile precisare l'anno a causa della laconicità delle fonti). Sempre in quel periodo - anche in questo caso ignoriamo la data esatta del fatto - ricevette da un cittadino di Firenze, certo Donato, garanzie per un altro fiorentino di nome Lippo.

[100] Qualcuno c’è stato, abiurarono le loro idee confessando le loro colpe e trovarono clemenza scampando il rogo. Uno di questi fu imputato sotto Florio da Vicenza. Vedere nota precedente.

[101] Autore della voce di Florio da Vicenza nel Dizionario Biografico Treccani

[102] Coinquisitore di Florio da Vicenza.

[103] Fonte: L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 686

[104] Il 22 giugno del 1297, data in cui è presente – diversamente a quanto asserito da Zanella – alla cessione in favore dell’Inquisizione di un’area di pertinenza dei domenicani, Florio risulta già, semplicemente, come uno dei frati testimoni dell’atto. Fonte L'inquisitore Florio da Vicenza di Riccardo Parmeggiani pp. 691

[105] Impiego illecito o illegittimo di denari, beni mobili, da parte di un amministratore o di un pubblico funzionario.

[106] Dizionario Biografico Treccani

[107] Un richiamo allo stile di povertà adottato dal Santo fondatore

[108] In epoca medievale il bianco era ottenuto con sostanze a base di calce

[109] È una parte dell'abito religioso indossato dai monaci. Lo scapolare consiste in una striscia di stoffa con apertura per la testa, pendente sul petto e sul dorso. Talvolta, unito allo scapolare, vi è anche il cappuccio. Lo scapolare era portato in alcuni ordini religiosi, come i benedettini, e copriva le spalle, il dorso e la pancia ed aveva, per gli uomini, un cappuccio. Era generalmente un abito di lavoro destinato a proteggere i vestiti ordinari. Progressivamente si è modificato ed ha preso la forma di una striscia di stoffa pendente sul petto e sul dorso fino ai piedi.

[110] In francese Alain de La Roche (Plouër-sur-Rance, 1428 – Zwolle, 1475), fu un domenicano bretone, divenuto famoso per la sua particolare devozione al Santo Rosario. È tradizionalmente venerato come beato dalla Chiesa cattolica in Europa, anche se non risulta una conferma ufficiale del suo culto

[111] Le informazioni esatte sul manoscritto non si conoscono e sarebbe giunto, come molti altri manoscritti medievali, alla BnF dopo una serie numerosa di passaggi di mano. La BnF data il manoscritto al XV secolo e lo stile delle miniature, la tecnica e in particolar modo i costumi rappresentati lo confermano.

[112] Rif. Bibliothèque nationale de France, Département des manuscrits, Français 9087 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8449038d)

[113] Oggi non si trova quello di fattura grossolana e si sarebbe comunque scelto un tessuto di media finezza perché considerando anche l’importanza del personaggio storico, è lecito presumere che si potesse permettere un lino un po’ più fine di quello magari dei comuni Frati Predicatori.

[114] Un taglio che viene eseguito su tessuto senza che questo sfilaccia.

[115] Le origini del manoscritto non sono certissime. Fu realizzato probabilmente nel 1210 come versione testuale, e fu completato da Golein nel 1379 su richiesta di Carlo V. Si tratta di dati non certi e gli esperti non si sbilanciano troppo sulla possibile traduzione di un’opera precedente, mentre è più probabile che il manoscritto sia stato realizzato nel XIV secolo anche se le miniature, che rappresentano costumi successivi e databili al XV secolo, fanno pensare ad un ulteriore aggiunta di modifiche successive alla realizzazione del manoscritto. Le miniature sono infatti attribuite al Maestro della Città delle Dame, opera di Christine de Pizan (XV secolo).

[116] Le Livre de l'Information des princes di Jean Golein. Bibliothèque nationale de France, Département des Manuscrits, Français 1210 (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8451599m)

[117] Per la realizzazione del costume da Domenicano, incluso il mantello, sono occorse oltre 10 ore di lavoro.

[118] Se il costume fosse stato realizzato interamente a mano non sarebbe possibile farlo sfilare per via della debole resistenza dei punti, anche perché sarebbe occorso prima refilare tutte le parti con sopraggitto per impedire che sfilacciasse.

[119] Il suo uso nel Medioevo non era diffusissimo e pare che sia stato introdotto dagli Arabi nell’Alto Medioevo, ma non sostituì mai il lino, preferito di gran lunga al nuovo tessuto. Il cotone entrò con molte difficoltà nella moda mentre trovò più facilmente impiego nella realizzazione di arazzi, nella composizione della tela di base, come testimoniano alcuni esemplari custoditi nei musei di tutto il mondo, tra cui il MetMuseum di New York: http://www.metmuseum.org/collection/the-collection-online/search?&when=A.D.+1000-1400&ft=cotton&where=Europe&pg=1 e come documentato anche da alcuni testi specifici di storia del costume medievale tra cui il Medieval Tailor’s Assistant: making common garments 1200 -1500 di Sarah Thursfield.

[120] In epoca medievale erano molto più bassi di noi oggi.

[121] Il costume da Domenicano doveva per forza essere realizzato con una notevole cura dei dettagli per una coerenza filologica con il periodo storico mentre per il costume da eretica, trattandosi di un abito popolano e per di più un abito che in una realtà storica era destinato ad essere distrutto nelle fiamme del rogo, la cura del dettaglio è stata incentrata sull’effetto che doveva fare il costume davanti al pubblico.

[122] Se lavorate in casa fate tutto dentro ad una vecchia bacinella così non macchiate da nessuna parte. Prima di lavorare al costume, fate un tappeto di fogli di giornale per evitare di macchiare il pavimento.

[123] I torturati erano messi su dei lettini di legno, legati braccia e piedi in modo da non potersi difendere e ribellare.

[124] Per il pericolo della polvere che può essere inalata

[125] In questi casi una figurante con i capelli corti è più coerente di una con i capelli lunghi)

[126] Si deve ricordare che le donne non sfilavano nude con indosso una sola tunica. In genere venivano rivestiti con quel poco che bastava a coprire la nudità e venivano condotti al luogo dell’esecuzione capitale.

[127] http://armadiodelmedievalista.blogspot.it/2011/07/come-realizzare-delle-scarpe-medievali.html

[128] Evitate nodi troppo stretti e assicuratevi che siano nodi fissi e non scorrevoli, perché se si inscena una ribellione in corteo, ci si può fare veramente male.

[129] Lo sfondo è stato eliminato tramite software.

[130] Non sempre si conoscono esattamente le dinamiche e le procedure, i rituali di tortura dell’inquisizione, ma non è da escludere che le donne, esattamente come gli uomini venissero denudati e poi rivestiti.

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